Marco Carrai di Aeroporti Toscana è il nuovo console di Israele

L'imprenditore fiorentino Marco Carrai, ritenuto vicino a Matteo Renzi, è il nuovo console onorario di Israele per Lombardia, Toscana e Emilia Romagna. Lo ha annunciato sulla sua pagina Fb l'ambasciatore israeliano in Italia Dror Eydar, postando la foto di un suo incontro con Carrai, presidente di Toscana Aeroporti, e imprenditore nel campo della cybersecurity che vanta importanti relazioni in Israele.  https://frammentivocalimo.blogspot.com/2019/10/marco-carrai-e-il-nuovo-console-di.html

La nomina del 44enne imprenditore fiorentino, secondo quanto si apprende, è stata formalizzata nei giorni scorsi dopo che già da febbraio erano circolate le prime anticipazioni in merito. "Auspico una stretta collaborazione per rafforzare le già eccellenti relazioni tra i due Paesi", scrive Eydar, rivolgendo a Carrai i suoi auguri per "l'importante mandato" conferitogli. Inoltre, tra fine ottobre e inizio novembre aprirà per la prima volta a Firenze la sede di un consolato

Una maggiore informazione si può avere  da quanto è stato pubblicato su Carrai negli anni scorsi e di cui si riportano di seguito ampi stralci.

La Cia perplessa sulla nomina di Carrai   da: Andrea Mollica su Il Fatto del 7 maggio 2016

Marco Carrai non avrà neppure una consulenza dalla presidenza del Consiglio dei ministri per occuparsi di cybersecurity e così operare all’interno dell’intelligence italiana, seppur da esterno. Lo spiega il “Fatto Quotidiano” di sabato 7 maggio 2016, in un articolo firmato da Davide Vecchi e Antonio Massari.  Dopo che, informalmente, anche il presidente della Repubblica Mattarella avrebbe bloccato la nomina di una nuova struttura di intelligence informatica diretta da Marco Carrai, come inizialmente pensato da Matteo Renzi prima di accantonare il progetto, i servizi segreti americani avrebbero fatto forti pressioni sui vertici italiani per evitare il nuovo incarico da esterno pensato per lo storico collaboratore del premier. Il “Fatto” parla di un “vigoroso consiglio” partito dai servizi italiani verso Palazzo Chigi, dopo insistente “pressing” da parte della Cia. La notizia sarebbe stata anticipata da un dirigente della nostra intelligence, e confermata da altre fonti, una governativa, l’altra diplomatica. Il 29 aprile 2016 Matteo Renzi, nella conferenza stampa in cui aveva annunciato le nuove nomine degli apparati di sicurezza, aveva spiegato che Marco Carrai sarebbe stato chiamato a Palazzo Chigi per “aiutarlo coi big data”. Nei giorni successivi il sottosegretario Marco Minniti avrebbe però convinto il presidente del Consiglio a desistere vista “la portata dei timori americani”. La perplessità dell’intelligence Usa riguarda in particolare modo i forti interessi economici che legano Marco Carrai a  Israele. ” I maggiori dubbi sarebbero legati alla Cys4 e alle tre Wadi Venture registrate tra Tel Aviv e Lussemburgo. Società riconducibili a Carrai e partecipate da grandi imprenditori delle infrastrutture pubbliche, consiglieri di Finmeccanica, capi di importanti gruppi bancari, ex agenti dei servizi segreti israeliani, uomini legati ai colossi del tabacco, oltre al solito fedelissimo renziano, Davide Serra”. Tra i soci israeliani che avrebbero suscitato le perplessità di Washington su Carrai il “Fatto” cita il lobbista Jonathan Pacifici e Reuven Ulmansky, ex agente dell’unità di intelligence informatica dell’esercito di Israele. Anche l’amicizia con il controverso Michael Leeden, indagato dall’Fbi per i dati riservati venduti al Mossad, avrebbe aumentato i dubbi della Cia sulla nomina di Marco Carrai. “Lo stop recapitato è stato formulato come consiglio finalizzato a evitare interferenze da parte degli agenti israeliani”, scrive il Fatto Quotidiano, rimarcando il rapporto complesso tra l’amministrazione Obama e il governo Netanyahu.

