Il "campo della pace" israeliano rischia l'estinzione

di Jonathan Cook

The Electronic Intifada, 07.02.2020

Per il cosiddetto "campo della pace" di Israele, gli ultimi 12 mesi di elezioni politiche - e il 2 marzo è previsto un terzo scrutinio - sono stati una specie di continua roulette russa, con una probabilità di sopravvivenza in costante diminuzione.

Ogni volta che la sfida elettorale è stata lanciata, le due formazioni parlamentari storicamente associate al "sionismo progressista", i laburisti e il Meretz, si sono dovute confrontare alla loro imminente fine politica.

E ora, con la destra ultranazionalista di Israele che celebra l'annuncio della cosiddetta "visione" per la pace di Donald Trump, e spera che questo possa ulteriormente radunare il pubblico israeliano al suo fianco, la sinistra ha ancora più motivi di temere l'estinzione elettorale.

Di fronte a questa minaccia, i laburisti e il Meretz - insieme a una terza fazione di centrodestra ancora più piccola, Gesher - hanno annunciato a gennaio che si sarebbero uniti in una lista unica per il voto di marzo.

Amir Peretz, capo dei laburisti, ha sinceramente ammesso che le parti sono state costrette a stringere un'alleanza: "Non c'è scelta, anche se lo stiamo facendo contro la nostra volontà", ha detto ai funzionari del partito.

Alla votazione di settembre, i due partiti si sono presentati separati riuscendo a malapena a superare la soglia elettorale.

Il partito laburista, un tempo dominante e i cui primi leader fondarono Israele, ha ottenuto solo cinque seggi - il suo peggior risultato di sempre - dei 120 seggi del parlamento israeliano.

Meretz, il partito sionista più orientato a sinistra, si è assicurato solo tre seggi. È sopravvissuto solo grazie all'unione con due partiti minori più centristi.

 

Una fragilità non nuova

Anche al culmine del processo di Oslo, alla fine degli anni '90, il "campo della pace" israeliano era un assemblaggio fragile e privo di sostanza. All'epoca c'era un dibattito almeno un poco significativo tra gli ebrei israeliani su quali concessioni sarebbero state necessarie per fare la pace, e su come avrebbe potuto essere uno stato palestinese.

Le recenti elezioni che hanno reso il leader del Likud Benjamin Netanyahu il primo ministro più longevo della storia israeliana, oltre all'eccitazione generale per il piano di "pace" di Trump, indicano chiaramente come l'interesse dell'elettorato ebreo israeliano per un processo di pace - anche della varietà più meschina - sia quasi del tutto svanito.

Da quando Trump è diventato presidente degli Stati Uniti, la principale opposizione a Netanyahu è passata dal partito laburista al partito "blu e bianco", guidato da Benny Gantz, l'ex capo dell'esercito israeliano responsabile della distruzione di Gaza nel 2014.

Il suo partito è nato un anno fa, in tempo per il voto dello scorso aprile, e nelle due elezioni dello scorso anno i partiti di Gantz e Netanyahu hanno sostanzialmente pareggiato.

I commentatori, specialmente in Nord America e in Europa, hanno accumunato "blu e bianco" con laburisti e Meretz nel "centro-sinistra" israeliano. Ma il partito di Gantz non si è mai presentato così.

È un partito decisamente di destra, che ha attirato gli elettori stanchi dei molto chiacchierati affari di corruzione di Netanyahu - il quale dovrà prossimamente affrontare processi su tre distinte accuse di frode e corruzione - o del suo costante asservimento alle frange più religiose della società israeliana, come i seguaci del Rabbinato ortodosso e il movimento dei coloni.

Gantz e il suo partito hanno fatto appello agli elettori che vorrebbero un ritorno al sionismo laico di destra più tradizionale, che il Likud un tempo rappresentava sotto la guida di figure come Ariel Sharon, Yitzhak Shamir e Menachem Begin.

Non è stata quindi una sorpresa vedere Gantz gareggiare con Netanyahu su chi sostenesse di più le aperture del piano Trump all'annessione degli insediamenti illegali della Cisgiordania e dell'intera Valle del Giordano.

Ma la deriva verso destra di Israele è iniziata molto prima della creazione di "bianco e blu". E da qualche tempo, sia i laburisti che i meretziani hanno cercato di rispondere sfoggiando credenziali più ostili alla pace.

 

L'abbandono di Oslo

Sotto una successione di diversi leader, il partito laburista si è sempre più dissociato dai principi degli accordi di Oslo firmati nel 1993. In effetti il discredito di quel processo è avvenuto in buona parte perché gli stessi laburisti si sono rifiutati di impegnarsi in colloqui di pace condotti in buona fede con la leadership palestinese.

