Un sogno febbrile di qualche dittatore

Per i firmatari degli "accordi di Abramo", pace significa schiacciare le libertà delle persone per sbloccare scambi senza limiti di armi e tecnologia.

Di Karim Kattan

+972, 17.09.2020

Martedì, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ospitato una cerimonia in pompa magna per la firma dei cosiddetti accordi di pace tra Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrein. Con sorrisi compiaciuti stampati sui loro volti, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, il ministro degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti Sheikh Abdullah bin Zayed Al Nahyan e il ministro degli Esteri del Bahrain Abdullatif Al Zayani hanno salutato insieme l'alba di un nuovo periodo nella regione. Secondo gli "accordi di Abramo", dal titolo poetico, i suddetti capi di stato e i loro rappresentanti lavoreranno insieme per realizzare un Medio Oriente "stabile, pacifico e prospero".

Pace e prosperità, pronunciate nello stesso respiro come se fossero un unico termine, sono state infatti le parole chiave della cerimonia e del processo, durato anni, guidato dal consigliere senior e genero di Trump, Jared Kushner. Kushner non è un mediatore neutrale: siede nel consiglio della fondazione dei suoi genitori, che ha finanziato programmi nell'insediamento israeliano di Beit El.

Molto è stato detto su questo presunto trattato di pace. È principalmente un riallineamento strategico di questi paesi contro l'Iran e un progetto per aumentare l'autoritarismo nella regione, che segue decenni di relazioni clandestine e condivisione di informazioni tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti.

Eppure gli accordi rimangono una finzione: il sogno febbrile di qualche dittatore. Nel documento di sette pagine vengono ripetutamente menzionate questioni di vasta portata come gli usi pacifici dello spazio, ma è a malapena citata la Palestina. Appare solo come metà di un famigerato aggettivo, quando il testo si riferisce al cosiddetto conflitto israelo-palestinese.

Il resto dell'accordo suona come una proposta commerciale per la cooperazione tra teocrazie accelerazioniste che credono nella colonizzazione di Marte e nella storicità di Abramo, ma certamente non nel diritto dei palestinesi all'autodeterminazione, alla libertà o alla dignità. Questa cancellazione è un tentativo di accelerare la scomparsa dei palestinesi come entità politica, territoriale e nazionale.

Nel testo, un personaggio ruba le luci della ribalta: è proprio il patriarca Abramo, a cui ci si riferisce come se fosse realmente esistito, e il cui seme generoso ha generato tutti i presenti alla cerimonia. "Le Parti si impegnano a promuovere la comprensione reciproca, il rispetto, la coesistenza e una cultura di pace tra le loro società nello spirito del loro antenato comune, Abramo", si legge nel documento, come se la pace potesse verificarsi solo tra coloro che condividono un'ascendenza comune . Basta questo a svelare la visione, brutalmente ed esclusivamente etnocentrica, dei firmatari di come dovrebbe essere un mondo giusto.

U.S. Presidential Adviser Jared Kushner seen ahead of his departure with U.S.-Israeli delegation from Tel Aviv to Abu Dhabi, at the Ben-Gurion Airport near Tel Aviv, August 31, 2020. (Tomer Neuberg/Flash90
Il consigliere presidenziale degli Stati Uniti Jared Kushner in partenza con la delegazione USA-Israele da Tel Aviv ad Abu Dhabi, all'aeroporto Ben-Gurion vicino a Tel Aviv, il 31 agosto 2020 (Tomer Neuberg / Flash90)

Questa non sarebbe la prima volta che Abramo viene utilizzato come simbolo ecumenico. È una strategia insulsa ma efficiente che richiede di espungere il testo biblico dai suoi elementi più oscuri e di appiattire i bordi brutti e frastagliati delle nostre realtà geopolitiche.

Secondo varie fonti religiose, Abramo lasciò la sua patria per diventare un forestiero in una terra che gli era stata promessa da un dio. Nelle sue interpretazioni più brillanti, la storia di Abramo è quella dell'esilio che si fonde in una promessa; dell'appartenenza che sboccia nel divenire; di identità scheletriche che si arrendono a futuri di sfide e vibrazioni. Ma in quelle più oscure, Abramo è l'incarnazione del dogma religioso e dell'oscurantismo; del patriarcato e della schiavitù; della violenza inflitta a bambini innocenti a causa della fede cieca; del primo colonizzatore, che lascia la terra dei suoi padri per stabilirsi sulla terra di qualcun altro. In breve, tutto ciò in cui credono e prosperano i regimi oppressivi che hanno firmato gli accordi.

