Roger Waters censurato a Sanremo: che pena una tv pubblica così bigotta

Il Festival, il cantante dei Pink Floyd e il video sparito: ma la Rai può davvero pensarla ancora così sulla Palestina?

di Luca Telese

Hanno alzato un muro davanti a Roger Waters. E purtroppo nei tempi delle censure preventive può accadere anche questo, si può sparire nel nulla, perché ti insegue una fatwa. È la storia surreale di Roger Waters, mostro sacro della musica pop, leggendaria voce dei Pink Floyd, prima annunciato, poi improvvisamente cancellato dalla prima serata di San Remo.

Il video-messaggio che Waters aveva registrato per introdurre l’intervento contro la violenza sulle donne della sua amica Rula Jebreal è stato messo nel freezer (TPI ne ha riportato un estratto in esclusiva).

E la cosa incredibile – e anche inaccettabile – è che questo video è stato trasformato in un caso politico non per il suo contenuto, ma per la storia di chi lo ha registrato, realizzando quindi una doppia gaffe: prima per aver annunciato in pompa magna Waters, poi decidendo di bannarlo per le sue posizioni sul diritto all’indipendenza dei palestinesi.

Una incredibile nemesi, visto che in un anno a caso tra il 1987 e il 1992 – seguendo questo criterio – la Rai avrebbe dovuto cancellare dai suoi schermi quasi tutto il governo (a partire da Giulio Andreotti e Bettino Craxi) è tutta l’opposizione (a partire da Enrico Berlinguer per finire con Mario Capanna), tutti grandi amici di Arafat.

Certo, questo sbianchettamento è una posizione talmente insostenibile che la versione ufficiale della Rai (“la decisione è stata presa per motivi di scaletta”) sembra fragile e palesemente imbarazzata.

Il nodo, dunque, sono le posizioni apertamente critiche che l’autore di “The Wall”, l’album che è diventato il simbolo del no a qualsiasi steccato, ha tenuto su Israele (e in questo Waters è unito agli altri Pink Floyd, a partire da David Gilmour). Ciò che Waters sostiene è che Israele con la politica degli ultimi anni sia arrivato fino a negare la stessa possibilità di esistenza dello Stato palestinese.

Non è un segreto nemmeno la sua adesione ormai pluriennale al Bds, il movimento che promuove “la libertà, la giustizia e l’uguaglianza per la Palestina”. E nemmeno le affermazioni più dure, quelle secondo cui “gli israeliani stanno facendo ai palestinesi quello che i nazisti hanno fatto agli ebrei”.

Parole su cui si può aprire qualsiasi dibattito, che si possono condividere o meno con qualsiasi argomentazione, ma in none delle quali non è legittimo censurare una opinione su un altro tema o – addirittura – una figura rilevante della scena musicale mondiale. Ecco perché c’è da augurarsi che come per Rula Jebreal prevalga il buonsenso: prima le scuse, dunque, e subito dopo la rimozione della censura.