Carrai e i rapporti con l'intelligence di Israele da: Alessandro Da Rold e Davide Gangale Twitter @ARoldering e @davidegangale 20 Gennaio 2016

Amico di Renzi. E vicino a Reuven Ulmansky, veterano dell'esercito di Tel Aviv. Legami adatti a un ruolo nella cyber security? M5s: «Crepe tra premier e Servizi». Doveva diventare uno «007 con licenza di uccidere», diretto dipendente del Dipartimento informazioni per la sicurezza (Dis) di Giampiero Massolo. Scavalcando persino il sottosegretario con delega ai Servizi Marco Minniti. Ma rischia di finire come uno dei tanti consulenti renziani del ''Giglio magico'' di Palazzo Chigi, con tutta probabilità senza neppure uno staff che lo affianchi.  Dopo le polemiche di questi giorni esce ridimensionato il ruolo che potrebbe avere Marco Carrai, il ''Richelieu'' di Matteo Renzi, nel settore della cyber security dove il governo ha deciso di investire 150 milioni di euro. A confermarlo è stato il ministro per le Riforme Maria Elena Boschi durante il Question time alla Camera. E sono almeno due i motivi che hanno frenato l'ascesa del testimone di nozze del presidente del Consiglio nelle sacre stanze dello spionaggio in Italia.

QUEI LEGAMI CON ISRAELE. Innanzitutto gli interessi economici e politici dello stesso Carrai con Israele.Un rapporto molto stretto che vede 'Marchino' impegnato spesso a Tel Aviv o a ricevere il primo ministro Bibi Netanyahu a Firenze.  In secondo luogo l'eccesso di potere che il premier avrebbe voluto concentrare su di sé affidando un ruolo così delicato a un amico senza esperienze nel settore: una questione politica che le opposizioni continuano a contestare, in particolare il Movimento 5 stelle di Beppe Grillo.

CONFLITTO TRA INTELLIGENCE. «È evidente e più che giustificato che i Servizi segreti dello Stato non vogliano intromissioni di Paesi esteri in un ambito così delicato come quello della cyber security. Il problema sono i rapporti di Carrai con Israele». L'esperto di intelligence chiede l'anonimato per spiegare a Lettera43.it quella che è davvero una delle ragioni che in queste ore sta turbando i Servizi italiani.  Il problema di Carrai infatti si chiama Unità 8200, termine che dice molto agli esperti militari, perché si tratta dell'unità di Difesa dell'Israel defence force sotto il comando del Direttorato dell'intelligence militare israeliana incaricata dello spionaggio di segnali elettronici, decrittazione e cyber warfare. In pratica è la Nsa israeliana in rapporti col Mossad.

Ma quali sono i legami con l'Unità 8200 del ''Gianni Letta di Greve in Chianti''?   Reuven Ulmansky: ovvero uno dei soci della Wadi Ventures di Jonathan Pacifici e Marco Bernabè, società di consulenza con sede a Tel Aviv con cui Carrai intrattiene rapporti molto stretti.  Incroci societari che portano fino alla nota start-up Cys4, consulenze economiche e persino tecnologiche con il padre di Bernabè, il noto Franco, ex numero uno di Telecom Italia.   Carrai sta provando da mesi a cercare clienti per la Wadi in Italia e nello stesso tempo in un articolo del 23 ottobre 2014 sul Corriere della sera sponsorizzò l'acquisto da parte dell'Unione europea del gas israeliano proveniente da Leviathan, che potrebbe ridurre in parte la dipendenza dal gas russo.   Territori spinosi dove si incrociano gli interessi delle nostre aziende pubbliche.

