Israele pratica l'apartheid sanitario: niente vaccini anti-Covid ai palestinesi

Jlink, la rete internazionale delle organizzazioni ebraiche progressiste, denuncia le discriminazioni: Le minacce alla salute e alla condizione economica palestinese pregiudicano anche quelle degli israeliani

Covid in Palestina

Umberto De Giovannangeli11 febbraio 2021

Cisgiordania, Palestina occupata: il regime di apartheid è anche “virale”. A denunciarlo è Jlink, la rete internazionale delle organizzazioni ebraiche progressiste.

In un comunicato, Jlink afferma di unirsi “alle Ong israeliane e altre organizzazioni internazionali nel chiedere che Israele fornisca vaccini anti-Covid ai Palestinesi in Cisgiordania.

Le minacce alla salute e alla condizione economica dei palestinesi pregiudicano anche quelle degli israeliani, ivi inclusi coloro che abitano negli insediamenti.

Coloni vaccinati, palestinesi no

Secondo il diritto internazionale e le leggi umanitarie, il governo di Israele è chiamato legalmente e moralmente a fornire vaccini ai palestinesi che vivono nei territori occupati. E’ intollerabile che 450.000 coloni siano vaccinati mentre i loro vicini palestinesi no. 

Jlink fa appello perché Israele operi in stretta cooperazione con l’Autorità palestinese, l’Organizzazione mondiale della sanità e altri enti internazionali al fine di assicurare salute e sicurezza ai residenti della Cisgiordania che vivono sotto il suo controllo.

L’augurio è che ciò sia un primo passo verso altre modalità di cooperazione”.

 “Esortiamo le autorità israeliane a rispettare i loro obblighi legali e garantire che vaccini di qualità siano forniti ai palestinesi che vivono sotto il controllo e l’occupazione israeliana anche in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza”. È l’appello lanciato poco prima di Natale da 10 organizzazioni umanitarie internazionali, israeliane e palestinesi, tra cui Amnesty International Israel, B’Tselem, Adalah (The Legal Center for Arab Minority Rights in Israel) e Physicians for Human Rights Israel.

In una nota diffusa l’11 gennaio, l’Olp, l’Organizzazione per la liberazione per la Palestina, ha denunciato “il silenzio che copre le responsabilità di Israele come potenza occupante nei confronti dei territori palestinesi occupati” parlando chiaramente di apartheid medico”. Israele, lamenta l’Olp, fornisce i vaccini ai “coloni che occupano illegalmente la terra palestinese” ma non ai palestinesi dei Territori occupati come prevede il diritto internazionale umanitario. A riguardo l’Olp cita “il Regolamento dell’Aia del 1907, articolo 43, la Quarta Convenzione di Ginevra, articoli 55 e 56”. Quest’ultimo sancisce che la Potenza occupante ha il dovere, tra le altre cose, “di assicurare forniture mediche necessarie, come medicinali, vaccini e sieri, quando le risorse del territorio occupato sono inadeguate”. Sempre l’articolo 56, richiamato dall’Olp, “specifica inoltre l’obbligo della Potenza occupante di cooperare con le autorità nazionali e locali in caso di diffusione di malattie contagiose e di adottare e applicare procedure di prevenzione necessarie per combattere la diffusione di malattie contagiose ed epidemie”.

Detenuti e rifugiati palestinesi.