Martedì ci è stato offerto lo spettacolo di estremisti religiosi che firmano un manifesto futurista per fanatici. Gli estremisti religiosi, per definizione, tentano di costringere il mondo a conformarsi alle loro convinzioni, spesso distorcendo il linguaggio e ricorrendo alla violenza. Gli accordi di Abramo sostengono così una visione del mondo etnoreligiosa, secondo la quale - anche se senza prove verificabili - il popolo ebraico discenderebbe da Isacco e quello arabo da Ismaele, fratellastri ora riuniti dopo secoli di allontanamento, grazie agli sforzi dell'imprenditore immobiliare Jared Kushner e del magnate Donald Trump.

Un mondo nettamente diviso in etnie e religioni ben definite (che, in questo testo, sono la stessa cosa) piacerà sicuramente alla base evangelica filo-israeliana di Trump e agli elettori di destra di Netanyahu. È una versione aggiornata dell'estremismo, arricchita da discorsi di tecnologia pionieristica e tecno-ottimismo per adattarsi alle città-stato dittatoriali del Golfo e allo sfrenato colonialismo della società israeliana, senza scuotere le rispettive basi di identitarismo religioso e di politica di esclusione.

Qui, come spesso accade con gli estremisti religiosi, la fede organizzata è una componente essenziale e coercitiva dell'identità, piuttosto che una serie di atti e credenze che possono essere reinventati, arricchiti e liberatori. Qui, proprio come in Israele e nella maggior parte degli stati del Golfo, non c'è posto per chi esiste in spazi liminali e per quelli che si definiscono in modo un poco più complicato. Nel panorama infernale di estrema destra disegnato da questo nuovo asse, non c'è posto per gli ebrei arabi, nella loro diversità, o per gli arabi cristiani, o per i musulmani che non sono arabi, o per gli agnostici, o per qualsiasi altra possibile combinazione di fede, mancanza di fede e comunità che prosperano nella nostra regione.

Palestinians protest against the deal between Israel and the UAE in the village of Haris, near the West Bank city of Nablus, August 14, 2020. (Nasser Ishtayeh/Flash90)
Proteste palestinesi contro l'accordo tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti nel villaggio di Haris, vicino alla città di Nablus in Cisgiordania, il 14 agosto 2020 (Nasser Ishtayeh / Flash90)
 

Non bisogna lasciarsi ingannare dal pensare che il grande scandalo del 15 settembre sia stata la normalizzazione delle relazioni tra Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Israele. Si cadrebbe nella trappola del panarabismo, i cui fallimenti e crimini non hanno più bisogno di dimostrazioni. Aspettarsi che gli oppressivi regimi del Golfo avrebbero sostenuto i diritti dei palestinesi era una volontaria ingenuità. Gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein non hanno tradito la Palestina, né ci hanno pugnalato alle spalle. Non sono mai stati nostri alleati. Proprio come Israele, sono stati costruiti sui cadaveri e attraverso il lavoro dei palestinesi e di altri gruppi oppressi.

Gli accordi di Abramo sono un'alleanza di repressione. Ciò che è stato firmato è una visione del mondo condivisa, violenta, oscura e tribale, dove la pace non può essere qualcosa che ribalta e modifica il futuro. Pace, per i firmatari di questi accordi, significa schiacciare le voci del popolo. È semplicemente un sinonimo di "sblocco" (la parola preferita del trattato, come anche dell' "accordo del secolo" di Trump) del potenziale per scambi liberi e senza restrizioni di tecnologia, finanza e armi.

La Palestina, sfortunato danno collaterale di questi accordi, rappresenta un futuro ribelle e pericoloso. Questo, al di là di ogni altra pretesa ideologica, è il motivo per cui è stata messa ai margini di questo testo e dei loro mondi.

 

Karim Kattan è uno scrittore e studente di dottorato basato a Betlemme. La sua prima raccolta di racconti, "Préliminaires pour un verger futur", è stata pubblicata nel 2017.

 

Traduzione a cura dell'Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus, Firenze