GUERRE ECONOMICHE. Ma chi è Ulmansky?

Un veterano della 8200 con un curriculum di livello, esperto nel settore militare, tutt'ora consulente della Israel Aircfraft Industries, principale industria aeronautica israeliana. «Lo spionaggio è il secondo mestiere più antico del mondo», spiega l'esperto. «Riguarda la sottrazione di informazioni sensibili ad altri Stati, con cui come possiamo vedere si conducono guerre economiche ai nostri tempi».

APPALTI MILITARI A RISCHIO. Quindi quale sarebbe il problema di Carrai? «Per un Paese non è accettabile che un altro Paese possa condividere queste informazioni. Basti pensare alla possibilità di interessi economici, come nel caso in cui una nostra azienda come Finmeccanica decida di affrontare una gara per la vendita di armamenti. Se la conoscono anche gli altri, hanno la possibilità di metterci le mani». Tofalo (M5s): «Appetiti sui fondi per la cyber security»  Della questione si è occupato anche il Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica che si è riunito in via straordinaria mercoledì 20 gennaio. Proprio per discutere dell'eventuale affidamento all'imprenditore fiorentino di un ruolo di primo piano nella gestione della sicurezza informatica in Italia.  A parlare con Lettera43.it è Angelo Tofalo, deputato del Movimento 5 stelle e membro del Copasir: «La Cys4 di Marco Carrai è poco più di una start-up. Il punto qui è un altro: l'impressione è che ci sia qualche potere forte, più forte di Renzi, che vuole papparsi i 150 milioni di euro per la cyber security stanziati dalla legge di Stabilità».

Tensione nel governo tra Renzi e Minniti

Marco Minniti era allora  sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri con delega ai Servizi (NdR)  Ma nella sua risposta all'interrogazione di Sel c'è un altro passaggio che Tofalo trova significativo: «Il ministro Boschi ha detto che l'unica autorità politica preposta alla gestione dei servizi sicurezza è Marco Minniti. Una strana rassicurazione, dal momento che nessuno qui ha attaccato Minniti».  Come si spiega allora? «Boschi ha ritenuto necessario fare questo passaggio. Chissà a chi rispondeva, forse a qualcun altro nel governo. A mio avviso tra Renzi e Minniti si sta aprendo qualche crepa».

L'OMBRA DI LUCA LOTTI. Non è un mistero che Luca Lotti, altro esponente di spicco del ''Giglio magico'' insieme con Carrai, ambisca a prendere un giorno il posto del fedelissimo dell'ex presidente del Consiglio Massimo D'Alema.  In ogni caso secondo il Movimento 5 stelle la figura di Carrai non è adatta all'incarico, nemmeno se si trattasse di una consulenza: «Anche in veste di consulente, Carrai o chi per lui avrebbe accesso a informazioni riservate dell'Aise, dell'Aisi e del Dis, potrà mettere mano ai nostri pc di servizio e il Paese corre il rischio di tornare indietro a 30 anni fa, allo spettro di strutture parallele».  Per questo spetta a Matteo Renzi chiarire quali siano le sue intenzioni: «Venga a riferire al Copasir. Il Movimento 5 stelle ha chiesto ufficialmente la sua convocazione».   Twitter @ARoldering e @davidegangale

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I filopalestinesi del pd disturbano i filo-israeliani renziani Carrai, Gutgeld e Serra

CHE NOIA ‘STI FILO-PALESTINESI DEL PD: CON LE LORO MOZIONI, RISCHIANO DI DISTURBARE I RAPPORTI TRA I RENZIANI CARRAI, GUTGELD, SERRA E LA FINANZA EBRAICA - CARRAI STA “SPONSORIZZANDO” IL GAS DI ISRAELE IN EUROPA -

Gutgeld è impegnato nell'elaborazione di un piano che ha l'obiettivo di portare in Italia una più massiccia presenza di fondi esteri di venture capital, naturalmente anche israeliani - Il piano è già stato scritto nero su bianco e porta la firma di Action Institute, un think tank presieduto da Carlotta De Franceschi, consulente di Renzi a Palazzo Chigi e molto vicina allo stesso Gutgeld.

