Bernardo Valli si dimette da Repubblica in disaccordo con la deriva filo-Netanyahu

A 90 anni il grande giornalista senza clamori o smanie di protagonismo ha annunciato il suo addio. L’età non c’entra niente. C’entra, eccome se c’entra, il suo, il “nostro” Medio Oriente.

di Umberto De Giovannangeli
Globalist, 17.09.2020

Il tempo che passa non fa piegare la schiena a chi per tutta la sua lunga e ardimentosa vita umana e professionale, quella schiena l’ha sempre mantenuta diritta.

Tranquilli, questo scritto non vuole essere un “coccodrillo” in vita di un novantenne sempre con la valigia in mano, pronto a raccontare sul campo, come ha fatto per oltre mezzo secolo, una guerra, una rivoluzione, un evento che accade nel mondo. Sì, lo confesso, per chi scrive Bernardo Valli è un maestro, inarrivabile. Ho avuto modo di conoscerlo in quel Medio Oriente attraversato da dolore e speranze, da conflitti e tentativi di pace: a Gerusalemme, a Gaza, a Beirut, a Il Cairo, ad Amman, a Baghdad, a Damasco, quando la Siria era ancora in piedi. Sempre disponibile con i colleghi più giovani, non è uno che se la tirava. Ed era sempre sul campo, lui non ha mai fatto parte della schiera degli “inviati di hotel”, quelli che raccontavano le guerre dal comodo di una confortevole stanza di un albergo a cinque stelle. I suoi reportage vanno letti e riletti, soprattutto dai giovani che si affacciano a questo mestiere, perché contengono due lezioni fondamentali. La prima: non esiste un giornalismo “oggettivo”, la notizia separata dall’opinione è una delle più grandi minchiate propagandate per verità. Senza un punto di vista, non esisti. Non esiste un buon articolo, non esiste passione, il prodotto che esce è freddo, cadaverico. Ma avere un punto di vista, ecco la seconda lezione di Bernardo, non significa cercare sul campo solo chi quel punto di vista lo confermi, lo rafforzi. Lo assolutizzi. Se l’”oggettività” è una panzana, non lo è affatto dar conto al lettore di una realtà a 360 gradi, dentro la quale si muovono, agiscono, persone, movimenti, fazioni, partiti portatori di visioni e di istanze opposte.
In medio Oriente è stato così, è così.
Ora, a 90 anni, Bernardo Valli, senza clamori o smanie di protagonismo mediatico, ha annunciato le sue dimissioni da Repubblica. L’età non c’entra niente. C’entra, eccome se c’entra, il suo, il “nostro” Medio Oriente. E c’entra, soprattutto, un paese che Valli conosce come le sue tasche, e che è molto caro all’attuale direttore del giornale fondato da Eugenio Scalfari, del quale Valli è stato uno dei pionieri, assieme a grandi giornalisti come Giorgio Bocca, Sandro Viola, purtroppo scomparsi. 

Quel paese è Israele. Voci, non di corridoio ma serie, attendibili e qui mi fermo, sussurrano che alla base di questo divorzio professionale, vi sia proprio il disaccordo con la linea di Maurizio Molinari sul Medio Oriente. A maggio Leonardo Coen, anche lui profondo conoscitore di quella parte di mondo, già firma di Repubblica, ha scritto sul suo profilo social “Possibile che Scalfari non se ne renda conto? Gliel’avranno riferito che recentemente il direttore Molinari ha chiesto a Bernardo Valli di modificare qualcosa nel suo pezzo e che l’anziano ma ancora baldanzoso Bernardo ha minacciato di dimettersi?”. Era un pezzo su Medio Oriente.


E qui una vicenda personale s’intreccia inevitabilmente con un tema più generale, di linea editoriale. Diciamolo senza giri di parole, come piacerebbe a Valli: la Repubblica di Molinari su Israele sembra l’edizione italiana del Jerusalem Post, autorevole giornale israeliano, su questo non ci piove, ma apertamente schierato a destra. Per l’attuale direttore del quotidiano di Largo Fiochetti, Haaretz, il giornale progressista di Tel Aviv, può apparire un foglio filo Hamas, e firme storiche come Gideon Levy e Amira Hass dei pericolosi anti-sionisti. Senza farne ina questione di persone, ma cosa si può dire di un direttore, e di una proprietà, che senza batter ciglio incassano le dimissioni di chi, solo cinque mesi fa, Repubblica ha definito “il più grande reporter italiano della seconda metà del Novecento”, e promuove a collaboratrice corrispondente da Gerusalemme Sharon Nizza, ex candidata del Pdl alla Camera dei deputati e prima collaboratrice in Parlamento di Fiamma Nirenstein, anche lei molto vicina, per usare un eufemismo, al governo Netanyahu?


Chi scrive, occupandosi da oltre trent’anni di vicende mediorientali, e avuto l’onore di avere tra i suoi direttori un grande giornalista, non certo filo-Hamas, come Furio Colombo, ha imparato che nell’eterno conflitto israelo-palestinese, il Torto non sta tutto da una parte sola e la Ragione dall’altra. A scontrarsi non sono il Bene contro il Male, ma due diritti ugualmente fondati: il diritto alla sicurezza Per Israele, e il diritto dei Palestinesi a uno Stato indipendente, con la piena sovranità su tutto il suo territorio nazionale, con il controllo dei confini e Gerusalemme Est come capitale. Quello che è contemplato da due risoluzioni delle Nazioni Unite.  Niente di più, niente di meno. Ma le ragioni dei Palestinesi sembrano smarrirsi nel nuovo corso del giornale di Molinari. Smarrirsi fino a scomparire. Si può essere di parte ma non cancellare l’esistenza dell’altro, annullandone le ragioni, percependolo, e facendolo raccontare, solo e sempre come una minaccia alla pace e alla sicurezza d’Israele.


Scriveva su Repubblica, un grande di quel giornale, un maestro come era Sandro Viola. Nella mia vita, cito a memoria l’incipit di un suo pezzo, ho scritto innumerevoli articoli raccontando conflitti in ogni parte del mondo. Articoli più o meno riusciti. Ma solo quando scrivo del conflitto israelo-palestinese e di Israele in particolare, sono sicuro che il giorno dopo sulla mia scrivania e su quella del direttore, sarebbero piovute lettere o mail di critica. Viola, a quelle critiche aveva fatto il callo, così come ai vergognosi attacchi di siti ultrà israeliani di casa nostra giunti fino allo spregevole punto di affermare alla sua morte, un antisionista in meno... aggiungendo, macabramente, e ora auguriamo lunga vita a Bernardo Valli. 


Viola non ne era rimasto tramortito o condizionato. E così Bernardo Valli. Conoscendolo un po’, immagino quanto gli sia costato scrivere quelle poche righe in cui annunciava il suo addio al giornale. Forse le righe più sofferte delle migliaia che ha scritto da ogni angolo del mondo. Ma dentro quelle righe c’è tutta una vita a “schiena diritta”, di chi non ha mai scritto sotto comando o dettatura. Si dice che la politica estera non fa vendere copie. Purtroppo è così. Ma dà autorevolezza, prestigio, e fa di un “grosso” giornale un grande giornale. Senza Valli, Repubblica non perde solo una grande firma. Perde autorevolezza e credibilità.