Giornalista palestinese interrogato illegalmente dal Mossad in Spagna

Muath Hamed, reporter palestinese rifugiato in Spagna dopo anni di detenzioni e tentativi israeliani di reclutarlo, denuncia un interrogatorio nella caserma della Guardia Civil di Madrid da parte dell’agente israeliano “Omar”     http://nena-news.it/spagna-giornalista-palestinese-denuncia-interrogato-illegalmente-dal-mossad/0

di Marco Santopadre, Roma, 20 aprile 2021, Nena News – Nei giorni scorsi Muath Hamed, un giornalista palestinese rifugiato da qualche anno nel Regno di Spagna, ha denunciato di essere stato illegalmente interrogato da un agente israeliano. Hamed, che ha una moglie e due figli, vive da alcuni anni nel comune basco di Lemoa, in Bizkaia, dopo aver sofferto la persecuzione e il carcere da parte delle autorità di occupazione israeliane.

La vicenda è iniziata il 9 dicembre del 2020, quando Hamed riceve una chiamata da parte di un agente dei servizi di informazione della Guardia Civil che chiede al giornalista di incontrarlo in un bar per parlare della sua attività lavorativa e della sua vita. All’agente “Nicolàs” e al suo collega “Javier”, Hamed spiega di aver chiesto asilo politico alla Spagna appena arrivato sul suolo spagnolo, nel 2019, dopo essere riuscito a lasciare i Territori Palestinesi occupati. Come ha raccontato poi lo stesso giornalista al quotidiano spagnolo Publico, la risposta alla sua domanda di asilo non è ancora arrivata.

Dopo l’incontro, che Hamed considera di routine, tutto sembra tranquillo. Ma a inizio febbraio l’agente “Nicolàs” lo contatta ancora, chiedendogli un nuovo incontro; questa volta non più a Bilbao, ma a Madrid. Il giornalista decide di declinare “l’invito”, ma pochi giorni dopo, mentre si trova a Madrid per svolgere un lavoro per l’emittente qatariota Al Araby, riceve un’altra chiamata, da parte dell’agente “Javier”, che lo invita di nuovo ad incontrare lui e il suo collega per consegnargli un documento della Croce Rossa utile alla procedura di asilo. Stavolta il giornalista accetta.

Nel tardo pomeriggio dell’11 febbraio si reca quindi al numero 35 di Calle Batalla del Salado; alla caserma della Guardia Civil viene fatto accedere senza che nessuno lo identifichi e senza essere sottoposto ad un controllo di sicurezza e a una perquisizione, come invece imporrebbe il protocollo. Viene condotto al terzo piano dell’edificio dall’agente “Javier”, che è in compagnia di un altro agente, in borghese, di nome “Omar”, presentato come di origini palestinesi.

A quel punto inizia l’interrogatorio in una sala buia illuminata da un faretto e con la porta di accesso sbarrata, da parte dell’uomo che si identifica come un agente dei servizi segreti del Belgio. Hamed, già sospettoso per le inusuali circostanze in cui avviene quello che avrebbe dovuto essere un “incontro”, riconosce il marcato accento israeliano dell’agente “Omar”, e chiede quindi ai due agenti di mostrargli un documento di riconoscimento. I due si rifiutano ma “Omar” ammette comunque di essere israeliano.

L’agente “Javier” esce dalla stanza lasciando il giornalista palestinese nelle mani di quello che ha tutta l’aria di essere un agente del Mossad. Nel corso dell’interrogatorio Hamed racconta di aver provato paura, di essere stato più volte minacciato da “Omar” che gli ha fatto capire di controllare la sua vita e i suoi movimenti da molto vicino e da molto tempo. Il palestinese viene accusato di essere implicato in una campagna di finanziamento di gruppi islamisti e terroristi legati alla resistenza palestinese.

In circa 10 minuti di interrogatorio, Omar gli chiede informazioni sulle sue fonti in Turchia, sulla sua conoscenza dei gruppi e delle organizzazioni palestinesi in Turchia e in Europa, nonché sui suoi debiti personali e sulla sua situazione finanziaria. Hamed si rende conto del fatto che il suo telefono cellulare è sotto controllo.

L’agente israeliano sembra particolarmente interessato a un reportage, realizzato dal giornalista palestinese, che svela la costituzione da parte del Mossad, nei paesi dell’Europa Orientale, di una rete di società di comodo utili a reclutare e a pagare un certo numero di informatori. Ad Hamed l’agente “Omar” rivela il vero nome della fonte segreta che ha permesso al giornalista di realizzare il reportage nel 2019.

Finito l’interrogatorio, Muath Hamed ha deciso di denunciare l’accaduto ai media, raccontando tra l’altro che il Mossad lo aveva contattato già nel 2006 e poi ancora nel 2014, proponendogli di diventare un collaboratore dell’intelligence israeliana; il suo rifiuto e la sua attività gli sono costati ben dieci arresti, in regime di detenzione amministrativa, da parte delle forze di sicurezza israeliane. Inoltre dal 2004 al 2014 Hamed è stato inserito nella “lista nera” israeliana con l’impossibilità di viaggiare all’estero.

Da Israele il giornalista è riuscito ad uscire, al termine di una lunga battaglia giudiziaria, solo per recarsi in Turchia a ritirare un premio vinto per essere riuscito a filmare un soldato israeliano mentre gli sparava e lo feriva alla spalla sinistra. Hamed è stato raggiunto per ben cinque volte da proiettili sparati da soldati israeliani mentre svolgeva la sua opera di documentazione delle proteste del popolo palestinese contro l’occupazione. Di lì la scelta prima di rifugiarsi a Istanbul, dove è rimasto cinque anni, e poi di trasferirsi in Spagna.

Il quotidiano Publico e altri organi di stampa che si sono interessati alla vicenda hanno chiesto dichiarazioni in merito sia all’Ambasciata di Israele sia alla Guardia Civil, ma entrambe non rilasciano alcun commento. Il giornalista nel frattempo ha scoperto che è la Policia Nacional l’organismo demandato a interrogare i richiedenti asilo sulla loro attività, e non la Guardia Civil, e che non esiste alcun accordo – almeno ufficialmente – che permetta al Mossad di avere alcun ruolo sul territorio spagnolo. Da quel momento, denuncia, lui e la sua famiglia sentono di non essere più al sicuro.

«Siamo profondamente turbati dal fatto che le forze di sicurezza spagnole possano essere così subdole da convocare un giornalista per una chiacchierata informale e poi lasciare che un agente dei servizi segreti stranieri lo interroghi sul suo lavoro e sulle sue fonti riservate», ha detto Gulnoza Said, coordinatore del programma Europa e Asia centrale del CPJ, il Comitato Internazionale per la Protezione dei Giornalisti.

«Che si tratti di un tentativo di intimidire il giornalista, di esporre le sue fonti o di reclutarlo come informatore, tali sforzi costituirebbero una chiara violazione del diritto di Muath Hamed di svolgere il suo lavoro giornalistico. Le autorità spagnole dovrebbero avviare un’indagine sulle accuse di Hamed», ha affermato il coordinatore del CPJ. La stessa richiesta è stata formulata dal Palestinian Journalists Syndicate.

Ma il ministero degli Interni di Madrid ha già fatto sapere che gli è “impossibile” aprire un’inchiesta a causa della assoluta mancanza di documenti e di prove in merito. Nena News