I volti contrastanti dei resoconti dei media sull'apartheid israeliano

Opinione

di Ramona Wadi | 10 febbraio 2021

La copertura mediatica mainstream sul documento di sintesi di B’Tselem riguardo all'apartheid israeliano è passata dalla balbuzie al  silenzio totale, evidenziando in questo modo  l'appropriazione indebita dei concetti democratici quando si tratta di narrazioni sul popolo colonizzato.

Le lacune nelle narrazioni israeliane e internazionali da quando B’Tselem ha dichiarato Israele uno stato di totale apartheid, evidenziano la presenza di  una struttura antidemocratica di diffusione delle notizie ed il fallimento dell’impegno nella realtà di una colonia di insediamento. Per decenni, Israele è riuscito a sfuggire a un controllo adeguato riguardo alla sua violenza coloniale e alle violazioni dei diritti umani, inclusa l'espansione degli insediamenti, a causa di una persistente distinzione operata dall'ONU che prevede solo l'espansione post-1967 come illegale e contro il diritto internazionale.

Questa distinzione internazionale ha legittimato le origini di Israele come colonia di insediamento, portando a una narrativa normalizzata che assolveva Israele dalla pulizia etnica dei palestinesi, delle loro città e villaggi. La prospettiva prevalente e accettata dal mainstream era che le sanguinose origini di Israele potevano essere riconosciute e giustificate mettendo a tacere la narrativa palestinese in cambio della più recente espansione degli insediamenti che rimane un punto di contesa, o di foraggiamento, per l'illusione che l'ONU si preoccupi dei diritti umani .

La rappresentazione nei media, o la sua assenza, omette o evidenzia aspetti che la dicono lunga sull'applicazione degli standard democratici.

La designazione di Israele da parte di B’Tselem come stato di apartheid ha adottato un approccio globale che proviene dall'interno della struttura stessa di apartheid: viene impiegato il potere dei media e dei testi educativi per plasmare narrazioni diffuse. La rappresentazione nei media, o la sua assenza, omette o evidenzia aspetti che la dicono lunga sull'applicazione degli standard democratici e chi, o cosa, possa essere ritenuto responsabile.

Apartheid messo a tacere in lingua ebraica

L'agenzia di stampa indipendente israeliana +972Magazine ha pubblicato un importante rapporto che sintetizza il silenzio dei media ebraici sulla definizione di apartheid di B'Tselem, chiedendo in modo pertinente: "Se un gruppo per i diritti umani dichiara che lo stato in cui opera è un regime di apartheid, e nessuno riferisce su questo - quello stato è ancora una democrazia? "

B’Tselem è la più importante organizzazione per i diritti umani in Israele, quindi ha il potere di influenzare dall'interno il processo di pensiero collettivo della società israeliana. In risposta alla dichiarazione di B’Tselem, il governo israeliano ha implementato una serie di passaggi autodistruttivi che hanno impedito al team di B’Tselem di visitare i edifici scolastici in ​​Israele o di prendere parte a dibattiti educativi. I media ebraici, d'altra parte, hanno deciso di mettere a tacere la definizione rifiutandosi di riferire sul documento di posizione dell'organizzazione per i diritti umani. In altri casi, solo la versione inglese dei media ebraici riportava la definizione di apartheid.

Perché i principali organi di stampa ebraici sceglierebbero di censurare tali notizie in ebraico, che è la lingua ufficiale dello stato coloniale? Haaretz si è degnato di rispondere a una domanda del genere posta alla sua redazione con una non risposta e cioè che l'etichetta di apartheid non è considerata "notizia". Sollevando così la domanda: i media israeliani, incluso uno che nella sua versione inglese pubblica articoli a sostegno della Palestina, classificano le notizie degne di nota a seconda di ciò che risulta recettivo per il suo pubblico o a seconda dell'importanza delle notizie stesse?

"Se un gruppo per i diritti umani dichiara che lo stato in cui opera è un regime di apartheid, e nessuno ne fa rapporto, quello stato è ancora una democrazia?"

Nel caso in cui testate giornalistiche come Haaretz abbiano versioni in lingua sia ebraica che inglese, l'omissione indica un pregiudizio selettivo che lo rende da una parte accettabile per la valutazione internazionale, mentre dall’altra si rivolge alla narrativa coloniale. Il messaggio diffuso da tale selettività ritrae l'apartheid come una preoccupazione internazionale, di cui non solo i cittadini israeliani non devono occuparsi, ma di cui possono rimanere anche ignari.

Narrazioni internazionali e il dilemma del sionismo liberale

Questa volta la copertura internazionale è stata più coerente, sebbene discriminatoria nel modo in cui i media mainstream hanno costantemente negato la narrativa palestinese sull’apartheid israeliano. Tuttavia, con alcune notevoli eccezioni, il documento di sintesi di B’Tselem ha fatto notizia. La CNN ha persino ammesso che la definizione di apartheid proveniente da B’Tselem sarà più difficile da etichettare come "antisemita", e nello stesso tempo metteva in evidenza la Legge fondamentale israeliana del 2018 e i piani di annessione sospesi per una prospettiva indispensabile.

