Sfruttate e sottopagate, nelle fabbriche le donne palestinesi cominciano a reagire.

Soggette negli insediamenti israeliani a retribuzioni al di sotto del salario minimo, a nessuna busta paga e a licenziamenti arbitrari, le donne palestinesi sotto occupazione stanno imparando di più sui loro diritti e stanno iniziando a sindacalizzarsi.

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Di Judith Sudilovsky – 8 dicembre 2019

Immagine di copertina: Adla Ayad, una lavoratrice della fabbrica ‘Mevashlim Bishvilech’ nella zona industriale dell’insediamento di Mishor Adumim in Cisgiordania, durante una riunione dei lavoratori, 5 dicembre 2019. (Activestills.org)

Mercoledì 3 dicembre, 15 delle 20 dipendenti della fabbrica “Mevashlim Bishvilech” nella zona industriale di Mishor Adumim, un insediamento israeliano nella Cisgiordania occupata, hanno scioperato per due giorni chiedendo salari equi e benefici sociali così come prevede la legge israeliana, denunciando che in ottobre  la direzione dell’azienda ha tagliato circa 1.000 NIS dai loro salari.

La società ha anche rifiutato di pagare le ferie o i debiti attivi nei confronti dei dipendenti.

Le dipendenti in sciopero, la maggior parte delle quali sono donne palestinesi che per la prima volta stanno lottando per i loro diritti, sono state sindacalizzate a settembre dal Workers Advice Center (WAC-MAAN).

Inizialmente, la direzione aveva avviato i negoziati e tenuto due incontri con il sindacato e i rappresentanti dei lavoratori, ma WAC-MAAN sostiene che, nonostante le intese apparentemente raggiunte, la società – che produce verdure ripiene fatte in casa – ha comunque tagliato unilateralmente gli stipendi.

Per dipendenti come Nawal Arar, 37 anni, e Adla Ayad, 49 anni, entrambe di Ramallah, questa è stata l’ultima goccia.

“Esco di  casa alle 5:15 del mattino e rientro alle 6:45 del pomeriggio”, ha detto Arar, che lavora in fabbrica da 2 anni e mezzo, elencando le violazioni alle leggi sul lavoro per  cui stanno lottando. “Lavoro 10 ore con solo mezz’ora di pausa. Arrotolo verdure tutto il giorno e mi fa male la schiena per il  continuo piegarmi. La società non paga per il mio fondo pensione e non paga le spese di viaggio per venire al lavoro . Non ci sono concesse le festività e non ci pagano le vacanze. Non riceviamo ferie pagate o giorni di malattia retribuiti “.

Yoav Tamir, rappresentante di WAC-MAAN, parla alle lavoratrici palestinesi in sciopero durante una riunione ad Almog, Cisgiordania, 5 dicembre 2019. (Activestills.org)

Arar ha sei figli, è capofamiglia e guadagna circa 3000 NIS ($ 865) al mese, ha detto.

“Vogliamo solo ottenere i diritti che ci sono dovuti per legge”, ha detto Ayad, che ha sette figli e lavora in fabbrica da 3anni e mezzo. “Se fossimo lavoratrici israeliane, non ci tratterebbero in questo modo”.

Per anni, le dipendenti sono state pagate in base al numero di vasi che riempivano e non in base alle ore di lavoro.

Sharon Avital, CEO di Mevashlim Bishvelech, ha dichiarato a +972 Magazine in un’intervista telefonica che la discrepanza nei salari tra settembre e ottobre derivava dagli straordinari che i dipendenti avevano effettuato  a settembre a causa del lavoro extra durante le festività ebraiche. Secondo la richiesta del WAC-MAAN, avrebbero concordato di pagare  le lavoratrici per le festività ebraiche e questo extra verrebbe pagato questo mese. Normalmente pagano per le festività musulmane, ha detto Avital, ma nei prossimi negoziati con il WAC-MAAN le lavoratrici  decideranno se vogliono essere pagate per le festività ebraiche o per quelle musulmane.

“Sappiamo che a Mishor Adumim ci sono aziende che continuano a pagare il salario minimo in base alla scala salariale giordana e ciò è terribile, ma noi paghiamo il salario minimo (israeliana)”, ha detto Avital durante l’intervista, aggiungendo che fino ad ora non erano riusciti a trovare una compagnia di assicurazioni disposta a dare ai dipendenti un fondo pensione ma che ora l’avevano trovata e quindi avrebbero implementato un fondo per i dipendenti. “Ecco perché siamo rimasti scioccati e sorpresi da quello che è successo. Siamo una fabbrica tranquilla. Amiamo i nostri dipendenti e siamo come una famiglia. Ora questo sciopero ha creato un’atmosfera tesa e sgradevole. ”

Ha infine aggiunto che presto inizieranno i negoziati per finalizzare le condizioni di lavoro.