20/2/2015  Stefano Sansonetti per “il Giornale”      Non c'è niente da fare. La querelle sorta intorno alla mozione per il riconoscimento dello Stato della Palestina rischia di trascinare in un incidente diplomatico con Israele la parte più «renziana» del Pd. In particolare quello spicchio di «giglio magico» che negli ultimi tempi si sta spendendo di più per consolidare rapporti economici tra Italia e il Paese oggi guidato da Benjamin Netanyahu.   Ora, al di là del fatto che le polemiche sembrano essere state momentaneamente disinnescate, la realtà è che dietro le quinte due esponenti renziani sono letteralmente andati su tutte le furie quando hanno appreso la notizia delle mozioni a cui lavoravano Pd, Sel e Psi. I due sono Yoram Gutgeld, israeliano naturalizzato italiano e consigliere economico del premier, e Marco Carrai, amico e collaboratore di vecchia data dell'ex sindaco di Firenze.

yoram gutgeld

Il fatto è che entrambi, sottotraccia, stanno portando avanti con Israele progetti economici destinati a muovere parecchi soldi. Gutgeld, per esempio, è impegnato nell'elaborazione di un piano che ha l'obiettivo di portare in Italia una più massiccia presenza di fondi esteri di venture capital (fondi che investono in imprese ad alto potenziale di sviluppo), naturalmente anche israeliani.  Il piano è già stato scritto nero su bianco e porta la firma di Action Institute, un think tank presieduto da Carlotta De Franceschi, consulente di Renzi a Palazzo Chigi e molto vicina allo stesso Gutgeld. Nel documento, per esempio, viene sponsorizzato «il meccanismo del fondo dei fondi» accompagnato da «una politica fiscale mirata, sul modello israeliano».

Davide Serra è il principale finanziatore di tutte le campagne elettorali di Matteo Renzi

E una nota a margine del dossier spiega per filo e per segno come funzionano gli sgravi fiscali per i fondi di venture capital in Israele. Poi ci sono le operazioni di Carrai che riguardano il settore del gas, finora completamente sfuggite ai radar. Si dà infatti il caso che il braccio destro del premier, sfruttando i suoi contatti, stia cercando di «sponsorizzare» il gas israeliano in Europa.   Tutto parte dalla scoperta nel 2011 al largo delle coste israeliane di un maxigiacimento ribattezzato «Leviathan». Secondo Carrai, che citò la scoperta in una lettera al Corriere della sera del 31 ottobre 2014, l'Unione europea dovrebbe sfruttare l'opportunità di acquistare gas da questo giacimento per diversificare le sue fonti di approvvigionamento, ancora oggi troppo dipendenti dalla Russia.   Insomma, Gutgeld e Carrai, tra i più attivi nel coltivare i rapporti con Israele, hanno in mano operazioni sulle quali dal loro punto di vista non era il momento di proiettare l'ombra di un incidente diplomatico conseguente alla mozione di riconoscimento della Palestina. Per questo sono andati su tutte le furie quando il loro stesso partito, il Pd, si è avventurato su un percorso a dir poco sdrucciolevole.   Che poi i rapporti tra il governo Renzi e Israele proprio l'altro ieri sono stati oggetto di un articolo sul Wall Street Journal firmato da Michael Ledeen, animatore di circoli conservatori Usa e amico dello stesso Carrai (è intervenuto anche al suo matrimonio). Ebbene, nell'articolo Ledeen sottolinea l'importanza dei segnali mandati a Israele dal nuovo presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il cui primo atto è stato la visita alle Fosse Ardeatine.    E ricorda come lo stesso Mattarella, qualche giorno dopo, durante il discorso di insediamento alle Camere, abbia ricordato il piccolo Stefano Taché, ucciso nel 1982 a soli due anni nella sinagoga di Roma a seguito di un attentato antisemita. Un'ulteriore prova di come la storia della mozione del Pd abbia creato enormi grattacapi al «giglio magico».