 Nel suo documento l’Olp denuncia gravi criticità legate non solo ai palestinesi delle zone occupate ma anche a quelli detenuti nelle carceri israeliane, ai rifugiati, ai residenti di Gaza e di Gerusalemme Est. Attualmente, nelle carceri israeliane ci sono “4.400 palestinesi, tenuti in celle umide, sovraffollate, in condizioni di scarsa igiene, prive di aria fresca. Condizioni che – afferma l’Olp – rendono impossibile il rispetto dei protocolli di salute e sicurezza stabiliti dall’Oms per il Covid-19, quindi il distanziamento sociale, lavaggio delle mani e l’uso di maschere e attrezzature per sanificare gli ambienti”. Dallo scoppio della pandemia, “189 detenuti palestinesi sono risultati positivi e trattati con cure inadeguate, antidolorifici e isolamento”. Come Paese occupante, denuncia l’Olp, “Israele deve garantire la salute dei prigionieri palestinesi durante la pandemia e garantire loro la vaccinazione da effettuarsi con personale medico qualificato, in un ambiente sicuro e sotto gli occhi di osservatori internazionali”. Analoga richiesta è avanzata per tutti i palestinesi dei campi profughi sovraffollati, la cui vita è messa alla prova anche dalla decisione degli Usa di tagliare i fondi all’Agenzia Onu per i rifugiati. “Tutti i rifugiati palestinesi di tutti i campi profughi devono ricevere i vaccini. Un obbligo della potenza occupante ma anche responsabilità della comunità internazionale”. Quest’ultima è chiamata, secondo l’Olp, a fare pressione su Israele perché “revochi il blocco su Gaza, il cui sistema sanitario di Gaza è compromesso. Gaza ha urgente bisogno, tra le varie cose, di personale medico formato, attrezzature sanitarie, medicine, elettricità e acqua pulita per combattere questa pandemia”. Criticainfine, la situazione a Gerusalemme Est, “isolata dal resto del territorio palestinese a causa della politica di insediamento portata avanti da Israele. Gli ospedali palestinesi della città soffrono la mancanza di aiuti e di strumenti mentre la popolazione palestinese della parte Est subisce demolizioni di case da parte di Israele – “145 quelle distrutte nel 2020 e 21 quelle in questi primi giorni del 2021”- con conseguente numero di sfollati. Questo accade, conclude l’Olp, mentre l’Oms “suggerisce di restare a casa come misura anti Covid”

5 mila dosi per 5 milioni di persone:  la beffa della “solidarietà”

Israele ha annunciato nei giorni scorsi che entro marzo fornirà 5 mila dosi di vaccino anti Covid ai suoi "vicini" palestinesi, un gesto considerato solo "simbolico" dai destinatari. Cinquemila dosi per 5 milioni di palestinesi: e la chiamano “solidarietà”! Nelle scorse settimane, si sono moltiplicati gli appelli a Israele, uno dei Paesi che meglio hanno gestito la campagna di vaccinazione, ad aiutare quella dei Palestinesi da parte delle autorità internazionali dell'Onu e anche delle Ong.

Israele trasporta lotti del vaccino Pfizer/BioNTech nelle profondità della Cisgiordania. Ma le dosi – scrive il Guardian - vengono distribuite solo ai coloni ebrei, e non ai circa 2,7 milioni di palestinesi che vivono intorno a loro e che potrebbero dover aspettare settimane o mesi per l’avvio delle vaccinazioni

 “Non so come, ma ci sarà un modo per rendere anche noi una priorità?”, è la domanda di Mahmoud Kilani, allenatore sportivo di 31 anni della città palestinese di Nablus. “A chi importa di noi? Non credo che nessuno sia fermo su questa domanda”. Esponenti dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) hanno ricordato che gli Accordi di Oslo sottoscritti a fine anni Novanta attribuiscano ad Israele il pieno controllo dell’economia, della difesa e non ultimo, della sanità, di almeno il 60 per cento dei Territori palestinesi. “Israele ha ignorato i suoi doveri di Stato occupante e ha commesso discriminazioni razziali contro il popolo palestinese, privandolo del diritto all’assistenza sanitaria” hanno fatto sapere dal ministero degli Affari esteri palestinese, chiarendo che “la ricerca da parte della leadership palestinese per ottenere i vaccini da vari fornitori non esenta Israele dalle sue responsabilità nei confronti del popolo palestinese”.

Secondo Haaretz, il quotidiano progressista di Tel Aviv,  solo il 20% circa dei residenti palestinesi di Gerusalemme Est di età pari o superiore a 60 anni ha ricevuto il vaccino contro il coronavirus. Ciò va contrapposto al 75% della popolazione ebraica di Gerusalemme della stessa fascia di età, ha detto al giornale l’Home Front Command di Israele.

Dana Moss, una coordinatrice internazionale dell’associazione no-profit israeliana Physicians for Human Rights Israel – Medici per i Diritti Umani –  ha dichiarato a Insider: “Gli Accordi di Oslo hanno trasferito tecnicamente la responsabilità del sistema sanitario all’Autorità Palestinese. Quella parte è vera. Ma l’ampiezza del controllo israeliano sulla Cisgiordania e Gaza ha essenzialmente svuotato di qualsiasi significato questa responsabilità“.

Moss ha continuato: “Il controllo israeliano sulla circolazione di persone e merci significa che i pazienti non possono passare dalla Cisgiordania a Gerusalemme Est senza i permessi israeliani. Neanche i farmaci e le attrezzature possono passare“.

Ha aggiunto: “Qualunque cosa fosse teoricamente stabilita negli accordi di Oslo è in realtà solo di facciata”.