Un’ondata di sindacalizzazione

Secondo COGAT (l’unità del Ministero della Difesa israeliano incaricata di amministrare l’occupazione militare nei territori palestinesi), negli insediamenti della Cisgiordania lavorano circa 30.000 palestinesi con permessi rilasciati da Israele. Le restrizioni israeliane, l’occupazione della terra palestinese e il controllo sui confini e sulle risorse naturali palestinesi frammentano l’economia palestinese e causano un aumento della disoccupazione, costringendo molti lavoratori palestinesi a cercare lavoro in Israele e negli insediamenti. Sebbene in Israele gli stipendi siano più alti e forniscano più reddito, che viene poi riversato nell’economia palestinese, le imprese sorte negli insediamenti sono state condannate per aver contribuito alle confische israeliane di terra palestinese in violazione del diritto internazionale e per consentire abusi discriminatori  rispetto ai diritti dei lavoratori , come dettagliato da gruppi come Human Rights Watch.

Sebbene la maggior parte dei lavoratori nelle aree industriali siano uomini, vi è un numero significativo di donne palestinesi che vi lavorano, in particolare nei settori del cibo e della ristorazione. Fino ad oggi, le donne non avevano osato rivendicare i propri diritti o sfidare le dure condizioni di lavoro. Molte non percepiscono un salario minimo, non hanno  buste paga e sono soggette a licenziamenti arbitrari.

Yoav Gal Tamir, rappresentante del WAC-MAAN, ha affermato che questa è la prima volta che un gruppo di lavoratrici palestinesi aderisce a un sindacato dei lavoratori e chiede l’apertura di negoziati di contrattazione collettiva per garantire i propri diritti.

L’unione dei lavoratori di Mevashlim Bishvilech (” Cuciniamo per voi” in ebraico) fa parte di un movimento di lavoratori e di associazioni di lavoratori palestinesi nelle zone industriali degli insediamenti che si sono attivati negli ultimi sei mesi, ha osservato WAC-MAAN. “Questa situazione indica che i palestinesi, le donne e gli uomini, si sono stancati delle difficili condizioni in cui hanno lavorato per decenni e hanno iniziato a reclamare i loro diritti”, afferma in una dichiarazione WAC-MAAN

Recentemente, WAC-MAAN ha aiutato i sindacati a sindacalizzare quasi la metà delle 250 lavoratrici palestinesi di Maya Foods – un’altra azienda nel parco industriale Mishor Adumim. Lo scorso giovedì sono iniziate le trattative con i dirigenti dopo che a novembre il tribunale del lavoro israeliano ha ordinato all’azienda di condurre trattative di contrattazione collettiva con la WAC-MAAN, e di pagare NIS 160.000 (46.175 dollari) a titolo di risarcimento danni per aver ostacolato il diritto delle lavoratrici ad aderire al sindacato, dopo che l’azienda aveva improvvisamente cambiato posizione e orario ad alcune lavoratrici  e ne aveva illegalmente licenziate altre che sostenevano il sindacato.

Lo scorso settembre, anche 50 dipendenti palestinesi della R.S. Marketing and Food Production (nota anche come Rejwan), nella zona industriale di Atarot a Gerusalemme, si sono iscritte al sindacato WAC-Maan. Alla fine di novembre, inoltre,  c’è stato uno sciopero di due giorni per negoziare un contratto collettivo che garantisca un aumento e migliori le condizioni di lavoro,facendo riferimento in particolare ai salari inferiori al minimo, alle compensazioni minime o nulle per il trasporto e alla mancanza di trasparenza nella registrazione delle ore di lavoro.

Mishor Adumim è una delle 20 zone industriali degli insediamenti illegali in Cisgiordania, tra cui Barkan vicino a Salfit, Shahak vicino a Jenin, Nitzanei Hashalom vicino a Tulkarem, Alei Zahav, Immanuel, Karnei Shomron e Alfei Menashe nell’area di Qalqilya.

Una lavoratrice palestinese dello stabilimento di Mevashlim Bishvilech nella zona industriale dell’insediamento di Mishor Adumim in Cisgiordania, durante una riunione di solidarietà dei lavoratori, il 5 dicembre 2019. (Activestills.org)

Secondo Kav LaOved, una ONG per i diritti dei lavoratori, ci sono circa 30.000 palestinesi impiegati negli insediamenti israeliani, molti dei quali affrontano da parte dei loro datori di lavoro israeliani discriminazioni negli stipendi e nei loro diritti alle prestazioni sociali. I datori di lavoro detraggono nello stipendio dei lavoratori numeri di ore e di giorni lavorativi  e non riconoscono le ore di straordinario. E se le buste paga  mostrano il pagamento del salario minimo, in realtà i lavoratori ricevono un salario molto più basso, ha detto la Ong.

Ci sono stati casi in cui i datori di lavoro si sono rifiutati di fornire ai propri dipendenti un’adeguata assistenza medica in Israele –  usufruendo dell’assicurazione sanitaria per la quale i lavoratori pagano attraverso i loro salari –  facendoli invece curare presso strutture mediche palestinesi – che i lavoratori pagano di tasca propria cercando poi di ottenere un rimborso spese.

