Protesta ovunque: «Donne libere in Palestina libera»

La protesta. Il movimento femminista e anti-colonialista indipendente Tal'at lancia la protesta, rispondono in migliaia in Cisgiordania, Gaza, Gerusalemme, dentro Israele e nella diaspora. La loro voce: «Non ci potrà essere liberazione nazionale se le donne rimangono prigioniere»

di Chiara Cruciati

Il Manifesto, 28.09.2019

Hanno legato la lotta di liberazione nazionale a quella delle donne, entrando di petto nella storia del movimento femminista palestinese in questi decenni di battaglia all’occupazione. In migliaia giovedì, donne di ogni età, sono scese nelle strade e le piazze della Palestina storica e della diaspora con un messaggio dirimente: «Free homeland, free women».

Donne libere in Palestina libera. O, meglio declinata: non ci potrà mai essere una patria libera se le donne resteranno prigioniere. Del patriarcato, della violenza di genere, di un sistema economico e sociale che le vede studiare e laurearsi in percentuali molto maggiori rispetto agli uomini per poi scontrarsi con un mondo del lavoro chiuso e respingente.

Hanno manifestato giovedì, richiamate dal gruppo indipendente Tal’at. Ovunque: Cisgiordania, Gaza, Gerusalemme, Israele, da Nablus a Ramallah, da Taybeh ad Haifa. E nella diaspora, a Beirut e Berlino.

«Abbiamo iniziato a lavorare alla piattaforma alla fine dello scorso anno, dopo l’omicidio di una giovane di 16 anni, Yara Ayoub, ad al-Jish – ci spiega Soheir Asaad, attivista politica e femminista, tra le organizzatrici di Tal’at – Poi con il femminicidio di Israa abbiamo capito che era il momento di agire».

Israa Ghrayeb, 21 anni, è stata uccisa a inizio settembre, nel villaggio di Beit Sahour. Due settimane fa il procuratore generale Akram al-Khateeb ha incriminato tre familiari, accusandoli di averla picchiata a morte e di averla sottoposta in passato ad abusi e torture.

«Abbiamo lanciato un appello: ci hanno risposto 11 comunità, tra cui Beirut». Così giovedì è successo l’inatteso: la protesta di migliaia di donne in tutta la Palestina storica e al di fuori, «persone di ogni background, numeri mai raggiunti da nessuna manifestazione negli ultimi anni».

Una protesta prima di tutto contro i femminicidi («28 nel 2019 e 35 nel 2018»), ma all’interno di una piattaforma molto più articolata, quella di un movimento che si definisce femminista e anticolonialista, in lotta contro il regime di segregazione israeliano e il patriarcato interno: «Primo: siamo qui per combattere ogni tipo di violenza, fisica, sessuale, psicologica, politica ed economica che la maggior parte delle donne palestinesi affronta ogni giorno – continua Soheir – Secondo: la violenza non è un fatto individuale né va affrontato come un caso criminale: è un crimine sociale, è il sistema che uccide. Come nel caso di Israa, lo si è visto dal ruolo passivo di medici e polizia. Terzo: la giustizia di genere è una questione politica. Siamo la terza generazione di rifugiati, viviamo in comunità segregate e divise dall’occupazione israeliana e come donne subiamo le stesse violenze, omicidi, detenzioni, divieto alla riunificazione familiare. Quarto: vogliamo ridefinire il concetto di liberazione nazionale, prendendo di mira l’élite politica, i partiti, le organizzazioni: non ci può essere liberazione nazionale senza la liberazione delle donne. Non basta essere liberi dal dominio israeliano se la nostra società non libera e giusta per tutti».

Una lotta intersezionale, che ha al suo centro la battaglia di ogni marginalizzato, dai rifugiati alla comunità Lgbqi.

Giovedì tra le donne armate di cartelli, voce e megafoni, per lo più giovanissime, si è visto anche qualche uomo. E si sono visti i soldati israeliani che a Gerusalemme hanno aggredito la marcia alla Porta di Damasco: a cavallo e a piedi, hanno spinto a terra e picchiato le manifestanti e ne hanno arrestate alcune. E hanno confiscato le bandiere palestinesi che sventolavano tra la folla.