Edward Said e la “festa della vittoria”

 http://zeitun.info/2020/07/23/la-lungimiranza-di-edward-said/

Nel loro appello per il BDS (Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni contro Israele, ndtr.) e  una democrazia laica nella Palestina storica, i palestinesi traggono ispirazione dal primo movimento anti-apartheid e dalle altre lotte contro il colonialismo da insediamento.

Haidar Eid

15 luglio 2020 –  Mondoweiss 

Fin dall’inizio della formazione della propria coscienza politica nel 1967, Edward Said si è imposto come uno degli intellettuali più significativi al mondo sul piano morale, dopo Jean Paul Sartre e Bertrand Russel. Come docente di letteratura e critica letteraria e figura spirituale di spicco nel panorama culturale palestinese, accanto a Ghassan Kanafani, Mahmoud Darwish e innumerevoli altri, è stato fondamentale nel fare della causa palestinese una delle cause morali predominanti del nostro tempo. Il suo impegno riguardo ai diritti umani fondamentali dei palestinesi gli ha conferito uno status di icona e di ispiratore.

Edward Said

Dopo che la leadership ufficiale dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina firmò i famigerati Accordi di Oslo nel 1993, Said iniziò a sostenere che era tempo che il popolo palestinese abbandonasse l’illusione della soluzione di due Stati e intraprendesse un approccio democratico, tale da garantire  i propri diritti fondamentali, cioè la libertà, l’uguaglianza e la giustizia.

Io mi sono ispirato a Edward Said poiché appartengo ad una generazione che non ha visto la Nakba. Si pensava che la mia generazione fosse rassegnata ad oltre 50 anni di occupazione militare e oltre 70 di spossessamento e apartheid. Ed ecco che arriva Edward Said, esponente della generazione della Nakba con una diversa visione del mondo, a dirci qualcosa di “nuovo”, o meglio a ricordare a noi e al mondo i fondamenti dei diritti umani – che i palestinesi meritano la libertà e l’autodeterminazione, come  tutti gli altri popoli del mondo. Said diceva che questo si può ottenere soltanto con una Palestina laica e democratica (anche se, devo ammettere, non era abbastanza chiaro riguardo alle differenze tra bi-nazionalismo e democrazia secolare come soluzione più auspicabile.) Secondo Said era questa la via d’uscita dal ginepraio creato dal sionismo occidentale nel cuore del mondo arabo.

Penso a Edward Said perché, dopo l’approvazione alla Knesset israeliana (parlamento) della legge razzista dello Stato-Nazione, dopo il cosiddetto “accordo del secolo” dell’amministrazione Trump, dopo la decisione colonialista di Israele di rubare un pezzo della Cisgiordania occupata e dopo il mortale e incessante assedio medievale della Striscia di Gaza, noi in Palestina abbiamo riesaminato molti dei “giudizi” dati per acquisiti!

Ho anche pensato a Aimé Cesaire, Frantz Fanon, Steve Biko, tra gli altri intellettuali attivisti anticolonialisti, riguardo al come essi avrebbero teorizzato la nostra situazione in un modo simile a quello che Edward Said ha fatto per noi.

Che cosa avrebbe detto lo stesso Said riguardo a ciò che io chiamo neo-nazionalismo palestinese? Uso questo termine per indicare tutto ciò che abbellisce l’occupazione, appoggia la normalizzazione e difende la soluzione razzista dei due Stati come la soluzione alla questione palestinese, nonostante il lampante fatto che essa nega i diritti a due terzi del popolo palestinese, cioè i rifugiati e i cittadini palestinesi di Israele. E’ incarnata al meglio negli Accordi di Oslo, che furono firmati dalla leadership di destra dell’OLP e sono sopravvissuti negli ultimi 20 anni con l’incoraggiamento e il sostegno dell’UE, dei regimi arabi ufficiali, degli USA e della Banca Mondiale che ha nominato uno dei suoi funzionari per la posizione di Primo Ministro dell’Autorità Nazionale Palestinese!

Said, e tutti gli altri eroi anticolonialisti menzionati prima, avrebbero formulato egregiamente le risposte da dare a coloro che pensano che non vi sia alternativa all’attuale letale status quo in Palestina – come se non ci fosse alternativa all’occupazione, alla colonizzazione e all’apartheid.   La mia defunta madre, che era analfabeta, lo ha sintetizzato eloquentemente nel 1993, l’anno in cui furono firmati i disastrosi Accordi di Oslo. Quando molta gente scese in strada per festeggiare l’accordo che “avrebbe portato la prosperità e trasformato Gaza nella Singapore del Medio Oriente”, lei ha semplicemente chiesto: questi accordi ci permetteranno di tornare a Zarnouqa? Intendeva il villaggio da cui lei e decine di migliaia di altri furono cacciati con la pulizia etnica delle milizie sioniste.

Di qui il nostro appello per il BDS e la democrazia laica nella Palestina storica. Ci ispiriamo al primo movimento anti-apartheid e alle altre lotte contro il colonialismo da insediamento, ed alle grandi idee di quegli intellettuali e, devo aggiungere, combattenti per la libertà. Il nostro slogan è Libertà, Giustizia ed Uguaglianza, o niente. E’ così che creiamo uno spazio dove, come disse Aimé Cesaire, “c’è posto per tutti alla festa della vittoria.”

Haidar Eid è professore associato di letteratura postcoloniale e postmoderna all’università al-Aqsa di Gaza. Ha scritto molto sul conflitto arabo-israeliano, compresi articoli pubblicati su Znet, Electronic Intifada, Palestine Chronicle e Open Democracy. Ha pubblicato saggi di studi culturali e letteratura su molte riviste, tra cui Nebula, Journal of American Studies in Turchia, Cultural Logic e Journal of Comparative Literature.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)