“I datori di lavoro stanno solo cercando di guadagnare il più possibile. Non hanno  nulla di personale contro i lavoratori palestinesi. Hanno delle persone che hanno bisogno di lavorare e che quindi lo fanno in qualsiasi condizione”, ha spiegato l’avvocato Nasrat Dakwar, un avvocato israelo-palestinese che si concentra sulle violazioni dei diritti umani nei Territori Occupati.

Fornire uno strumento ai lavoratori sindacalizzati

Grazie al lavoro di Kav LaOved, del sindacato WAC-MAAN e dei sindacati palestinesi, negli ultimi anni i palestinesi sono diventati più consapevoli dei loro diritti , e hanno iniziato a presentare denunce legali contro i loro datori di lavoro. Ma molti datori di lavoro preferiscono ancora non fornire ai dipendenti palestinesi i benefici a cui hanno diritto anzi, preferiscono  rischiare di essere portati in tribunale piuttosto che pagare  ai lavoratori ciò che legalmente spetta loro, perché sanno che nella maggior parte dei casi è probabile che riescano a raggiungere un accordo con i lavoratori, quindi nelle zone industriali degli insediamenti i datori di lavoro israeliani di solito finiscono per pagare meno di quanto dovrebbero per legge, dice Dakwar.

Con un tasso di disoccupazione che secondo la Banca mondiale quest’anno in Cisgiordania è tra il 15 e il 17%, , combinato con la difficoltà di ottenere permessi per lavorare in Israele, i palestinesi sono stati disposti ad accettare retribuzioni inferiori e minori prestazioni sociali rispetto ai lavoratori degli insediamenti industriali in Israele.

“In questo modo, le fabbriche beneficiano sia del vantaggio economico concesso loro da Israele per  avere sede in aree di priorità nazionale, sia della cecità volontaria delle autorità in merito ai diritti dei lavoratori palestinesi”, ha osservato Kav LaOved in un rapporto del 2013. “Questa situazione crea una base favorevole allo sfruttamento dei lavoratori che hanno scarso potere contrattuale e che quindi possono presentare azioni legali solo dopo che il loro impiego è terminato (ovvero quando non hanno più paura di perdere il lavoro.)”

Nella maggior parte dei casi, l’organizzazione ha riferito in un rapporto, le  rivendicazioni dei lavoratori palestinesi finiscono però in accordi molto più sfavorevoli di quanto la legge stabilirebbe.

La regolamentazione dei lavoratori palestinesi in Israele  è basata su una disposizione del governo del 1970. Due decenni dopo, queste disposizioni sono passate alla Knesset come parte della legge di attuazione dell’accordo del 1994 sulla Striscia di Gaza e sull’area di Gerico, firmato da Israele e dall’OLP per limitare le attività dell’Autorità Palestinese a Gerusalemme.

Veduta aerea del parco industriale di Mishor Adumim. (Neukoln / CC BY-SA 3.0)

Secondo Kav LaOved, Israele non applica completamente la legge. “Il governo impone sì ai datori di lavoro di pagare le tasse e di depositare i  contributi per l’assistenza sociale per conto dei lavoratori, ma non impone il trasferimento dei fondi raccolti ai destinatari previsti”, ha scritto l’organizzazione in un rapporto del 2016.

A seguito di una lotta di 14 anni di Kav LaOved, nel 2007 la Corte suprema israeliana ha stabilito che i palestinesi, compresi quelli che lavorano negli insediamenti in Cisgiordania, hanno diritto agli stessi termini e diritti di lavoro che le leggi sul lavoro israeliane garantiscono ai lavoratori israeliani.  Questo nonostante le obiezioni di alcuni datori di lavoro, tra cui la municipalità di Ma’ale Adumim e di un’altra fabbrica di Mishor Adumim di proprietà della Evan Bar Ltd. Company, secondo cui i palestinesi dovrebbero essere risarciti in base alle leggi del lavoro giordane.

Negli ultimi anni, i palestinesi sono stati più propensi ad andare in tribunale per chiedere i loro diritti. Man mano che imparano di più sui loro diritti secondo la legge israeliana e vedono i risultati positivi del sindacato, più lavoratori cominciano a riunirsi e a organizzare azioni simili, ha detto Tamir del WAC-MAAN, che ha tenuto un incontro di solidarietà con i lavoratori di Mevashlim Bishvilech in un caffè all’incrocio di Almog, vicino a Gerico.

“Secondo la legge israeliana, i lavoratori hanno il diritto di sindacalizzarsi  e di scioperare e il datore di lavoro deve confrontarsi con i lavoratori. Non può licenziarli e assumere nuovi lavoratori. La legge obbliga il datore di lavoro a sedersi e negoziare. Fornisce uno strumento ai lavoratori sindacalizzati “, ha dichiarato Tamir mercoledì.

Questo articolo è stato modificato per illustrare gli effetti degli insediamenti sui lavoratori palestinesi e sull’economia palestinese in Cisgiordania

Judith Sudilovsky è una giornalista freelance che si occupa di  Israele e dei Territori palestinesi da oltre 25 anni.

Trad: Grazia Parolari “contro ogni specismo, contro ogni schiavitù” –Invictapalestina.org

https://www.invictapalestina.org/archives/37487