 

IL PD SI DIVIDE SULLA PALESTINA  Goffredo De Marchis per “la Repubblica”, 20 febbraio 2015

Due mozioni per il riconoscimento dello Stato di Palestina, il Pd spaccato e il governo che frena. «Lo capite da soli. Quantomeno la tempistica è completamente sbagliata», confida il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ad alcuni deputati amici. Con l’Isis a 200 miglia dalle coste italiane, con la complicatissima mediazione sulla Libia, il voto sulla legittimità di un’autorità palestinese in questo momento sarebbe stato veramente il colmo.  Ci ha pensato un po’ il destino e un po’ la contrarietà di Palazzo Chigi a risolvere il problema salvando anche il Pd dalla storica frattura tra filo-israeliani e filo-arabi. Oggi infatti gli ordini del giorno saltano per via della fiducia sul Milleproroghe (che si approva stasera interrompendo i lavori in aula) e slittano a chissà quando, perché non sono provvedimenti urgenti. Finiranno in fondo a un fitto calendario, forse tra un mese. O più.   Il caso comunque scoppia e non evita la divisione nel Pd. All’assemblea del gruppo il deputato di religione ebraica Emanuele Fiano avvisa: «Se si vota questa roba, rivendico la libertà di coscienza». Walter Verini chiede il rinvio. Pippo Civati invece si schiera a favore del riconoscimento: «Lo chiedo anche intellettuali ebrei come David Grossman». L’ambasciata israeliana, con un comunicato, avverte: «Rischiate di incoraggiare i palestinesi a rifiutare i negoziati. State allontanando la pace».   Ma il Pd, a quel punto, ha già raggiunto il punto di rottura. Sono 15 le firme di deputati dem sotto la mozione di Sel che invoca un riconoscimento pieno della Palestina. E addirittura 31 deputati Pd sostengono il testo della socialista Pia Locatelli che impegna l’esecutivo a un via libera «definitivo» alla Palestina. Ci sono, tra gli altri, la bindiana Miotto, i bersaniani Fassina, Zoggia, Damiano e Giorgis, Civati e Sandra Zampa.   Palazzo Chigi e la Farnesina ufficialmente non intervengono. «È una materia parlamentare», spiega Renzi ai suoi collaboratori. Aggiungendo: «La materia è molto scivolosa». In realtà, il governo corre ai ripari e affida la “toppa” al responsabile Esteri Enzo Amendola. Amendola riceve il mandato a scrivere una mozione del Pd, che escluda il voto alle altre. Una mozione che usi i toni felpati della diplomazia e si muova cautamente sulla linea di “due popoli, due stati”. Alla fine, il voto salta e così il testo. Se ne riparla tra qualche settimana.

Resta una certezza. Il governo Renzi non ha alcuna intenzione di impegnarsi al riconoscimento della Palestina. Negli uffici del ministro Gentiloni si fa notare che i parlamenti di molti Paesi europei hanno votato risoluzioni sul Medioriente, dal Regno unito alla Francia, dallo stesso Europarlamento all’Onu. Ma solo in Svezia, tra le nazioni del nucleo storico Ue, quel tipo di mozione è stata poi adottata dal potere esecutivo. Come dire: Montecitorio agisca a suo piacimento, poi il governo non compirà alcuna scelta affrettata. Non è la linea di Massimo D’Alema che a Otto e mezzo invita a tenere conto del voto di quei parlamenti: «Se non diamo speranza alle leadership arabe moderate, non stupiamoci se lì vincono fondamentalismo e terrorismo».