Nel 2011, in un passaggio ampiamente interpretato come la rifondazione del partito, la candidata premier e successivamente leader del partito Shelly Yachimovich osservò che gli insediamenti, che violano il diritto internazionale, non sono poi un "peccato" o un "crimine".

In un momento di franchezza, ha giustamente accreditato ai laburisti la loro creazione: “Fu il partito laburista a fondare l'impresa di insediamento nei territori. Questo è un dato di fatto storico."

Questo graduale allontanamento anche dalla sola idea di una pace è culminato nell'elezione del ricco uomo d'affari Avi Gabbay come leader laburista nel 2017. Apparentemente, il fascino di Gabbay sui membri del partito si basava sul fatto che non aveva alcuna associazione passata con il campo della pace.

Gabbay aveva contribuito a fondare il partito di destra Kulanu nel 2014 insieme a Moshe Kahlon, ex ministro delle finanze di Likud. Lo stesso Gabbay, sebbene non eletto, ha ricoperto per breve tempo una posizione ministeriale nella coalizione di estrema destra di Netanyahu dopo le elezioni del 2015.

Una volta in carica come leader laburista, Gabbay ha fatto eco alla destra spazzando sostanzialmente via il processo di pace dalla piattaforma del partito. Dichiarò che qualsiasi concessione ai palestinesi non dovesse includere "l'evacuazione" degli insediamenti.

Ha anche suggerito come per Israele fosse più importante conservare l'intera Gerusalemme, inclusa la parte est occupata, che raggiungere un accordo di pace.

Il suo successore (e due volte predecessore), Amir Peretz, sulla carta potrebbe apparire più accomodante. Ma ha coltivato legami con il partito Gesher, fondato da Orly Levi-Abekasis alla fine del 2018.

Levi-Abekasis è un ex parlamentare di Yisrael Beiteinu, il partito di estrema destra che si è unito ripetutamente ai governi di Netanyahu ed è guidato da Avigdor Lieberman, ex ministro della difesa e colono.

 

L'abbandono della minoranza palestinese israeliana

Meretz ha attraversato una fase di allontanamento ancora più drastica dalle sue origini come partito della pace, lo scopo per il quale fu specificamente fondato nel 1992.

Fino a poco tempo fa, il partito era stata l'unica voce parlamentare dichiaratamente impegnata a porre fine all'occupazione e che aveva posto i colloqui di pace al centro della sua piattaforma. Tuttavia, dallo sbiadimento di Oslo alla fine degli anni '90, non ha mai vinto più di una mezza dozzina di seggi.

In effetti dal 2014 Meretz si è pericolosamente avvicinato all'oblio elettorale. Quell'anno, il governo Netanyahu innalzò la soglia elettorale a quattro seggi per l'ingresso in parlamento, nel tentativo di sfrattare quattro partiti che rappresentano la grande minoranza israeliana di cittadini palestinesi, composta da 1,8 milioni di persone.

I partiti palestinesi hanno risposto creando una lista comune per superare la soglia. E in un chiaro esempio di conseguenze indesiderate, la lista unita è attualmente il terzo partito della Knesset.

Dal canto suo, Meretz è stato tormentato dalle divisioni sulla linea da seguire.

Dopo le elezioni dello scorso aprile, quando è entrato in parlamento per un soffio,dentro Meretz alcune voci chiedevano che il partito si sviluppasse in una nuova direzione, promuovendo il partenariato ebraico-arabo. Si riteneva che i suoi rappresentanti "arabi", in gran parte simbolici, Issawi Freij e Ali Salalah, avessero salvato il partito portando un quarto dei voti ricevuti dai cittadini palestinesi israeliani, quelli superstiti all'espulsione dalle loro terre durante la Nakba del 1948.

La minoranza palestinese si è sempre più polarizzata politicamente, esasperata dall'incapacità dei partiti ebrei di impegnarsi sui loro problemi e per la discriminazione sistematica che devono affrontare.

La maggior parte vota per la lista unita. Ma una piccola parte della minoranza palestinese sembra stanca di esprimere ciò che equivale a un voto di protesta.

Di fronte al sempre maggiore incitamento anti-arabo da parte della destra, guidato dallo stesso Netanyahu, alcuni sembravano pronti ad unirsi alla società ebraica israeliana attraverso Meretz.

Alcuni funzionari del Meretz, guidati da Freij, hanno persino proposto di cercare di dividere la lista unita e stringere un'alleanza con alcuni dei suoi partiti, in particolare Hadash-Jebha, un'alleanza socialista che già include una minoranza di ebrei.

Ma in vista del voto di settembre, i leader di Meretz hanno praticamente annullato ogni ulteriore passo verso la minoranza palestinese. A luglio, il partito ha aderito a una nuova formazione, chiamata "Unione Democratica", con due nuovi partiti guidati da ex politici laburisti: il "Movimento verde" di Stav Shaffir e il "Partito democratico" di Ehud Barak.

