Un film racconta l'esperimento fallito di coinvolgere adolescenti palestinesi nei kibbutz

Un nuovo documentario fa luce su un episodio quasi completamente cancellato dalla storia ufficiale di Israele. Qualcosa che rivela come l'apartheid israeliano sia stato istituito sin dalla nascita del paese. 

di Jonathan Cook

MondoWeiss , 23.09.2019

 

La "Voce di Ahmad" dei registi Avshalom Katz, David Ofek, Ayelet Bechar, Shadi Habib Allah, Naom Kaplan, Mamdooh Afdile e Iddo Soskolne è uscito in sala questo mese in Israele. Si concentra sulla straordinaria storia di Ahmad Masrawa durante la sua adolescenza negli anni '50, quando lo stato ebraico appena costituito cercava di stabilire le proprie fondamenta.

Masrawa era una delle molte centinaia di adolescenti palestinesi in Israele che furono adottati da un kibbutz, comuni agricole che erano al centro degli sforzi del movimento sionista per giudaizzare le terre appena sottratte al popolo palestinese, sia ai rifugiati costretti a lasciare il terrirorio, sia a quei pochi palestinesi come Masrawa che erano riusciti a rimanere all'interno del nuovo stato.

Oggi esistono centinaia di questi kibbutz, tutti abitati esclusivamente da ebrei, i quali controllano la gran parte del territorio israeliano. In pratica ai cittadini palestinesi israeliani è vietato di viverci.

Ma, come mostra questo nuovo film, c'è stato un breve momento in cui una manciata di ebrei israeliani progressisti ha immaginato un futuro diverso in cui i "kibbutznik" ebrei e arabi potessero vivere insieme. L'esperimento si concluse con un completo fallimento.

Una pugnalata alla schiena

Masrawa fa parte dell'ampiamente trascurata minoranza palestinese in Israele, oggi un quinto della popolazione del paese. Era fra quei palestinesi che durante la Nakba, la catastrofe del 1948, sfuggirono alle espulsioni di massa che crearono Israele sulle rovine della patria palestinese.

Alcuni anni dopo, sotto pressione internazionale, Israele concesse tardivamente a questa minoranza una cittadinanza di seconda categoria.

Il fatto che i cittadini palestinesi, che sono ora 1,8 milioni, abbiano diritto di voto è spesso citato come prova che Israele sia una normale democrazia di tipo occidentale. Nulla potrebbe essere più lontano dalla verità, come ben mostrato da questo documentario.

Gli strani anni dell'adolescenza di Ahmad erano già stati portati alla luce, quando Ahmad apparve in un breve documentario a metà degli anni '60, dal titolo "Io sono Ahmad", che fu inizialmente censurato e, quando infine fu proiettato, suscitò un certo clamore. Ram Loevy, il suo regista, afferma nel nuovo film che il suo documentario venne percepito dalla maggior parte degli ebrei israeliani come "una pugnalata alle spalle".

Le baraccopoli

Era la prima volta che un film israeliano permetteva a un "arabo israeliano" - un cittadino palestinese di Israele - di essere il protagonista.

"Io sono Ahmad" segue Masrawa nel momento in cui veniva revocato il regime marziale imposto da quasi due decenni alla minoranza palestinese israeliana, poco prima dello scoppio della guerra dei sei giorni. Viene filmato mentre lascia il suo povero villaggio di Arara, nel nord di Israele, per andare a cercare lavoro nella città costiera ebraica di Tel Aviv, allora in rapida espansione.

Masrawa è voce narrante del film e offre riflessioni personali in ebraico su come sia vivere come lavoratore straniero nel proprio paese.

Come molte altre migliaia di palestinesi in Israele, Ahmad era costretto a lavorare alla giornata nei cantieri edili, scomparendo di notte in una capanna di latta nelle baraccopoli allestite dai cittadini palestinesi alla periferia di Tel Aviv.

Un alto numero di vittime

"La voce di Ahmad" è un lavoro corale che comprende sei brevi documentari che si ispirano o sviluppano il tema di "Io sono Ahmad", la cui versione restaurata apre il nuovo film.

"Cieli di cemento" mostra un anziano Masrawa passare la giornata con un gruppo di giovani lavoratori occasionali del suo villaggio in un cantiere edile. Masrawa scopre che poco è cambiato a mezzo secolo di distanza, incluso lo stesso tragico bilancio di vittime in un settore che sembra prendere a malapena in considerazione le vite dei suoi lavoratori non ebrei.

Ma la parte più interessante della "Voce di Ahmad" è il retroscena sul perché Masrawa finì negli anni '60 a costruire nuove case per gli immigrati ebrei che arrivavano per rafforzare l'espropriazione di palestinesi come lui. Una riflessione che non compariva in "Io sono Ahmad".

Abbiamo dovuto aspettare mezzo secolo perché quella storia venisse rivelata in "Mi chiamavo Zvi", una sorta di tardivo prequel di "Io sono Ahmad". La suo co-regista, Ayelet Bechar, è recentemente intervenuta sulle sue ricerche per il film in un articolo per il quotidiano liberale Haaretz.

