L’8 Marzo e il movimento femminista palestinese

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Cecilia dalla Negra

Giornalista e ricercatrice indipendente. Ha diretto per anni la testata online Osservatorio Medio Oriente e Nord Africa

Le donne palestinesi hanno costruito il proprio attivismo componendo insieme lotte solo apparentemente separate: per l’indipendenza palestinese, contro l’occupazione israeliana, e contro il patriarcato dominante in entrambe le società. Oggi, il movimento continua a rinnovarsi, in nuove forme di inclusione e di definizione identitaria.

Muro di Betlemme con graffiti raffiguranti Leila Khaled. Foto scattata dal finestrino dell’autobus vicino alla porta del muro di Betlemme il 2012-05-27

Wikimedia Commons

L’8 marzo in Palestina è da sempre una giornata di lotta. Lo è dal 1978, quando venne scelta come data per la creazione dei Comitati di lavoro delle Donne, su iniziativa di un gruppo di giovani attiviste che intendeva organizzare la partecipazione politica delle donne di ogni ceto e classe sociale, nelle città come nelle campagne. Lo sarà nel 1988, nel cuore della Prima Intifada, quando in occasione dell’8 marzo saranno organizzate oltre 100 manifestazioni, mostrando il volto femminista della più grande sollevazione popolare che la storia locale ricordi.

Lo sarà nel 1984, quando le detenute politiche la sceglieranno come data per concludere uno sciopero di 11 mesi, al termine del quale avranno ottenuto condizioni meno degradanti per la propria prigionia, dimostrando ai loro compagni di non aver bisogno di alcuna protezione per portare avanti la resistenza.

Lo sarà nel 2016, quando le forze di occupazione israeliane sceglieranno proprio l’8 marzo per arrestare Manal Tamimi, attivista dei Comitati Popolari di resistenza nonviolenta, leader delle proteste che ogni venerdì animano il villaggio di Nabi Saleh in Cisgiordania, con donne di ogni età in prima fila contro la violenza dell’esercito. Una data fortemente simbolica, dunque, che oggi sopravvive negli archivi dell’Olp, fra i suoi manifesti storici e i bollettini dell’Unione Generale delle Donne palestinesi; che resiste nelle foto in bianco e nero dei cortei del passato – donne che tengono in una mano le scarpe, nell’altra le pietre - ma anche negli slogan che ancora risuonano nelle piazze. “Non c’è patria libera senza liberazione delle donne”, grida oggi una giovane generazione di attiviste che tenta di ridefinire i paradigmi della battaglia anticoloniale e nazionalista, ma tenendo salda alle spalle la genealogia di donne che le ha precedute.

UN SECOLO DI LOTTA

La lotta delle donne palestinesi ha una lunga storia, che affonda le sue radici agli albori del Novecento, e si inserisce in un quadro regionale che vede tutta l’area del Medio Oriente e del Nord Africa attraversata da movimenti nazionalisti che rivendicano l’indipendenza dalle potenze coloniali. All’interno di questi movimenti le donne, anche in Palestina, daranno vita a un graduale processo di partecipazione politica ed emancipazione. Dalla formazione delle prime associazioni caritatevoli negli anni Venti, di stampo sociale, borghese e urbano, fino alla partecipazione diretta alla lotta armata nelle campagne durante la Grande Rivolta degli anni Trenta, le donne palestinesi arriveranno alla tragedia della Nakba impegnate in un processo di emersione nello spazio pubblico che le vedrà in prima linea, a fianco degli uomini, tanto nella resistenza anti-coloniale contro la dominazione britannica, quanto nell’opposizione alla colonizzazione israeliana.

Nel corso dei decenni, tuttavia, dovranno sfidare il colonialismo d’insediamento israeliano e il suo apparato repressivo-militare, ma anche il sistema patriarcale radicato nella società palestinese, con un approccio radicale e rivoluzionario capace di mettere in rilievo la condizione di “duplice oppressione” da loro vissuta, e ancora oggi profondamente attuale.