 

Partner improbabili

Shaffir si era alienata molti cittadini palestinesi durante le brevi proteste contro le ingiustizie sociali del 2011, durante le quali era balzata alla ribalta. I leader delle proteste avevano fatto di tutto per tenere a distanza i cittadini palestinesi, ignorando le questioni relative all'occupazione, in modo da costruire un'ampia coalizione ebraica sionista.

Il passato di Barak era ancora più problematico, essendo stato il primo ministro che ha mise il campo della pace sulla sua rotta verso l'autodistruzione quando dichiarò che i palestinesi non erano un "partner per la pace".

Ha descritto il suo nuovo "partito democratico" come "a destra del partito laburista". La sua piattaforma non fa menzione di una soluzione a due stati e della necessità di porre fine all'occupazione.

Nitzan Horowitz, il leader di Meretz, all'epoca aveva giustificato l'alleanza dicendo che "dobbiamo aumentare la nostra forza [elettorale]".

Barak, oltre al suo ruolo nell'interrompere il processo di Oslo, è stato anche responsabile come primo ministro di una violenta repressione della polizia che uccise 13 persone durante le proteste di piazza dei cittadini palestinesi all'inizio della seconda intifada, nel 2000.

L'anno successivo Barak perse le elezioni politiche dopo che i cittadini palestinesi per la rabbia avevano boicottato il voto in massa, aprendo in pratica la strada alla vittoria del suo sfidante del Likud, Ariel Sharon.

Solo l'anno scorso, quasi due decenni dopo, Barak ha chiesto scusa per la responsabilità di quei 13 morti, apparentemente come prezzo per l'alleanza con Meretz.

Meretz in seguito ha abbandonato l'alleanza con Barak e Shaffir, ma per spostarsi ancora più a destra. Il patto elettorale di gennaio con laburisti e Gesher per le elezioni del 2 marzo sembra sbattere la porta in faccia a qualsiasi futuro partenariato arabo-ebraico.

Meretz ha declassato Freij, il suo più importante candidato palestinese, ad un improbabile undicesimo posto nella lista. Recenti sondaggi suggeriscono che la nuova coalizione si assicurerà solo nove seggi.

 

Una bizzarra costellazione

Né il Meretz né i laburisti hanno mai veramente rappresentato un significativo "campo della pace". Entrambi hanno una storia di supporto entusiastico a ogni recente guerra offensiva iniziata da Israele, anche se parti del Meretz hanno spesso espresso ripensamenti quando le operazioni si trascinavano nel tempo e le vittime aumentavano.

Pochi, anche nel Meretz, hanno chiarito che cosa significherebbe la pace o come si immaginano uno stato palestinese.

La "visione" di Trump ha risposto a queste domande in modo del tutto negativo per i palestinesi. Ma il suo piano concorda con i sondaggi che indicano che molto meno della metà degli ebrei israeliani sostiene qualsiasi tipo di stato palestinese, che sia praticabile o meno.

Altrettanto problematico per i sionisti progressisti di Meretz e Labour è come affrontare la discriminazione sistematica nei confronti dei cittadini palestinesi di Israele senza compromettere lo status ebraico legalmente imposto dallo stato.

Le fondamenta sioniste di Israele richiedono privilegi per i cittadini ebrei rispetto ai cittadini palestinesi, dall'immigrazione ai diritti fondiari, e la segregazione tra le due popolazioni nelle sfere sociali, dalla residenza all'istruzione.

Ma senza un qualche tipo di patto con la minoranza palestinese, è impossibile vedere come il cosiddetto campo della pace possa avere alcun impatto elettorale, come profetizzato l'anno scorso dall'ex leader del Meretz Tamar Zandberg.

Il dilemma è che l'unico modo di sottrarre il potere all'estrema destra religiosa guidata da Netanyahu sarebbe un'alleanza praticamente impossibile sia con la destra secolare, militarista, guidata da Gantz, sia con la lista unita.

Dato il dilagante razzismo anti-arabo nella società israeliana, nessuno crede davvero che una tale costellazione politica sia fattibile. Questo è parte del motivo per cui Netanyahu, estremisti religiosi e coloni continuano a dettare l'agenda politica, mentre il "centro-sinistra" israeliano rimane a mani vuote.

Jonathan Cook è un vincitore del Premio speciale Martha Gellhorn per il giornalismo. I suoi ultimi libri sono "Israele e lo scontro di civiltà: Iraq, Iran e il piano per rifare il Medio Oriente (Pluto Press)" e "La Palestina che scompare: gli esperimenti di Israele nella disperazione umana (Zed Books)". Sito Web: jonathan-cook.net

Traduzione a cura dell'Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus, Firenze