Il New York Times è rimasto in silenzio sulla questione, mentre la ricerca di articoli relativi alla posizione di B’Tselem sul Washington Post, durante la scorsa settimana, portava a link morti che riportano alla home page. Fino a questo momento, ulteriori ricerche non hanno prodotto risultati. Dato il quantitativo di lettori di cui godono entrambi i canali, tralasciare il documento di sintesi di B’Tselem è un insulto all'intelligenza e alla democrazia.

Tuttavia, il rifiuto di pubblicizzare l'apartheid israeliano secondo il punto di vista di un'organizzazione per i diritti umani rispettata è una tattica dominante. I canali che deviano da questa norma hanno spostato la narrativa di Israele che si presume sia uno stato democratico, salutato come tale anche dall'ONU. Ora, la domanda è se questi canali di informazione  - che sono andati controcorrente – saranno coerenti negli articoli, prendendo il rapporto di B’Tselem come primo passo per avvicinarsi alla correttezza.

B’Tselem non ha lasciato alcun posto dove nascondersi data la contraddizione incarnata da Israele - una democrazia coloniale di insediamento, che pratica l'apartheid.

Il sionismo liberale ha adottato un approccio altrettanto silenzioso. B’Tselem non ha lasciato alcun posto dove nascondersi data la contraddizione incarnata da Israele - una democrazia coloniale di insediamento, che pratica l'apartheid. Ovviamente, Israele si è appropriato dell'etichetta democratica solo come copertura per verità accertate. Ma con B’Tselem che definisce chiaramente l'esistenza di Israele come una violazione di questa facciata, i sionisti liberali e le loro pretese di democrazia non trovano strade per la riconciliazione.

Questo parte della politica è forse la più vicina a ciò che la comunità internazionale ha cercato di ottenere sin dalla nascita di Israele. Non è la negazione delle violazioni dei diritti umani commesse da Israele che le Nazioni Unite ed i sionisti liberali cercano di nascondere, ma la struttura politica che sostiene le violazioni. B'Tselem ha portato la struttura alla ribalta concentrandosi sull'impatto della politica coloniale sulla popolazione palestinese, eliminando così la dissociazione che finora ha ben servito Israele all'interno della comunità internazionale, proteggendo allo stesso tempo lo stato coloniale da possibili domande dei coloni dall’interno stesso.

Smantellare la narrativa di Stato di Israele, in modo democratico

Alla luce del dilemma che B’Tselem ha inflitto a influenti fonti mediatiche, che posto assegna Israele alla democrazia all'interno della sua struttura di colonia di insediamento e apartheid? Inoltre, quanto sono stati democratici i media quando hanno scelto quali definizioni di apartheid riferire?

Emulando la posizione delle Nazioni Unite, i media mainstream sono stati esitanti , o riluttanti, a concedere ai palestinesi ampio spazio per articolare la loro esperienza di apartheid. All'interno del contesto imposto ai palestinesi, quindi, la democrazia è una struttura politica alla quale ci si aspetta che i palestinesi - la popolazione colonizzata - si attengano, anche quando vivono sotto un governo non democratico.

Con l'ONU ed i media che offrono il loro sostegno implicito, le voci palestinesi sono rimaste sottomesse alla narrativa costruita e scorretta della democrazia israeliana.

Tali parametri rendono la democrazia esclusiva e ostracizzante. Si può dire che l'ONU usa i pilastri della democrazia come strumenti di sottomissione, allo stesso modo in cui Israele si è appropriato della narrativa democratica per mascherare la sua violenza coloniale. Con l'ONU e i media che offrono il loro supporto implicito, le voci palestinesi sono rimaste sottomesse alla narrativa costruita e scorretta della democrazia israeliana, mentre i loro tentativi di rispettare i parametri democratici sono stati sabotati dalle alleanze antidemocratiche che chiudono un occhio sulle violazioni dei diritti umani.

Se, come riportato dalla CNN, B'Tselem non lascia alcuna via alle mezze verità riguardo alle pratiche coloniali e di apartheid di Israele, mentre Israele ed i suoi sostenitori non hanno alcuna difesa o giustificazione per il suo trinceramento contro il popolo palestinese, c'è più di un semplice difetto in questa narrativa di stato israeliana. Il silenzio assordante, sia tattico per distogliere l'attenzione dei cittadini dalle accuse di apartheid, sia perché privo di contro-argomentazioni, apre il dibattito sulla discriminazione sistematica che differenzia gli israeliani dai palestinesi. Più significativo è che le narrazioni inventate dallo stato israeliano sono finite contro un muro, con il potenziale per svelare ed esporre la verità, se la pressione all'interno di Israele prima di tutto rimarrà costante.

https://insidearabia.com/the-conflicting-faces-of-media-accounts-of-israeli-apartheid/

Traduzione a cura di Associazione di Amicizia Italo-Palestinese