CHE COSA MUOVE L’ANTISEMITISMO? L’AUTENTICO E LO SPURIO

28 Dicembre 2019da Redazione

di Richard Falk – 24 dicembre 2019

 

[Nota preliminare: Questa è una versione modificata di un testo precedente pubblicato su TMS (Transcend Media Service) nell’edizione del 23-29 dicembre. Al fine di scoraggiare l’antisemitismo e di ripristinare la libertà di espressione nelle democrazie costituzionali occidentali dovrebbe essere ai primi posti dell’ordine del giorno del 2020 denunciare la marchiatura dei solidali con le lotte per la giustizia e i diritti del popolo palestinese, e tuttavia sinora abbiamo ascoltato il silenzio degli innocenti nei dibattiti dei Democratici alla ricerca della candidatura alla presidenza].

Solo una manifestazione regressiva di solidarietà tribale può spiegare l’etichetta di “antisemiti” contro coloro che si oppongono al trattamento violento del popolo palestinese da parte di Israele. Consideriamo la mancata condanna, da parte di Aung San Suu Kyi, della violenza in Myanmar contro i Rohingya come la nuvola più fosca sul suo Premio Nobel per la Pace. E’ un insulto agli ebrei e agli altri permettere che sionisti, evangelici e trumpisti etichettino come una nuova specie di “antisemitismo” la  solidarietà con la lotta palestinese, o persino l’empatia nei confronti del popolo palestinese che da lungo tempo subisce la negazione dei propri più elementari diritti.

Ci sono pochi dubbi che l’antisemitismo reale, nel senso di odio nei confronti degli ebrei, sia aumentato in Europa e America del Nord nell’ultimo decennio o giù di lì. Ma il motivo per cui sta avvenendo e quale sia la sua vera natura sono particolarmente oscuri e soggetti a manipolazioni. Parte di tale oscurità è deliberata, determinata da sforzi orchestrati di etichettare di antisemitica, o in alcuni usi quale espressione di “nuovo antisemitismo”, la critica di Israele o delle tattiche e dell’ideologia sioniste. Questa estensione del significato dell’antisemitismo pare ideata per bloccare una responsabile opposizione alla condotta di Israele in sprezzo della legge internazionale e, inoltre, per rendere gli ebrei europei tanto insicuri nel loro paese di residenza da far loro considerare l’emigrazione in Israele, che in anni recenti ha visto un netto deflusso di ebrei.

L’essenza del nuovo antisemitismo è radicata nella definizione proposta dall’Alleanza Internazionale della Memoria dell’Olocausto (o IHRA), che fa una cosa sola della forte critica di Israele e dell’odio nei confronti degli ebrei o del popolo ebreo. Il presidente Donald Trump ha inserito questa definizione dell’IHRA nel suo decreto presidenziale emesso l’11 dicembre 2019 che si accoppia ad assalti legali del governo statunitense e di organizzazioni sioniste contro iniziativa di rispettate università statunitensi che affrontano criticamente il conflitto israelo-palestinese, anche nel caso di studenti e docenti attivamente impegnati in iniziative nonviolente di solidarietà a sostegno della ricerca palestinese di diritti elementari quali la campagna BDS [Boicottaggio, Disinvestimenti e Sanzioni]. Un esempio recente di questo rigetto governativo sono appelli a un’indagine sul Centro per gli Studi Arabi Contemporanei presso la Georgetown University perché alcuni dei suoi membri sono sostenitori del BDS.

La definizione dell’IHRA è elaborata in termini di segni di antisemitismo come apparentemente manifestati nella critica di Israele. Di questi segni esposti per illustrare la portata della definizione dell’IHRA c’è la scelta di criticare il solo Israele o imporgli coercizioni quando il suo comportamento non è peggiore di quello di altri violatori dei diritti umani. Questa è la base del supposto collegamento tra BDS e antisemitismo. Tuttavia in nessun altro contesto si utilizza questo genere di test, né la gravità delle malefatte di Israele è mai menzionata o tenuta in considerazione. Ricordando la campagna antiapartheid che analogamente sosteneva che le condizioni degli africani neri in Sudafrica erano migliori che altrove nella regione sub-sahariana. Tali dispute erano polemiche, ma non furono mai usate per  reprimere l’attivismo antiapartheid in paesi stranieri, tra cui una robusta campagna BDS antiapartheid in America del Nord e in Europa, che molti osservatori ritengono abbia contribuito all’inattesa svolta del corso della dirigenza afrikaner di Pretoria che aprì la porta alla realizzazione della transizione a un Sudafrica postapartheid pacifico, basato costituzionalmente sull’uguaglianza razziale e sulla dignità umana per tutti.

