L'omicidio non è il solo crimine commesso in questa città beduina

di Gideon Levy

Haaretz, 10.09.2020

Nota della redazione: l'articolo di Gideon Levy si riferisce alla vicenda di Yakub Abu al-Kiyan, ucciso in quello che la stampa e il governo israeliano descrissero come un attacco terroristico in cui era rimasto ucciso anche un poliziotto israeliano, durante la demolizione di un villaggio beduino nel Negev, in Israele, e la deportazione dei suoi abitanti nel gennaio del 2017. Un'indagine dello Shin Beth chiarì poi che Yakub era stato colpito dal fuoco israeliano prima di perdere il controllo della sua auto, che investì poi il poliziotto. Dopo oltre tre anni, il primo ministro Nethanyahu si è finalmente scusato con la famiglia riconoscendo l'errore

L'omicidio di Yakub Abu al-Kiyan non è stato l'unico crimine commesso dallo Stato di Israele contro il suo villaggio di Umm al-Hiran, e potrebbe non essere nemmeno il peggiore. Ovviamente ammazzare è ammazzare. Abu al-Kiyan, un insegnante di matematica molto amato e il primo beduino ad ottenere un dottorato in chimica, è stato giustiziato da poliziotti incitati alla violenza che hanno avuto troppa fretta di premere il grilletto, e che lo hanno anche lasciato morire dissanguato senza dargli l'assistenza medica che avrebbe potuto salvarlo.
Ma chiunque pensi che questo sia l'ultimo dei crimini di Israele contro Umm al-Hiran si illude. Le vuote scuse del primo ministro Benjamin Netanyahu non sono niente rispetto alla serie di scuse che Israele deve alla gente di questo villaggio.

Le immagini scioccanti delal scena dell'omicidio e la distruzione compiuta restano impresse nella mente: Raba al-Kiyan, una donna magra vestita di nero, che vaga tra le rovine della sua casa in silenzio, lo sguardo fisso a terra. Suo nipote, studente di medicina in Moldavia, spiega che è così che sta rivivendo i suoi ultimi momenti con suo marito.
Allo stesso tempo, nella vicina città di Hura, una seconda vedova è in lutto: la dottoressa Amal al-Kiyan. Aveva sposato Yakub dopo la morte del marito, poiché la tradizione beduina l'aveva obbligata a sposare suo fratello. All'età di 24 anni insegnava già al Kaye Academic College of Education di Be'er Sheva. Quando le abbiamo fatto una telefonata di condoglianze abbiamo saputo che aveva conseguito un dottorato in istruzione presso l'Università Ben-Gurion.
Le due vedove e l'intero villaggio erano sotto shock. Un addetto alla stazione di servizio a Hura ci ha detto quanto ammirasse il suo insegnante di matematica alla Yitzhak Rabin High School. Il ministro della Pubblica Sicurezza Gilad Erdan (non dimenticate questo nome), il commissario di polizia Roni Alsheich e molti altri facevano a gara a chi potesse infangare di più l'insegnante.

Suo cognato ha detto che Yakub aveva messo il suo personal computer e altri oggetti nella sua jeep - quella usata nel presunto attacco "terroristico" - per salvarli dalla demolizione della sua casa. Non è così che un terrorista lascia la sua casa prima di un attacco. Pochi giorni prima, quando aveva visto operai iniziare a lavorare alla costruzione della città ebraica di Hiran, quella che doveva sorgere sulle rovine del suo villaggio, aveva detto alla sua famiglia: "Lasciateli fare il loro lavoro". Era quello lo "spregevole terrorista", come lo chiamavano il commissario di polizia e il ministro?
Quando Alex Levac ed io siamo stati a Umm al-Hiran dopo l'uccisione e la demolizione del villaggio, non abbiamo avuto bisogno di un comitato investigativo, e certamente non di tre anni di bugie e insulti né del rapporto tendenzioso di Amit Segal per sapere che l'insegnante, Yakub, era innocente di fronte a tutte le accuse e che la sua uccisione è stata un crimine odioso. All'epoca sapevamo che il suo veicolo si stava muovendo lentamente lungo la strada sterrata di casa sua quando gli hanno sparato. In nessuna comunità ebraica la polizia avrebbe sparato a un'auto che procedeva lentamente, e di certo non avrebbe lasciato che il suo autista morisse dissanguato in quel modo disumano riservato agli arabi sanguinanti.

Ma questa vicenda è iniziata ben prima dell'alba del 18 gennaio 2017. Israele aveva deciso di distruggere una comunità che esso stesso aveva creato, dopo aver ricollocato lì i residenti che aveva espulso dalle loro terre nel 1956, per tenerli lontani da un kibbutz. Ora li stanno espellendo di nuovo per costruire una comunità per ebrei sionisti religiosi. Il giudice Elyakim Rubinstein, e altri giudici prima di lui, hanno respinto tutti i ricorsi. "I residenti di Umm al-Hiran non hanno diritto al luogo", ha dichiarato Rubinstein, un giudice della Corte Suprema, il faro della giustizia in Israele. Anche lui è complice.
Nessuno si è chiesto dove esattamente i beduini hanno diritti su questa terra, che è anche loro. La discarica di Abu Dis? La zona industriale inquinata di Ramat Hovav? Nessuno se lo è chiesto nel 1948 e nemmeno nel 1956. Adesso parliamo dell'anno 2017. Senza nessuna vergogna o imbarazzo, senza nemmeno invocare qualche scusa su motivi di sicurezza o qualche chiacchiera sionista: puro apartheid nel sovrano Israele. Il movente è "giudaizzare", un termine abominevole: sbarazzarsi dei beduini e costruire per gli ebrei.
Otto mesi dopo l'uccisione e le demolizioni, siamo tornati a Umm al-Hiran. Raba, con un timido sorriso, è venuta a salutarci dalla tenda che è diventata casa sua e dei suoi 10 figli. Le rovine inzuppate del sangue di suo marito giacevano ancora lì, come un monumento al crimine.

 

Traduzione a cura dell'Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus, Firenze