Nella lunga storia della resistenza palestinese, infatti, le donne hanno dovuto lottare per affermare la propria presenza all’interno di un movimento nazionalista basato su un immaginario maschile, rifuggendone le strumentalizzazioni; hanno dovuto confrontarsi con l’ascesa, a partire dagli anni Ottanta, dell’Islam politico rappresentato da Hamas, e con la costante pressione dettata dalla “politica del passo indietro” imposta dalle leadership del movimento di resistenza sulle loro rivendicazioni, in nome di una liberazione considerata sempre prioritaria e più impellente. Ma hanno anche dovuto misurarsi con l’approccio di tanta parte delle analisi e dei femminismi occidentali, che nel guardare alla loro battaglia hanno spesso conservato uno sguardo orientalista e un’abitudine coloniale. La loro stessa presenza nello spazio pubblico, in questo senso, rappresenta una “subalternità nella subalternità” rispetto all’egemonia israeliana. E alla luce di una tale complessità, è necessario inquadrare in una prospettiva di unicità la storia dei femminismi palestinesi. Declinati al plurale, perché plurali sono state (e restano) le forme organizzative, le risposte fornite e gli spazi – pubblici e privati – in cui sono stati praticati: dalla lotta armata alla rappresentanza politica, passando per la produzione culturale, il mutualismo sociale, la resistenza popolare. Sebbene infatti l’attivismo delle donne palestinesi si inserisca a pieno titolo tanto nella resistenza anticoloniale quanto nella lotta universale contro l’oppressione patriarcale, la loro esperienza rappresenta un caso unico per molte ragioni.

Nel guardare all’evoluzione dei movimenti femministi locali, sarà quindi importante tenere sempre in considerazioni alcuni elementi. Primo, la non-neutralità che il concetto stesso di femminismo porta in sé:1 molte donne, in Palestina come in generale nel mondo arabo, pur ponendo in essere pratiche che potremmo definire femministe, rifiutano questa definizione considerandola espressione di processi tipicamente occidentali. Bisognerà quindi prestare più attenzione alle pratiche messe in atto che alle definizioni. In secondo luogo, la molteplicità dei piani d’azione e di elaborazioni teoriche avanzate negli anni, che vedono una vastità di organizzazioni femminili, movimenti dichiaratamente femministi e “donne in movimento” agire non necessariamente secondo linee strategiche condivise. In terzo luogo, le dimensioni centrali della loro azione: l’una militante e politica, chiaramente inserita in un percorso di partecipazione alla resistenza; l’altra di stampo più intimo e sociale, ma non per questo meno radicale.

Quello tratteggiato dalle attiviste è stato infatti un percorso di soggettivazione che non sempre ha risposto a schemi leggibili con la lente del femminismo occidentale. Se a partire dagli anni Sessanta le donne hanno avuto un ruolo fondamentale nella resistenza, contribuendo alla definizione di strategia politica in seno al movimento di liberazione, esiste anche una forma di lotta meno politica, ma più quotidiana ed ordinaria, che ha trovato la sua espressione all’interno di spazi e ruoli tradizionalmente considerati secondari.

Nella diaspora che segue il 1948 inizierà infatti a organizzarsi la resistenza palestinese, con la creazione dell’Olp, di cui le donne struttureranno la compagine femminile, l’Unione Generale delle Donne Palestinesi, nel 1965. Da questo momento in poi la loro partecipazione sarà centrale, e culminerà in un ruolo attivo nella militanza armata nel corso degli anni Sessanta, considerata “l’epoca d’oro” del femminismo palestinese. Con la creazione, negli anni Settanta, dei Comitati di lavoro delle Donne, emergerà poi una giovane generazione radicale di attiviste che per la prima volta metterà nero su bianco la necessità di affiancare alla lotta di liberazione nazionale quella femminista e di classe, con un approccio intersezionale ante-litteram.

Si arriverà così alla Prima Intifada, che vedrà le donne portare temi, corpi e rivendicazioni femministe dentro la resistenza di un intero popolo in rivolta. Nascono in questi anni i Comitati femminili nel quadro dei Comitati Popolari dell’Intifada, impegnati tanto in azioni dirette e manifestazioni, quanto nell’organizzazione dell’economia domestica e della vita comunitaria, in un’ottica di auto-organizzazione conflittuale e boicottaggio del sistema di occupazione. Orti comuni, cliniche e scuole autogestite vedono la luce su iniziativa delle donne, mentre partiti, sindacati e organizzazioni strutturate vedono la nascita di gruppi femminili che reclamano il proprio diritto di parola. “Non può esserci liberazione nazionale senza liberazione delle donne dal patriarcato”, sarà l’elaborazione teorica centrale di questa fase storica, che rifiuta con determinazione di cedere alla gerarchia delle priorità imposta da un’agenda di lotta dominata dagli uomini.

