Signor Blinken, le nostre storie familiari si assomigliano

Una lettera aperta ad Antony Blinken, designato alla carica di segretario di stato (equivalente al ministro degli esteri, ndt) dal presidente degli Stati Uniti Joe Biden. Nell'accettare la sua nomina, Blinken ha ricordato il suo patrigno Samuel Pisar, che fra i 900 bambini della sua scuola di Bialystok, in Polonia, fu l'unico a sopravvivere all'Olocausto, dopo aver passato quattro anni nei campi di concentramento. Ha poi ricordato la fuga di Pisar da una marcia della morte nella Germania nazista, e il suo salvataggio da parte di un soldato americano nero. Poco prima di essere sollevato su un carro armato, Pisar "cadde in ginocchio e disse le uniche tre parole che conosceva in inglese, imparate da sua madre prima della guerra: 'God bless America' (Dio benedica l'America)". (Da questa storia non risulta sorprendente che Blinken abbia detto ai senatori, durante la sua audizione di conferma, di non avere intenzione di riportare l'ambasciata degli Stati Uniti a Tel Aviv da Gerusalemme, affermando che gli Stati Uniti riconoscono Gerusalemme come capitale di Israele.)

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  di Mona AlMsaddar

 

 

20.01.2021, WeAreNotNumbers.org

Caro signor Blinken,

credo che le persone rinascano attraverso la loro sofferenza. Sviluppano un maggiore apprezzamento per ciò che serve a sopravvivere e imparano a trovare la felicità anche nei momenti più banali, perché ne conoscono il valore.

Seguo le notizie e, quando lei è stato nominato, volevo saperne di più sul suo passato e sui motivi delle sue convinzioni. Perché, se sarà confermato dal Senato degli Stati Uniti, lei avrà molta influenza sulla mia vita. Lei, più di quasi ogni altro funzionario americano, guiderà le relazioni del suo paese sia con Israele, che controlla la mia casa, sia con i palestinesi, che vivono sotto il suo giogo. Mi sono commossa e addolorata leggendo la storia del suo patrigno durante la seconda guerra mondiale. Sono profondamente dispiaciuta per il terrore e le perdite che ha vissuto come unico sopravvissuto tra i 900 bambini della sua scuola a Bialystok, in Polonia. Per poi fuggire da una delle famigerate "marce della morte" di Hitler! Rabbrividisco al solo pensiero.

Ogni tragedia è unica. Ma leggere dell'esilio forzato del suo patrigno mi fa venire in mente i miei nonni materni e la loro deportazione a causa della creazione di Israele nel 1948. Noi la chiamiamo Nakba (catastrofe). Come il suo patrigno, i miei nonni sono stati costretti a lasciare la loro casa a causa della loro razza e della loro religione.

Il padre di mia madre, Ahmad, all'epoca aveva solo 12 anni. Suo fratello Ibrahim aveva 15 anni e sua sorella solo 7 anni. La loro famiglia viveva a Faja, un piccolo villaggio vicino a Jaffa nell'attuale Israele. Oggi non esiste. È stato fuso nella città israeliana di Petah Tikva, che non mi è permesso visitare. Il blocco israeliano mi impedisce di lasciare Gaza, tanto meno di entrare nella terra che la famiglia dei miei nonni ha chiamato casa per secoli.

Il mio bisnonno, Mohammad, era un uomo molto alto con gli occhi verdi come un limone non ancora maturo. Aveva una zona calva al centro della testa, quindi si pettinava i capelli per coprirli, ma in modo attraente. Era l'unico a Faja a possedere una bicicletta. La usava con la sua amata moglie Fatima, seduta sulle sue ginocchia. Sono cresciuti in una società conservatrice, ma lui, con discrezione, si innamorò di lei. Erano cugini e lui l'aspettava quando andava a prendere l'acqua, ammirandola da lontano. Più tardi, quando si sono fidanzati e poi sposati, hanno lavorato insieme negli aranceti.

Quella serena esistenza terminò nel 1947, quando le bande israeliane aprirono il fuoco contro il caffè del villaggio e le persone sedute al suo interno. Tutti si preoccuparono per quello che sarebbe potuto accadere. Ma nessuno avrebbe mai immaginato che sarebbero stati costretti a fuggire dal loro dolce villaggio e che non sarebbero più tornati!

