Il muro-da Berlino a Ramallah

Il muro-da Berlino a Ramallah

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Chiara Cruciati -Left 9 Novembre 2019

«Nella vita precedente ero il muro di Berlino. Lì la birra era più buona». La scritta, con la vernice nera, prende un paio di blocchi di cemento della barriera israeliana sulla strada palestinese che da Ramallah porta a Nablus. Il muro che Tel Aviv ha iniziato a costruire nel 2002, in piena seconda Intifada, è lungo 712 chilometri, quasi il triplo della lunghezza della Linea verde dell’armistizio del 1948 tra il neonato Stato di Israele e i Paesi arabi.

Un serpente che corre dentro la Cisgiordania e ne mangia ulteriori terre: secondo l’Onu, una volta terminato, avrà inglobato in Israele 52.600 ettari di terra palestinese, separando circa 150 comunità dai propri appezzamenti. Perché il muro, presentato 17 anni fa come indispensabile a garantire la sicurezza dei cittadini israeliani, non è mai stato terminato: della barriera (in alcuni tratti blocchi di cemento alti otto metri, il doppio di quella che divideva in due Berlino, in altri rete elettrificata e trincee) è stato realizzato meno del 70 per cento.

Interi pezzi di muro mancano, non ci sono, e diventano la via di accesso dalla Cisgiordania in Israele di decine di migliaia di lavoratori illegali palestinesi che cercano impieghi senza contratto né diritti nelle imprese agricole e i cantieri israeliani. La ragione sta nell’effettivo obiettivo del muro: non la sicurezza, ma l’ulteriore annessione di terre della Cisgiordania occupata allo Stato di Israele. Il serpente non è lineare, non corre lungo la Linea Verde, ma entra all’interno, circonda le colonie e – di fatto – le annette al territorio israeliano.

Di quei 712 km, 202 ruotano intorno a Gerusalemme. La città santa, internazionale secondo le Nazioni Unite, è sbarrata. Una colata di cemento ha separato, per la prima volta nella storia, Betlemme da Gerusalemme e provocato un crollo dell’economia palestinese: Gerusalemme Est ha visto chiudere migliaia di negozi, i clienti non ci sono più, impossibilitati a oltrepassare quell’innaturale barriera. E 90mila palestinesi residenti a Gerusalemme si sono ritrovati in Cisgiordania, con blocchi di cemento che li hanno divisi dai vicini di casa pochi metri più in là.

Tutto in nome della sicurezza. Quel muro, in tal senso, non è l’eccezione in Medio Oriente. È la regola. Il solo Israele ne ha costruiti altri quattro: uno a Gaza (“arricchito” negli ultimi mesi dall’ennesima barriera che entra in mare, un muro sottomarino e uno in superficie che parte dalla costa ed entra per 200 metri nel Mediterraneo); uno con il Sud del Libano, 11 km completati nel 2018 lungo la Linea Blu, l’armistizio tracciato nel 2000; uno con l’Egitto, 245 km in mezzo al deserto che dal 2013 impediscono l’ingresso dei richiedenti asilo africani.

E uno addirittura dentro una delle sue città: Led (in arabo, Lod in ebraico), a pochi chilometri da Tel Aviv, dovrebbe essere una città mista, abitata sia da palestinesi che da ebrei, ma a dividere i quartieri e i cittadini c’è una barriera interna che impedisce ai primi di muoversi liberamente.

Talmente tante barriere che i palestinesi ci scherzano su: «A forza di costruire muri, Israele si è chiuso dentro». Ma dietro c’è un’ideologia radicata, quella della separazione tra “noi” e “loro” che l’Europa sta facendo sua. Se non ti vedo, non esisti. E l’ha fatta sua da tempo il mondo arabo dove per un muro che cade, altri ne spuntano…