Detenzione amministrativa: Israele viola i diritti nei territori palestinesi

Secondo il diritto internazionale la detenzione amministrativa è illegale. Ma a dicembre 2019 c'erano 458 palestinesi in questa situazione, su un totale di 5.000 cittadini arrestati nei territori occupati. Ecco come Israele nega i diritti in Palestina
di Laura Fazzini 13 Gennaio 2020
A dicembre 2019 circa 5.000 palestinesi sono stati arrestati nei territori occupati, secondo le ultime statistiche diffuse della ong Addameer. Di questi, 458 sono in detenzione amministrativa, incarcerati cioè senza imputazione e trattenuti a tempo indeterminato. Un bersaglio in crescita sono gli studenti, soprattutto dell’università di Birzeit, in Cisgiordania, dove ne sono stati arrestati 290 solo nel 2019.
Il significato della detenzione amministrativa in Israele
La detenzione amministrativa viene utilizzata dallo stato israeliano per ottenere informazioni dai carcerati, ma è ritenuta illegale secondo il diritto internazionale sui diritti umani. Questa pratica è giustificata da Israele con il codice militare 1651, che autorizza l’esercito a detenere fino a 6 mesi una persona nel caso possa mettere a rischio la sicurezza dello stato.
Un codice che prima della seconda intifada aveva incarcerato solo 72 persone, ma che dopo il settembre 2000 ha portato in media 450 persone detenute al mese.

Le statistiche di Addameer sui detenuti palestinesi

Studentessa arrestata e torturata: cos’è la detenzione amministrativa per Mais Abu Ghosh
Un caso emblematico della detenzione amministrativa è quella degli studenti palestinesi, sia minorenni che maggiorenni. Arrestati spesso durante le manifestazioni e nelle riunioni scolastiche, sono torturati e abusati nelle carceri israeliane.
Mais Abu Ghosh ha 20 anni e in agosto è stata arrestata nella sua abitazione nel campo per rifugiati di Qaladia, con altri 18 colleghi dell’università di Berzeit. L’università è un centro fondamentale per le proteste palestinesi. Tra i suoi laureati c’è Marwan Barghouti, leader della seconda intifada negli anni 2000.
La ragazza è stata portata nel carcere israeliano Damon e da allora è detenuta con l’accusa di terrorismo senza che ci sia un processo in corso e con evidenti segni di tortura, stando a quanto riportato da Al Shabaka.
Heba al Labadi, lo sciopero della fame e l’intervento della Giordania
Heba al Labadi è rimasta in carcere per quasi 3 mesi prima di essere liberata. La ragazza giordano-palestinese di 24 anni era stata arrestata a fine agosto sul ponte di Allenby, quello che collega la Giordania al territorio occupato della Cisgiordania palestinese. Dopo un mese di interrogatori e torture, senza poter vedere familiari né un avvocato, il 25 settembre ha iniziato uno sciopero della fame che ha spinto la Giordania ad intervenire per farla scarcerare, cosa avvenuta a metà novembre.
«I detenuti amministrativi spesso usano lo sciopero della fame come boicottaggio contro le decisioni dei militari. Ci sono scioperi che durano anche otto mesi, ma che spesso non portano a nulla», racconta Sahar Francis, dell’ong Addameer.
Gli avvocati dell’organizzazione hanno preso in carico la situazione di Heba al Labadi, ma sono riusciti a vederla solo dopo un mese dall’arresto, venendo così a sapere delle torture durante gli interrogatori, delle intimidazioni verbali e della totale mancanza di privacy a causa delle telecamere presenti nella cella.

 

Filo spinato in primo piano e, sullo sfondo, Gerusalemme – Foto: Pixabay

Chi sono i detenuti e perché vengono arrestati
Il governo israeliano mantiene attivo dal 2005 lo stato di emergenza nei territori occupati, che comprendono Gerusalemme Est, la Cisgiordania (nota anche come West Bank) e la Striscia di Gaza. In questo modo Israele può applicare delle leggi contro i combattenti illegali ritenuti pericolosi per la sicurezza israeliana.
«La ragazza giordano-palestinese è riuscita a uscire perché il suo stato si è messo di mezzo, ma per i detenuti palestinesi non si muove nessuno. In questi mesi gli scontri tra palestinesi ed esercito israeliano sono aumentati a causa della situazione internazionale, con le decisioni del presidente statunitense Trump di spostare l’ambasciata americana a Gerusalemme ovest e di riconoscere i territori occupati come stato israeliano. Questo ha riacceso la protesta palestinese e molti sono stati incarcerati senza ragioni», spiega Cecilia Dalla Negra, esperta di Palestina e autrice di “Si chiamava Palestina”, dove racconta la storia palestinese nell’anniversario dei 70 anni dalla nascita dello stato israeliano.
«Sono 43 le donne detenute senza motivo, se non quello di fare pressioni politiche contro lo stato palestinese. Sta rinascendo un movimento femminista palestinese che può far paura ad Israele e per questo si sono riaperte le carceri anche per loro. Khalida Jarrar, deputata palestinese e attivista, è tornata in carcere come detenuta amministrativa pochi mesi dopo la sua liberazione», continua Dalla Negra.
Secondo il rapporto di Addameer, inoltre, sono 190 i ragazzi minorenni arrestati durante gli scontri, detenuti amministrativi trattenuti per fare pressione sulle famiglie e vittime di torture e soprusi.

 

Copertina di “Si chiamava Palestina” di Cecilia Dalla Negra, Aut Aut Edizioni (dettaglio)

La silenziosa risposta internazionale
«Gli osservatori Onu e le commissioni per i diritti umani non possono accedere ai territori occupati, Israele non concede i visti. Anche per questo nelle prigioni i palestinesi possono rimanere per mesi senza diritti, lontani dai loro cari e in condizioni sanitarie precarie», denuncia Dalla Negra.
Lo stato israeliano può non consentire l’ingresso di esponenti politici, rappresentanti delle istituzioni internazionali e bloccare negli aeroporti attivisti e difensori dei diritti umani nel caso siano atterrati in territorio israeliano.
Francis sottolinea come il lavoro di 10 anni della sua associazione sia rimasto troppo spesso inascoltato. «Addameer dal 2009 racconta e testimonia la situazione dei detenuti, ma l’Alto commissariato per i diritti umani dell’Onu non ha mai potuto fare molto. Il comitato contro la tortura paragona questa tipologia di detenzione a una tortura, ma al di là dei report non è mai cambiato nulla».
Sami Abu-Diak, l’ultima vittima delle carceri israeliane
«Pochi giorni fa è morto un altro palestinese in carcere. Malato per negligenza, tenuto lontano dalla famiglia e morto tra i dolori. Si chiamava Sami Abu-Diak, incarcerato quando aveva 20 anni e morto dopo 17 anni di torture e privazioni. Queste sono le condizioni in cui vivono i palestinesi», denuncia Dalla Negra a Osservatorio Diritti.
Detenuto in un carcere israeliano, Sami Abu-Diak era stato più volte operato per tumore, non potendo mai tornare a casa o vedere i propri famigliari. La commissione per i diritti dei detenuti del governo palestinese aveva chiesto due volte di poterlo scarcerare per motivi di salute, ma Israele aveva sempre rigettato la domanda.
Un comunicato di Addameer condanna questa morte e ricorda le altre: «Con la morte di Sami Abu–Diak salgono a 222 i morti palestinesi nelle carceri israeliane dal 1967. Sami è il quinto nel 2019 a morire per negligenza medica».

 

https://www.osservatoriodiritti.it/2020/01/13/detenzione-amministrativa-israele-significato-definizione-cose/