Arabo israeliani: no ai trasferimenti di popolazione

Accordo del secolo. Il piano Trump oltre a dare il via libera all’annessione a Israele di buona parte della Cisgiordania occupata, fa anche riferimento a «scambi territoriali». Cita 10 centri abitati arabo israeliani (260mila abitanti) che potrebbero essere «ceduti» allo Stato-bantustan palestinese

di Michele Giorgio

Il Manifesto, 31.01.2020

«Respingiamo con tutte le nostre forze il piano di Trump, che vuole liquidare la questione palestinese. E rifiutiamo l’idea di uno scambio di terre che colpisce centinaia di migliaia di palestinesi in Israele». È pesante l’atmosfera a Umm el Fahem, città araba di 35mila abitanti nella zona del Triangolo, nella Bassa Galilea. Il sindaco Samir Sobhi Mahamid non nasconde la sua ira di fronte all’Accordo del secolo, il «piano di pace» annunciato a inizio settimana dalla Casa Bianca. La proposta americana oltre a dare il via libera all’annessione a Israele di buona parte della Cisgiordania occupata, fa riferimento (a pagina 13) a uno «scambi territoriali». Cita 10 cittadine e villaggi popolati da palestinesi con cittadinanza israeliana, che potrebbero essere «ceduti» allo staterello-bantustan che l’Amministrazione Trump ha concesso ai palestinesi. A Kafr Qara, Arara, Baha al Gharbiyye, Umm al Fahem, Qalanswa, Taibe, Kafr Qasim, Tira, Kafr Bara e Jaljulia è scattato l’allarme.

Nel 1949 Israele intendeva lasciare queste località alla Giordania, durante i negoziati sull’Armistizio. Ma poi David Ben Gurion decise di annetterle al neonato Stato ebraico. Oggi i palestinesi del Triangolo, con cittadinanza israeliana, sono 260mila. A distanza di oltre 70 anni, Trump e i suoi consiglieri hanno ragionato su come è possibile sbarazzarsi di questi cittadini israeliani «non graditi», in linea con il principio: terre sì, popolazione araba no. «Non siamo di fronte ad una novità, negli ultimi anni diversi dirigenti politici israeliani hanno parlato apertamente di scambi di terre, allo scopo di trasferire i cittadini arabi ad una possibile entità palestinese», ha dichiarato al giornale Arab48, Ahmed Melhem del Comitato popolare della zona di Wadi Ara. Melhem ha ricordato la storia di queste centinaia di migliaia di palestinesi con passaporto israeliano che oggi vivono in 17mila ettari e che invece prima del 1948 possedevano 100mila ettari di terre, in gran parte espropriati dallo Stato.

Alfiere del «transfer soft», come lo chiamano da queste parti, di cittadini arabo israeliani che pur restando nelle loro case rischiano di ritrovarsi all’improvviso in un altro Stato o entità, è l’ex ministro della difesa e leader del partito russofono Yisrael Beitenu, Avigdor Lieberman. Vuole che Israele sia solo ebraico (già lo è all’80%) e propone il «trasferimento» di porzioni significative di cittadini arabi all’Autorità nazionale palestinese. Idea che ha fatto non pochi proseliti in patria ma, almeno fino a poco tempo fa, non all’estero. «Per la prima volta un’Amministrazione statunitense ha dato il via libera al trasferimento di cittadini (arabo) israeliani, sebbene ciò sia palesemente illegale ai sensi del diritto internazionale e rappresenti una separazione all’interno della stessa popolazione motivata dalla razza», protesta il centro arabo di assistenza legale Adalah, di Haifa.

Intanto non si interrompono le proteste palestinesi contro l’Accordo del secolo e l’annessione unilaterale a Israele di ampie porzioni di Cisgiordania. Ieri una ventina di manifestanti sono stati feriti dall’esercito israeliano a Ramallah, Hebron, Kafr Qaddum e Gerico. Le proteste dovrebbero intensificarsi oggi anche a Gerusalemme, dopo le preghiere sulla Spianata delle moschee. La polizia israeliana sta schierando rinforzi nella zona palestinese della città. Gli Usa da parte loro hanno indicato al governo Netanyahu di non correre e fanno sapere di non attendersi l’annessione della Valle del Giordano e delle aree con i blocchi di insediamenti coloniali, prima del voto in Israele il 2 marzo. Una frenata che non ha fatto piacere a Netanyahu desideroso di procedere subito all’annessione anche per favorire la sua campagna elettorale.