Le deputate statunitensi che smascherano Israele

di Gideon Levy

Internazionale, 23.08.2019

Due deputate statunitensi, Rashida Tlaib e Ilhan Omar, hanno contribuito a svelare al loro paese e al mondo la verità su Israele. Dovrebbero essere ringraziate per questo. In qualche modo, anche il presidente statunitense Donald Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu hanno contribuito a portare alla luce la verità, anche loro andrebbero ringraziati: impedendo alle due deputate del Partito democratico di entrare nel territorio israeliano a causa del loro appoggio al movimento Bds (Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni) ci hanno risparmiato un’altra sceneggiata. Dopo tutti gli attivisti per i diritti umani a cui è stato negato l’ingresso in Israele, c’è voluto il divieto a due rappresentanti del congresso statunitense per mostrare che lo stato israeliano è uno dei pochi al mondo a respingere i visitatori sulla base delle loro idee politiche.

Anche la sinistra sionista ha fatto la sua parte. Le due politiche Stav Shaffir e Tamar Zandberg sono rimaste sconvolte dal “danno all’immagine di Israele” che questo episodio avrebbe causato e hanno dato al governo dei consigli su come continuare a ingannare il mondo affermando che nel paese non c’è l’apartheid ma la democrazia. Shaffir, che ha definito Netanyahu un codardo, voleva spiegare alle sue colleghe statunitensi le “complessità del conflitto”, un’espressione molto infelice che serve alla vigliacca sinistra sionista per nascondere il fatto che non sa dove sta andando e per negare l’evidenza. Non c’è nulla di complesso nell’apartheid.

Nessuno pensava che al tempo dell’apartheid la situazione in Sudafrica fosse complessa, a parte i nazionalisti bianchi e chi li sosteneva. E nessuno dovrebbe commettere l’errore di pensare la stessa cosa del paese che ha raccolto l’eredità del Sudafrica. Bianco o nero, occupante o sotto occupazione: non è per niente complesso. Ma in Israele l’immagine è l’unica cosa che conta. Il mondo, che vede lo stato israeliano come un faro della democrazia, adesso potrebbe finalmente scoprire che le cose non stanno così. E quindi il divieto d’ingresso a Rashida Tlaib e Ilhan Omar sarà ricordato come un momento fondamentale nella battaglia per svelare una verità che gli israeliani hanno paura di guardare dritta negli occhi.

L’annullamento della visita delle due deputate dovrebbe mettere tutti gli israeliani di fronte ad alcune domande fondamentali. Sono contrari all’occupazione? Se sì, credono che a mettere fine all’occupazione sarà la stessa società israeliana, che si sveglierà un giorno e deciderà che non la vuole più ed è pronta a sostenere il peso di questa decisione? Se ci credono, sono abbastanza coraggiosi da accettare la conclusione inevitabile, e cioè che l’occupazione finirà solo grazie a pressioni esterne? Dopotutto questa è l’unica cosa che potrebbe spingere gli israeliani a chiedersi se valga la pena di pagare il prezzo e affrontare le sanzioni a cui andranno incontro. Il movimento Bds è lo strumento migliore per fare pressione, quindi chi è contrario all’occupazione deve sostenerlo.

Chi si oppone all’occupazione deve anche sostenere Tlaib e Omar. Le due deputate potrebbero dare un po’ di speranza a chi crede che negli Stati Uniti possa emergere una nuova generazione di politici in grado di cambiare lo stato attuale delle cose, nel quale a Israele è concesso di commettere qualsiasi crimine a suo piacimento con l’appoggio di Washington. Queste due coraggiose rappresentanti del congresso statunitense, una proveniente dal Minnesota e l’altra dal Michigan, hanno messo alla prova gli israeliani che si dichiarano contrari all’occupazione. Perché queste persone sono rimaste scandalizzate dal divieto d’ingresso? Per il danno causato all’immagine del paese o per la determinazione delle due deputate statuntitensi a ostacolare Israele? Sono semplicemente contrarie all’occupazione o sostengono davvero le attiviste come Tlaib e Omar e il movimento Bds? Israele aveva quasi sconfitto le due deputate. Per fortuna Rashida Tlaib, che ha origini palestinesi, non è caduta nella
trappola. Il governo è tornato sui suoi passi e le ha dato il permesso di entrare nel paese per visitare sua nonna, che vive in Cisgiordania. Ma era un gesto di puro colonialismo: depoliticizzare la questione palestinese, fare di una faccenda nazionale una questione umanitaria, e poi dipingere l’occupazione come compassionevole. A quel punto Tlaib ha rinunciato alla visita.

Dall’espulsione dei rifugiati nel 1948 fino all’assedio di Gaza, Israele ha negato i diritti dei palestinesi, così come ha negato a Tlaib il diritto di visitare la propria terra d’origine, negando il diritto di una parlamentare statunitense a visitare un paese in cui Washington ha investito moltissimo. Quello che offre Israele invece è un po’ più di carburante a Gaza e una visita a una nonna nel villaggio occupato di Beit Ur al Fauqa. Come lasciare un osso a un cane.