Disumanità istituzionalizzata

 “Nel momento in cui il sistema sanitario israeliano avvia la distribuzione dei vaccini per il Covid-19 alla popolazione israeliana, Medici per i Diritti Umani (Medu) insieme a 14 organizzazioni israeliane, palestinesi e internazionali, esorta le autorità israeliane a rispettare i propri obblighi legali e a garantire che siano forniti vaccini di qualità anche alla popolazione palestinese che vive sotto l’occupazione israeliana in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.

Il Ministero della Salute israeliano non ha ancora reso noto un piano di distribuzione dei vaccini che preveda l’allocazione di quantità specifiche destinate ai Territori palestinesi occupati, né ha stabilito una tempistica per il trasferimento di questi vaccini. Tuttavia, l’articolo 56 della Quarta Convenzione di Ginevra prevede specificamente che una forza occupante abbia il dovere di assicurare “l’adozione e l’applicazione delle misure profilattiche e preventive necessarie per combattere la diffusione di malattie contagiose ed epidemie”. Questo dovere prevede che il governo israeliano fornisca supporto per l’acquisto e la distribuzione di vaccini destinati alla popolazione palestinese sotto il suo controllo.

Esprimiamo gravi preoccupazioni per quanto riportato dai mezzi di informazione secondo i quali il vaccino sviluppato in Russia sarà consegnato all’Autorità Palestinese. L’Autorità Palestinese non ha ancora indicato in modo esaustivo quali vaccini intenda acquistare e distribuire, sebbene abbia chiarito di non avere fondi e capacità sufficienti per acquistare tutti le dosi necessarie. Israele non può fornire un vaccino che non sia stato approvato per i propri cittadini. Un tale passo violerebbe sia il Protocollo di Parigi sulle relazioni economiche sia una prassi consolidata del Ministero della Salute israeliano di consentire la distribuzione nei Territori occupati dei soli medicinali che siano stati previamente sottoposti alle necessarie procedure di verifica scientifiche e normative. Sebbene il Protocollo di Parigi sia stato oggetto di critiche in passato, tra l’altro, per aver obbligato l’Autorità Palestinese a importare farmaci al di là della sua capacità finanziaria, fintanto che esso è vincolante, Israele non può importare un vaccino che non sia stato approvato per i propri cittadini e inviarlo alla popolazione sotto occupazione. Israele deve garantire che i vaccini consegnati alla popolazione palestinese nei Territori occupati, soddisfino appieno le normative del sistema sanitario israeliano e che questi vaccini siano acquistati e consegnati il ​​prima possibile.

Laddove le carenze di bilancio derivanti dalle prolungate restrizioni imposte dall’occupazione e dal blocco, limitano la capacità dell’Autorità Palestinese ad acquistare e distribuire vaccini, Israele deve fornire i fondi necessari, come parte dei suoi obblighi legali. In quanto tali, le autorità israeliane non devono detrarre i costi del vaccino dalle entrate fiscali che riscuote per conto dell’Autorità Palestinese.

Chiediamo agli attori internazionali di sollecitare Israele ad adempiere ai propri doveri e responsabilità morali e a supportare il sistema sanitario palestinese così come le popolazioni nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania, ed in particolare di:

Rendere note le quantità di vaccini riservate alla popolazione palestinese e fornire una tempistica specifica per la loro consegna.
Garantire che i vaccini forniti alla popolazione palestinese soddisfino gli stessi standard di quelli distribuiti alla popolazione israeliana.
Garantire l’ingresso regolare di vaccini e altre attrezzature mediche nei Territori occupati, compresa l’implementazione di una “catena del freddo” per conservare i vaccini durante il trasporto.
Laddove l’Autorità Palestinese non sia in grado di finanziare l’acquisto dei vaccini e la loro distribuzione tra la popolazione palestinese, Israele deve fornire un pieno sostegno finanziario che non sia detratto dai fondi delle imposte destinate all’Autorità Palestinese.
Revocare la chiusura della Striscia di Gaza per consentire il corretto funzionamento del suo sistema sanitario di fronte alla pandemia da Covid-19”.

Richieste che fanno appello al diritto internazionale, alle Convenzioni di Ginevra, e a una solidarietà nella lotta al coronavirus che dovrebbe unire il mondo. Ma questo non vale per la Palestina.

https://www.globalist.it/world/2021/02/11/israele-pratica-l-apartheid-sanitario-niente-vaccini-anti-covid-ai-palestinesi-2074095.html