La giudaizzazione della terra palestinese

"Mi chiamavo Zvi" riguarda il periodo di 18 anni tra il 1949 e il 1967 prima che Israele prendesse il controllo dei territori occupati, un'epoca in cui i palestinesi in Israele vivevano sotto il duro governo militare nonostante la loro cittadinanza israeliana. Furono rinchiusi nelle loro poche comunità superstiti mentre i loro nuovi sovrani confiscavano quasi tutti i loro terreni agricoli per insediare al loro posto immigrati ebrei.

Tuttavia, mentre si svolgeva questa catastrofe terriera, due noti socialisti ebrei iniziarono un piccolo esperimento di comunità mista che sembrava - almeno superficialmente - sfidare il principio fondamentale del sionismo.

Le terre sequestrate dalla minoranza palestinese israeliana furono trasferite a centinaia di kibbutz, comuni agricole in stile socialista istituite per gli ebrei come parte della politica ufficiale israeliana di giudaizzazione.

Molti decenni dopo, queste comunità controllano quasi tutta la terra di Israele, che ritengono di detenere come territorio nazionalizzato per conto di tutti gli ebrei del mondo, non solo dei cittadini di Israele.

Sebbene il kibbutz sia stato ampiamente esaltato in Occidente come modello di vita egualitaria e cooperativa - e durante i primi decenni di vita di Israele abbia attirato entusiasti volontari europei e americani - tutte queste comunità usavano comitati di controllo per assicurarsi che nessun cittadino palestinese potesse ottenere l'ammissione.

Attratti dalle ragazze

Tuttavia nei primi anni di Israele alcuni socialisti ebrei sostenevano che il movimento dei kibbutz dovesse essere all'altezza dei suoi presunti ideali di "sionismo, socialismo e fratellanza delle nazioni". Fondarono un'organizzazione della "Gioventù pioniera araba", la quale reclutava adolescenti palestinesi israeliani come Masrawa per vivere in un kibbutz.

Gli ostacoli erano molti. I giovani palestinesi venivano ospitati come latitanti. Infatti il governo militare richiedeva loro di vivere nelle proprie comunità, segregate e imprigionate.

E nonostante gli ideali elevati professati, la maggior parte degli ebrei nel movimento dei kibbutz considerava i loro vicini palestinesi non come potenziali fratelli ma come una minaccia al progetto di costruzione dello stato etnico di Israele.

Queste giovani reclute palestinesi, nel frattempo, non erano lì per amore del sionismo. Desideravano liberarsi dalle soffocanti restrizioni economiche e sociali imposte dal governo militare. Alcuni ammettono di essere stati anche attratti dalla possibilità di vivere in promiscuità con le ragazze del kibbutz.

Ambasciatori dei Kibbutz

Masrawa arrivò al suo kibbutz a 14 anni, coperto da una nuova identità ebraica che gli era stata assegnata: "Zvi". Ma le differenze di trattamento furono evidenti sin dall'inizio.

Ai membri palestinesi era richiesto di indossare una divisa diversa ed erano loro assegnati compiti umili. Anche il motto della "Gioventù pioniera" dei kibbutz dette la priorità alla sottomissione, mutando da "forte e coraggioso" a "forte e leale".

E mentre i kibbutzim permettevano a malincuore a qualche manciata di adolescenti palestinesi di mescolarsi a loro, nel frattempo collaboravano con il governo militare per rubare i terreni agricoli rimanenti agli stessi villaggi dai quali provenivano i loro compagni palestinesi.

Fra le righe c'era anche una missione politica. Avraham Ben Tzur, fondatore della Gioventù Pioniera, osservò che lo scopo era quello di trasformare questi impressionabili giovani palestinesi in ambasciatori per i kibbutz, presumibilmente nella speranza che quando sarebbero tornati nei loro villaggi avrebbero cercato di giustificare il furto dei terreni da parte dei kibbutz alle loro famiglie allargate.

Il progetto iniziò rapidamente a svelarsi quando divenne chiaro che la sola visione degli organizzatori della Gioventù Pioniera era quella di una parrocchia ebraica.

Sentimenti imbottigliati

In una scena toccante di "Mi chiamavo Zvi", il giovane Masrawa, carico degli ideali di vita condivisa ed egualitaria del kibbutz, si reca negli uffici dell'Autorità israeliana delle terre per informarsi sulla possibilità di creare il primo kibbutz arabo vicino al suo villaggio di Arara, a sud di Nazareth.

L'alto funzionario gli risponde con un lungo elenco di condizioni che deve soddisfare prima di poter ottenere l'approvazione. Ogni volta che Masrawa si presenta soddisfando le richieste, gli vengono date ancora più condizioni, finché l'esasperato funzionario non spiega chiaramente i fatti della vita a Masrawa.

Gli dice che il governo non permetterà mai un kibbutz arabo. Non solo: "Sulla terra espropriata del tuo villaggio stabiliremo tre comunità ebraiche, che assumeranno braccianti quando necessario".