Posso visualizzare la loro fuga forzata nei miei sogni notturni, sulla base delle storie raccontate dai miei nonni. Erano solo bambini, come il suo patrigno, signor Blinken. Correvano sotto la minaccia dei bombardamenti e arrancavano in lunghe marce da un villaggio all'altro, dormendo in tende, senza sapere cosa avrebbero mangiato o bevuto il giorno successivo. I miei bisnonni erano convinti che il loro esilio sarebbe stato solo temporaneo, ma mio nonno e i suoi fratelli avevano nostalgia di casa sin dal primo giorno. Ancora oggi, guardandoli negli occhi, riesco quasi a vedere Faja, che aspetta lì con i suoi aranci.

Il mio bisnonno amava giocare a siga [un antico gioco egiziano simile agli scacchi] con i suoi amici sotto l'albero di eucalipto rosso. Più tardi, come rifugiato nella città di Rafah, a Gaza, lui e uno dei suoi amici hanno continuato a giocare per anni e anni, finché il suo vecchio amico non è morto. Era il loro modo di ricordare il villaggio di origine.

Nel 1977 il mio bisnonno riuscì a visitare Faja, o meglio la sua versione demolita, con i suoi nipoti, compresa mia madre! La scuola frequentata da suo figlio Ahmad (mio nonno) era scomparsa. Così come il parco giochi del villaggio. L'unica cosa che riconobbero della Faja che conoscevano era il suo solitario albero di eucalipto, che immaginavano fosse riuscito a sopravvivere aspettando che i suoi giovani amici tornassero a giocare a siga sotto la sua chioma. Mia madre, Aysha, mi ha raccontato che quando suo padre vide l'albero, si sedette sotto i suoi rami e si mise a piangere! Avrebbe voluto restare lì per sempre, ma non poteva perché il suo permesso israeliano stava per scadere. Il permesso accordato per tornare nella terra di proprietà della sua famiglia era valido solo per una volta e per poche ore!

Posso chiederle di mettersi nei nostri panni? Chiuda gli occhi e immagini di voler tornare nella casa dei suoi nonni. Ma l'ufficiale all'aeroporto non le permette di farlo. Oppure, nella migliore delle ipotesi, le permettono di andarci solo per poche ore. E se si trattiene oltre il limite, verrà punito, probabilmente sbattuto in prigione. Come si sentirebbe? Dire che ho il cuore a pezzi non è abbastanza per descrivere quello che provo ogni giorno.

Sono una ragazza palestinese di 25 anni mezzo rifugiata (la famiglia di mio padre è originaria di qui), a cui non è mai stato permesso di lasciare il campo di concentramento di Gaza. Ora lei penserà che sia eccessivo chiamarlo così, ma ci rifletta: non siamo autorizzati ad avere un porto o un aeroporto, possiamo partire solo via terra se ci viene concesso un raro permesso. Tutti gli aeroplani che conosco sono droni o aerei da guerra. So persino distinguere un F16 da un F35. Mentre le scrivo questo, il boato dei bombardamenti risuona nel mio cuore. Non ci è permesso di guadagnarci da vivere con le esportazioni. Riceviamo elettricità solo dalle quattro alle otto ore al giorno a causa della scarsità di carburante e la maggior parte della nostra acqua non è potabile perché non possiamo ricostruire i nostri impianti di trattamento dei rifiuti.

La nostra Nakba non è stata limitata al 1948. Continua ogni giorno che siamo costretti a vivere in queste condizioni. Quindi, per favore, signor Blinken, quando delibererà su politiche relative a Israele e palestinesi nei prossimi mesi, si ricordi della mia famiglia. Stiamo cercando così duramente di vivere e sopravvivere. Venga a trovarci per vedere con i suoi occhi. Potrà essere nostro ospite. E magari possiamo anche insegnarle a giocare a siga.

Con sincerità e speranza,

Mona AlMsaddar
Un'altra sopravvissuta alla guerra

 

Traduzione a cura dell'Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus, Firenze