Ma è anche su un altro piano, più intimo e simbolico, che le donne costruiranno un protagonismo spesso dimenticato, laddove è il concetto stesso di spazio per la popolazione palestinese a essere violentemente ridefinito. Nella frammentazione di un’intera comunità, e nel tentativo di de-umanizzazione operato dalla potenza coloniale, il focolare domestico diventerà infatti il cuore della resistenza politica. La casa, luogo principale di espressione del lavoro di cura, si farà sito politico nel quale le donne assumeranno il ruolo unificante di custodi dell’identità e della memoria collettiva, per trasmetterla alle nuove generazioni. Ricostruire l’intimità familiare, lenire la sofferenza causata dalla colonizzazione, fare della casa un luogo non costantemente esposto alla violenza sono, nella percezione comune palestinese, vere e proprie forme di resistenza che hanno visto protagoniste le donne. Di fronte al tentativo di annientamento, insomma, anche il lavoro di cura può farsi gesto politico sovversivo.

CONVERGENZE PATRIARCALI

A tutto questo, nel corso dei decenni si sono aggiunti ulteriori elementi di complessità. Da un lato la chiara convergenza di interessi tra il dispositivo coloniale israeliano e l’assetto patriarcale della società palestinese: un elemento centrale nella gran parte delle analisi femministe palestinesi, che evidenziano come il primo strumentalizzi, nutra e rafforzi il secondo. Eppure, raramente nella lettura occidentale la violenza strutturale del colonialismo d’insediamento è stata messa in relazione con quella patriarcale della società palestinese, considerata elemento endemico di una generica arretratezza culturale, mentre è la stessa relazione occupante/occupato ad essere intrinsecamente patriarcale, e a riflettere il più classico rapporto di dominio esistente tra egemonia e subalternità. “L’occupazione è creata da uomini, è guidata da uomini e continua ad essere ampiamente imposta da uomini”, scrivono in un recente rapporto le attiviste del Centro Miftah.2 A questa lettura fa eco quella dell’attivista femminista Aya Zinatey in riferimento alla Striscia di Gaza: “Ritengo che sia necessario guardare all’assedio come ad un grande sistema patriarcale che contribuisce a consolidare il patriarcato già presente nella società palestinese”.3

Infine, il fatto che il corpo delle donne palestinesi sia stato e resti doppiamente esposto - in quanto corpo palestinese e in quanto corpo di donna - a una violenza coloniale che si è fatta negli anni sistemica, ma anche ad una politicizzazione della sua funzione riproduttiva. È attraverso il corpo femminile che continua a essere simbolicamente riprodotta la Palestina. Per questa ragione, non è stato risparmiato da strumentalizzazioni politiche interne da parte della stessa retorica nazionalista: nel caso palestinese la terra occupata è raffigurata spesso come un corpo di donna violato. Che essa sia dunque considerata “madre della patria” o “fabbrica di martiri”, a seconda che la narrazione sia di stampo laico o islamista, l’idealizzazione del suo corpo era e resta un terreno di scontro tipicamente maschile.

IL MOVIMENTO Tàlia‘àt

È in questo contesto così complesso che una giovane generazione di attiviste, nel settembre del 2019, ha ripreso le piazze palestinesi con un movimento auto-organizzato, nato dal basso e coordinato attraverso i social network. Il movimento Tàlia‘àt – in arabo-palestinese “quelle che escono, che scendono in strada” – nasce sull’onda dell’indignazione popolare per il femminicidio di una giovane donna, Israa Gharib, nell’estate di quell’anno. Immediatamente vengono convocate manifestazioni popolari per rivendicare in primo luogo l’approvazione della Legge sulla Protezione della Famiglia e delle Donne, ferma sul tavolo del Consiglio Legislativo Palestinese nonostante l’intenso lavoro di pressione svolto dalle organizzazioni femminili negli ultimi anni. «Non c’è patria libera senza donne libere» è lo slogan scelto dalle attiviste, in un’evidente linea di continuità con la produzione teorica femminista del passato. Tuttavia, gli elementi innovativi messi in campo dal movimento Tàlia‘àt sono molti, tra cui, dopo diversi anni, la sua dichiarata natura femminista e l’assenza di un coordinamento organizzativo strutturato. Nel Manifesto politico diffuso attraverso i social network le attiviste scrivono: “La mobilitazione nasce spontaneamente, non è guidata da alcuna realtà organizzata. È stata pensata dalle donne per le donne, dalla volontà di riappropriarci dello spazio pubblico e far sentire la nostra voce”. Sebbene la scintilla sia stata l’opposizione alla violenza patriarcale, quello che le donne elaborano è un messaggio che va ben oltre la denuncia e, rifiutando la vittimizzazione, parla della necessità di riscrivere i paradigmi della lotta di liberazione nazionale. Quella portata nelle piazze è una presenza che declina nella pratica l’approccio teorico della duplice oppressione, della correlazione tra dominazione coloniale e struttura patriarcale, con una visione intersezionale capace di smascherare definitivamente la gerarchia delle priorità. Ma c’è di più. Le attiviste di Tàlia‘àt infatti propongono il femminismo come comune denominatore in grado di ridefinire l’identità palestinese e ricomporre lo spazio frammentato dall’occupazione: “Viviamo all’ombra di un sistema oppressivo e violento come quello israeliano, che lavora alla destrutturazione della nostra società imponendo un controllo egemonico sullo spazio.