Nella mia esperienza i peggiori effetti di questo sforzo di stigmatizzare di antisemitismo i discorsi e l’attivismo antisraeliani non sono le dimensioni punitive che attaccano programmi e individui in modi scorretti e dannosi, bensì la più vasta atmosfera informale e prevalentemente invisibile di intimidazione e di discriminazione silente che è prodotta. Accademici e amministratori istituzionali già timidi sono allertati a evitare proposte di conferenze, inviti quali oratori e nomine di facoltà se esiste una prospettiva plausibile di attacco, o persino di critica, da parte di gruppi di guardiani sionisti. Sono sicuro che altri hanno racconti simili da narrare, ma nel mio caso ho vissuto e saputo di molti tali casi. Solo pochi ottengono visibilità, il che può accadere quando uno spazio d’incontro precedentemente organizzato è cancellato a causa di pressioni dietro le quinte, o un evento è cancellato a causa di presunte preoccupazioni per la sicurezza. Questo è accaduto a me in relazione a un giro di lancio a Londra del mio libro su Israele-Palestina due anni fa, quando circolavano storie, ed erano fatte minacce, di interruzioni pianificate come modo per indurre cancellazioni, cosa accaduta in due università. Alcuni di tali eventi in effetti sono in effetti proseguiti, tra cui una sessione alquanto burrascosa alla London School of Economics (LSE) dove nella parte relativa al dibattito urla e comportamenti ostili di sostenitori e critici di Israele tra il pubblico furono considerati come una minaccia all’ordine pubblico, ma la riunione arrivò comunque al termine. Mi è stato raccontato in seguito che la LSE reagì adottando norme più rigide per garantire equilibrio nelle presentazioni e un’identità del tutto neutrale del moderatore, il che è un segnale istituzionale inteso a scoraggiare temi controversi. Questo è già abbastanza brutto, ma penso che l’effetto reale di queste esperienze consista nel far riflettere due volte docenti e amministratori prima di appoggiare eventi percepiti come critici di Israele o solidali con la lotta palestinese. La mia impressione è che gli effetti indiretti di questa opposizione sionista siano un impatto inibente sulla libertà accademica e sulla libertà di espressione più significativo che le iniziative incredibilmente repressive adottate da organi legislativi in paesi primari quali Francia, Germania, e presto Gran Bretagna, nonché Stati Uniti.

Una delle retoriche presunte antisemite è stata la disputa secolare che gli ebrei esercitano un’influenza sproporzionata sulla politica pubblica in modi che sono dannosi per il benessere generale della società. E’ difficile interpretare il successo degli sforzi concertati sionisti e israeliani di adottare la definizione e l’approccio dell’IHRA se non come una conferma di questa accusa, convalidando la preoccupazione pubblica per l’eccessiva influenza esercitata dagli ebrei. Due eminenti politologi centristi, John Mearsheimer e Stephen Walt, hanno scritto un decennio fa uno studio molto accademico per mostrare come la lobby israeliana negli Stati Uniti influenzasse le iniziative di politica estera in modi contrari agli interessi nazionali (La lobby israeliana [2007] ). Vero o no, e io credo che sia vero, gli autori sono stati ingiustamente diffamati persino nel 2003 per aver osato suscitato tali domande circa la portata, il carattere e gli effetti politici dell’influenza ebrea e, anche se leader nel loro campo, indubbiamente hanno pagato per sempre sottili e velati prezzi di carriera. Andrebbe notato che attaccare mussulmani, il che è più comune in Europa e nel Nord America di quanto sia stato vissuto dagli ebrei, non ha prodotto alcuna condanna ufficiale paragonabile di islamofobia.

Più in tema, in ogni tentativo di penetrare la zona grigia di confusione che circonda questo argomento c’è il sostegno quasi fanatico a Israele di certi orientamenti politici di destra, contemporaneamente perseguendo un programma antisemita. Questo è il caso diffusamente noto di molti gruppo cristiani evangelici che leggono il Libro delle Rivelazioni come promessa di un Secondo Avvento di Gesù una volta che Israele sia ristabilito e gli ebrei siano tornati, con la successiva scelta di convertirsi o subire la dannazione. In realtà, questa apparente tensione, quasi l’opposto della presunta fusione di atteggiamenti antisraeliani e antisemiti  nell’approccio dell’IHRA, ha in effetti radici profonde nell’esperienza pre-israeliana del movimento sionista. All’inizio del Mandato Britannico la minoranza ebrea in Palestina era inferiore al 10 per cento, non certo una base praticabile per creare uno stato ebreo in una società essenzialmente araba in un periodo storico in cui il colonialismo europeo era diffusamente screditato e cominciava a crollare. I sionisti si resero conto delle difficoltà contrarie alla realizzazione dei loro obiettivi e decisero di superare con ogni mezzo questa inferiorità demografica debilitante, specialmente quando la legittimità nazionale pareva legata, sia nella loro visione sia presso la più generale opinione pubblica internazionale, a procedure democratiche di governo, che in quel caso presupponevano a maggioranza elettorale ebrea.