La chiara conseguenza è che queste comunità ebraiche, se necessario, useranno le loro armi contro Masrawa e i suoi compaesani per imporre il furto delle terre di Arara.

In effetti, nessun kibbutz palestinese, e neppure una vera comunità mista, è mai stato permesso.

Walid Sadik, che in seguito fu un membro palestinese del parlamento israeliano, disse che lui e gli altri kibbutznik palestinesi avevano "tenuto la bocca chiusa e i sentimenti imbottigliati".

Matrimonio misto respinto

Ma è stata l'esperienza di un altro palestinese, Rashid Masarawa, a suonare la campana a morto per la Gioventù Pioniera.

A metà degli anni '60 si innamorò e sposò una donna ebrea, Tzvia Ben Matityahu, nel Kibbutz Hashlosha. Date le restrizioni di Israele ai matrimoni misti, che continuano ancora oggi, la coppia dovette recarsi all'estero per sposarsi.

Al loro ritorno, furono cacciati da Hashlosha e cercarono rifugio da degli amici in un altro kibbutz, Gan Shmuel.

Ma anche la loro richiesta di abitare lì fu respinta. La stragrande maggioranza dei membri obiettò che la famiglia Masarawa era originaria di Sarkas, un villaggio distrutto da Israele nel 1948 per impedire ai suoi rifugiati di tornarvi. Gan Shmuel era stato costruito sulle terre rubate a Sarkas.

Masarawa dice in lacrime: "Se fossi stato accettato, avrebbe significato ritornare nel mio villaggio". Nella visione del mondo sionista, il pericolo era che ai membri del kibbutz venisse chiesto di concedere qualcosa che potesse costituire un precedente per un diritto al ritorno.

"Sabbia gettata nei nostri occhi"

Il sionismo di questi socialisti ebrei è decisamente mancato di qualsiasi parvenza di umanità o compassione condivisa. La Gioventù Pioniera si dissolse poco dopo, quando i giovani palestinesi di Israele spostarono la loro fedeltà verso il nuovo nazionalismo arabo dell'Egitto nasserista.

Ben Tzur, fondatore della Gioventù Pioniera, racconta alla Bechar del suo shock quando, dopo che Israele aveva occupato la Cisgiordania, Gerusalemme est e Gaza nel 1967, le sue reclute palestinesi votarono un piano molto favorito dai membri del kibbutz per la creazione di uno stato alternativo per i palestinesi al di fuori della loro patria, in Giordania.

Masrawa osserva: “Oggi guardando indietro, dico che ci hanno lanciato sabbia negli occhi. Resero gli ideali del kibbutz una farsa.”

Nessuna speranza di fratellanza

Oggi il governo militare potrà sembrare un lontano ricordo, ma il suo retaggio persiste.

Il carattere ebraico di Israele preclude ancora l'uguaglianza per i palestinesi, anche per quelli che hanno la cittadinanza. La slealtà dei palestinesi è ancora un luogo comune tra gli ebrei israeliani. La terra palestinese viene ancora giudaizzata, anche se, ora che i cittadini palestinesi hanno perso tutto tranne una minima parte delle loro terre, il processo di giudaizzazione si sta svolgendo principalmente nei territori occupati. La rigida segregazione etnica assicura che i matrimoni misti siano ancora rari e deplorati.

Il voto palestinese non è altro che una decorazione di facciata, e ora è sempre più spesso caratterizzato come fraudolento da politici come Benjamin Netanyahu, che questo mese ha dichiarato che i cittadini palestinesi avevano tentato di "rubare le elezioni" esercitando il loro diritto democratico.

E ovviamente la fratellanza oggi non è nemmeno un'aspirazione.

L'orribile suprematismo etnico

La "Voce di Ahmad" termina con un cortometraggio di due cittadini israeliani - uno ebreo e l'altro palestinese - che si sono imposti un esilio in Finlandia. Lì vivono da vicini, condividendo la passione di sudare insieme in una sauna e scherzando sulla distruzione di Israele con una bomba nucleare.

Iddo Soskolne, l'amico ebreo, la cui famiglia proviene dalla Polonia, dice che i finlandesi lo hanno soprannominato "falafel" per la sua provenienza dal Medio Oriente.

Finalmente, ammettono i due, hanno trovato l'uguaglianza nel loro status di minoranza, come stranieri, in Finlandia. Hanno trovato una vera fratellanza che sarebbe impossibile in Israele.

A conti fatti, sono stati i "bravi ragazzi" - i socialisti - a stabilire la versione israeliana dell'apartheid, implementandola proprio attraverso i loro kibbutz "egualitari". Queste strutture politiche razziste sono state create da un partito laburista israeliano la cui fine politica è ora - dopo un decennio di dominio da parte della destra ultra-nazionalista - molto lamentata all'estero.

Ma la realtà è che il sionismo dei fondatori di Israele era un orribile progetto di supremazia etnica al pari del sionismo della destra nazionalista di oggi guidata da Netanyahu. La storia di Ahmad Masrawa è un utile promemoria di questa verità.

 

Traduzione a cura dell'Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus, Firenze