La solidarietà femminista – scrivono – vuole attraversare questa frammentazione, ricomporre questo spazio, agire sulla società perché diventi più giusta”. La mobilitazione, quindi, investirà unitariamente la Cisgiordania, la Striscia di Gaza, i territori del ’48 e le diaspore.. Lo stesso accadrà ancora il 30 ottobre 2019, quando nuove manifestazioni verranno convocate da Tàlia‘àt in solidarietà con lo sciopero della fame lanciato dalla giovane Heba Al Labadi, sottoposta a torture nelle carceri israeliane.

Da subito il movimento si è dichiarato radicale, intersezionale e inclusivo di tutte le soggettività subalterne, incluse le comunità LGBTIQ+, attive in Palestina dai primi anni Duemila e portatrici di istanze che chiamano in causa ulteriori livelli di oppressione. È il caso, tra gli altri, del Centro femminista per le libertà sessuali e di genere Aswat di Haifa. Come dichiara la sua direttrice, Ghadir Shafie, “il contributo del movimento queer palestinese rappresenta un valore aggiunto sia per la lotta femminista che per quella nazionalista: è parte integrante del movimento di liberazione, ma supera l’ottica tradizionale. La nostra è infatti un’opposizione alla prevaricazione che mira a costruire una libertà duratura. Perché questo sia possibile, è necessario liberarci da tutte le catene e riconoscere tutte le alterità da includere nella società che intendiamo costruire”.4 Ed è sul terreno della relazione esistente tra diritti individuali e collettivi che questa nuova ondata femminista ribalta la prospettiva di riaffermazione dell’identità palestinese. Un’identità negata da Israele, ma che può di contro assumere i contorni di un dover essere, le sembianze di un “noi” in cui le singole soggettività e le differenze vengono annullate. “Riaffermare il mio diritto individuale ad esistere, partendo da me, può invece scrivere un nuovo noi che includa tutte le alterità possibili”, spiega ancora Shafie.

Quello proposto dai nuovi movimenti femministi e LGBITQ+ è dunque un approccio radicale, che ha il potenziale per ridefinire le traiettorie di lotta verso una liberazione che potrà essere duratura solo se inclusiva. E d’altronde il dibattitto sugli orientamenti sessuali si sta facendo spazio nel discorso pubblico palestinese. Risale all’agosto 2019 l’iniziativa dall’Autorità Palestinese per criminalizzare l’operato del Centro per la diversità sessuale e di genere “Al Qaws”. Attraverso un comunicato, le forze di polizia dell’AP hanno definito l’azione dell’organizzazione “contraria ai valori tradizionali palestinesi”, accusandola di essere supportata da “agenti esterni” . Nella loro risposta, le attiviste hanno declinato la propria lettura sulle strategie da adottare per raggiungere una liberazione nazionale che sia inclusiva: “Siamo un’organizzazione anticoloniale, che lavora per sfidare l’oppressione patriarcale, capitalista e coloniale. Combattiamo la violenza dell’occupazione israeliana, così come quella contro la comunità LGBITQ+ palestinese. È la nostra visione per liberare la Palestina”.

Si tratta di movimenti emergenti che, per la prima volta dopo anni, si rivolgono prima di tutto alla loro stessa società, ponendosi come interlocutori alla pari all’interno dell’attuale dibattito trans-femminista globale, e rappresentandone a tutti gli effetti una declinazione locale. Realtà che non cercano solidarietà esterna, ma tentano piuttosto di costruire alleanze paritarie. Perché questo sia possibile però, occorre partire dalla decolonizzazione del nostro stesso sguardo, abbandonando l’abitudine coloniale di silenziare le altre da noi, e riconoscendo le infinite possibilità di soggettivazione esistenti nel comune percorso verso la liberazione femminile. Considerando la questione palestinese come femminista di per sé, e lasciando aperta la possibilità che lo sguardo dell’altra ci lasci senza parole.