In conseguenza i sionisti fecero tutto quanto in loro potere per indurre gli ebrei della diaspora a traferirsi in Palestina, persino ricorrendo a straordinari patti faustiani con regimi vergognosamente antisemiti in Europa, tra cui persino il governo nazista in Germania. Questa dinamica di trasferimento forzato e indotto di ebrei è documentata sulla base di documenti d’archivio in The State of Terror (2016) di Thomas Suarez. Su questo sfondo la carta antisemitica è stata giocata in modi contraddittori dai sionisti integralisti, dapprima utile per incoraggiare l’immigrazione ebrea in Israele e recentemente per bloccare le critiche di Israele, con elemento comune l’opportunismo, implicante un disprezzo dei principi.

C’è un’altra dimensione che rafforza tali politiche e che scredita ulteriormente l’approccio dell’IHRA. La politica estera israeliana, anche in situazioni in cui esiste uno stato d’Israele, e ha ricevuto status costituzionale dalla Legge Fondamentale del 2018: “Israele è uno stato-nazione del popolo ebreo”, continua a mostrare una volontà di Israele di ignorare l’antisemitismo aperto di un leader straniero a condizione che sia accordata a Israele amicizia diplomatica, o che possano essere ottenuti guadagni economici. L’ungherese Viktor Orban è un esempio citato più spesso, ma lo schema pare spiegare la scelta di Modi, Bolsonaro e Trump come benefattori preferiti di Israele. L’approccio dell’Israele di Netanyahu contraccambia tale amicizia con accordi sulle armi e addestramento militare/politico a governi di estrema destra, e il suo ambasciatore in Myanmar si è recentemente spinto sino a prestare appoggio psicologico alla difesa legale del governo del Myanmar presso la Corte Mondiale contro prove schiaccianti di genocidio contro la minoranza mussulmana dei Rohingya. Anche se la definizione dell’antisemitismo dell’IHRA è giustificata come controllo sul dimenticare l’Olocausto, quando non ebrei sono vittime di genocidio è apparentemente applicato un calcolo etico molto differente. Dimenticare i genocidi ricordando contemporaneamente l’Olocausto pare il messaggio ingarbugliato che trasmettono al mondo Israele e i gendarmi sionisti.

Penso che queste varie considerazioni rendano chiaro che la corrente impennata di accento sull’antisemitismo sia mossa da una combinazione di molti fattori trasversali, alcuni genuini, altri falsi. Uno degli sviluppi più maligni in anni recenti è centrato su questo tentativo di estendere la portata dell’antisemitismo oltre il suo significato centrale di odio e ostilità nei confronti degli ebrei. In questo senso vasto, classificare i sostenitori dei diritti umani dei palestinesi come antisemiti mostra sia una perdita di concentrazione sull’odio nei confronti degli ebrei, sia un’insistenza deliberatamente fuorviante sul fatto che chi si oppone all’apartheid e all’oppressione di Israele sia antisemita. Pare evidente che tali storture del discorso antisemita riflettano la crescita dell’attivismo della società civile, critica di Israele e reattiva all’espansionismo e all’atteggiamento apertamente sprezzante di Israele nei confronti delle critiche dell’ONU e delle organizzazioni per i diritti umani. Il vergognoso tentativo di qualificare antisemiti Jeremy Corbyn e il Partito Laburista britannico ha inserito un elemento tossico irrilevante nel processo democratico di un grande paese democratico, e suggerisce le implicazioni irradianti di questo irresponsabile approccio dell’IHRA all’antisemitismo.

Un motivo finale di sospetto riguardo a tali tattiche è l’apparente noncuranza incondizionata circa il comportamento di Israele. Senza una simile indagine tacciare di antisemitica l’opposizione a Israele o la solidarietà con la lotta palestinese significa dedicarsi a una forma distruttiva di polemica antidemocratica che ha il perverso effetto secondario di incoraggiare comportamenti antisemiti reali che meritano condanna. Persino il notoriamente cauto procuratore della Corte Penale Internazionale ha appena annunciato un’indagine relativa ad accuse di crimini  relativamente alle attività degli insediamenti israeliani nella West Bank e a Gaza. Oltre a questo c’è una crescente unanimità tra gli informati che il rapporto generale tra Israele e il popolo palestinese (compresi gli ospiti dei campi profughi e gli esiliati) è accuratamente inteso come basato su strutture di controllo da apartheid. Se questa è una percezione ragionevole, allora la campagna BDS e altre iniziative di solidarietà sono reazioni giustificabili che meritano e abbisognano di sostegno e protezione, anziché essere vergognosamente stigmatizzate di antisemitismo, e compensano l’incapacità e mancanza di volontà delle istituzioni stabilite di proteggere i diritti fondamentali di persone vulnerabili.

Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/what-drives-anti-semitism/

Originale: https://zcomm.org/znetarticle/what-drives-anti-semitism/

Traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2019 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

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