Il rifiuto israeliano degli ebrei ugandesi evidenzia un problema più grande di supremazia etnica

Il modo in cui certa sinistra si indigna per il razzismo contro i neri in Israele, ma senza riconoscere il razzismo intrinseco del sionismo, è un triste promemoria di quanto lavoro resti da fare

di Nada Elia

29.01.2021, Middle East Eye

Dopo il recente annuncio del ministero degli Interni israeliano, secondo cui i membri della comunità ebraica dell'Uganda non possono immigrare in Israele, molti israeliani progressisti ed ebrei della diaspora hanno denunciato questa decisione come razzista.

Ovviamente lo è; il razzismo è una caratteristica distintiva del sionismo, il quale privilegia un gruppo etnico rispetto agli altri. La decisione è anche in linea con il virulento razzismo contri i neri che infuria in Israele, eguagliato o superato nel paese solo dal razzismo contro i palestinesi.

È ancora più importante notare che la decisione conferma che non tutti gli ebrei che desiderano diventare israeliani stanno "tornando" nella loro patria ancestrale.

Una bandiera israeliana sventola davanti alla Città Vecchia di Gerusalemme nel 2017 (AFP)

In questo caso, gli ebrei ugandesi di Abayudaya non affermano di avere radici nella Palestina storica: hanno iniziato a convertirsi formalmente al giudaismo solo circa due decenni fa. La decisione del ministero degli Interni di negare loro il diritto all'immigrazione non si basa sul fatto che si siano convertiti in tempi recenti, ma piuttosto sul fatto che non costituirebbero una "comunità ebraica riconosciuta" - un tecnicismo. In altre parole, se ti converti al giudaismo in un modo accettabile per Israele, puoi rivendicare il "ritorno". Se ti converti in "stile ugandese", può darsi che non ti sia permesso. Fare "aliya" non riguarda l'ascendenza, le radici e il ritorno; si tratta di essere "accettabile" per l'élite politica di Israele. Quello che trovo intrigante, ma anche piuttosto rivelatore, del latente sionismo che ancora pervade anche alcuni dei circoli ebraici più progressisti è il fatto che esprimano indignazione all'idea che a chiunque sia ebreo venga negato il diritto di rivendicare la cittadinanza israeliana.

Un post su Facebook dell'organizzazione "Jewish Voice for Peace" (JVP) include una citazione da un articolo di Haaretz, che afferma: "L'idea che il ministro degli Interni israeliano dovrebbe avere il potere di respingere la legittimità delle comunità ebraiche della diaspora [...] è, oltre che offensiva, contraria ai criteri stabiliti dal suo stesso ministero". Al post seguono molti commenti indignati sul razzismo contro i neri dei politici israeliani, senza tuttavia mettere in discussione il presunto diritto di nascita di tutti gli ebrei della diaspora ad immigrare in Israele.

L'articolo di Haaretz sottolinea il fatto che la decisione del ministero degli Interni "potrebbe avere gravi ripercussioni sulle 'comunità ebraiche emergenti' nel mondo". Il termine "emergenti" si riferisce alle comunità che si sono recentemente convertite al giudaismo, non a quelle discendenti da ebrei le cui origini sono nella Palestina storica.

 

Razzismo incorreggibile

I commentatori del post di JVP non sono necessariamente membri dell'organizzazione, ma si può presumere dal tono dei loro commenti che si considerino antirazzisti. Tuttavia, il fatto che un giornale di sinistra come Haaretz si preoccupi delle prerogative dell'immigrazione dei recenti convertiti al giudaismo rivela l'innegabile razzismo dei sionisti liberali.

Altri commentatori sui social media hanno sottolineato più sobriamente che durante i raduni della supremazia bianca negli Stati Uniti solo due bandiere nazionali sono state sventolate dalla folla: le stelle e strisce americane e la stella di David di Israele. I suprematisti bianchi amano lo sfacciato etno-nazionalismo di Israele.

Al contrario, la bandiera palestinese appare spesso nelle proteste per i diritti degli indigeni e nelle marce "Black Lives Matter". Sia la "Red Nation" che il "Movement for Black Lives", una coalizione di oltre 50 organizzazioni guidate da afroamericani, hanno appoggiato il movimento BDS (boicottaggio, disinvestimento e sanzioni).

Così come ha fatto JVP, che ha ufficialmente rinnegato il sionismo nel 2019. Ma rimane chiaro che alcuni dei suoi seguaci sono rimasti affezionati all'idea che a tutti gli ebrei dovrebbe essere concessa la residenza in Israele, se lo desiderano, in quanto patria spirituale del giudaismo. Poiché la Palestina è anche il luogo di nascita del cristianesimo, immagino che noi palestinesi dovremmo considerarci fortunati del fatto che non tutti i cristiani del mondo si aspettino di avere il diritto di fare i bagagli e diventare i nostri nuovi colonizzatori.

 

Denunciare l'apartheid israeliano

Il razzismo dei progressisti è evidente anche nell'attenzione data al recente rapporto di B’Tselem che denuncia Israele come un regime di apartheid, quando i palestinesi hanno detto la stessa cosa per decenni e per questo sono spesso stati accusati di razzismo. Come scrive l'accademica Lana Tatour, il rapporto è stato definito un evento "spartiacque" - ma per i palestinesi non era affatto una novità.

E non è sufficiente denunciare l'apartheid israeliano e specifici episodi di razzismo israeliano; Israele nel suo insieme deve essere riconosciuto come un prodotto del colonialismo, che di per sé è razzismo.

I progressi che abbiamo fatto sono stati terribilmente lenti e l'indignazione dei progressisti per il razzismo contro i neri in Israele, ma senza riconoscere il razzismo intrinseco del sionismo, è un triste promemoria di quanto lavoro resti da fare prima che il mondo arrivi a riconoscere che Israele è fondamentalmente uno stato razzista.

Tuttavia, ci sono motivi di essere cautamente ottimisti. Come ha osservato, fra molti altri, l'esperto giornalista Jonathan Cook: "Israele sta perdendo la battaglia per oscurare il suo carattere di apartheid". Le denunce del razzismo di Israele stanno diventando un luogo comune, per quanto siano imperfette e incoerenti.

E anche se il presidente degli Stati Uniti Joe Biden è un sionista dichiarato che potrebbe non voler annullare alcuni degli atti più eclatanti dell'amministrazione Trump, come il trasferimento dell'ambasciata degli Stati Uniti a Gerusalemme, gli ordini esecutivi che ha emesso immediatamente dopo l'insediamento sono chiare indicazioni della sua consapevolezza delle richieste dei progressisti.

Un nuovo grido di battaglia

Come spiega l'editorialista Liza Featherstone, gli ordini esecutivi "sorprendentemente progressisti" di Biden devono essere accreditati alla sinistra organizzata. Non sono gli impulsi dell'uomo "deprimentemente conservatore" che è diventato il 46esimo presidente solo perché un numero significativo di americani aveva bisogno di cacciare Trump.

La sinistra organizzata deve ora denunciare la logica stessa del sionismo, e non solo i suoi episodi occasionalmente flagranti di razzismo. La decolonizzazione della Palestina e il diritto al ritorno palestinese - un diritto, non una "legge" ideata da uno stato razzista per privilegiare il suo popolo eletto - devono diventare il grido di battaglia dei progressisti.

Nada Elia insegna all'American Cultural Studies Program presso la Western Washington University e sta attualmente completando un libro sull'attivismo della diaspora palestinese.

 

Traduzione a cura dell'Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus, Firenze