Fuga da Gaza, Israele la facilita

Gaza. Sarebbero 35 mila i palestinesi che hanno lasciato la Striscia nel 2018. Un funzionario israeliano riferisce che il governo Netanyahu è pronto a facilitare questa fuga causata in buona parte proprio dall'assedio israeliano. Nel piccolo territorio palestinese crescono disperazione e frustrazione.

 Michele Giorgio GAZA, Il Manifesto, edizione del 21 Agosto 2019

«Non ho i dati ufficiali, li conosce solo il ministero dell’interno però ritengo che sia realistico il numero di 35mila palestinesi usciti da Gaza nel 2018 e che non sono più tornati». Il giornalista Aziz Kahlout non smentisce il funzionario del governo Netanyahu che due giorni fa, ripreso dai giornali israeliani, ha indicato in 35mila i gawazi che l’anno scorso hanno abbandonato la Striscia passando il valico di Rafah con l’Egitto. E secondo quel funzionario governativo Israele «incoraggia» attivamente i palestinesi a lasciare Gaza. Avrebbe chiesto, senza per il momento ottenere risultati, a paesi non solo arabi di accogliere chi – a causa soprattutto delle conseguenze del blocco israeliano di Gaza – desidera ricostruirsi la vita in un’altra terra o restare per qualche anno lontano dalla Striscia. Israele sarebbe persino pronto a rendere disponibile un proprio aeroporto per i palestinesi che provano a scappare dalla prigione a cielo aperto di Gaza.

Per Khalil Shahin, vice direttore del centro palestinese per i diritti umani, l’invivibilità di Gaza prevista dall’Onu entro il 2020 è una realtà già da lungo tempo. «Sono i giovani che più di ogni altro vanno via appena trovano l’opportunità di farlo. Se ne vanno quelli più istruiti ma senza opportunità di lavoro e di costruirsi un futuro in una terra sotto assedio (israeliano), senza risorse, senza una economia e che vive di carità e aiuti umanitari» ci dice Shahin. Anche la sua famiglia ha lasciato Gaza. «I miei figli come altre decine di migliaia di giovani – aggiunge Shahin – sono laureati ma non avevano alcuna possibilità di trovare un lavoro adeguato alla loro preparazione. Tra i due milioni di abitanti di Gaza ci sono oltre 200mila laureati, ragazzi e ragazze che, se saranno fortunati, troveranno un impiego di basso livello e pagato male». Molti scappano in Spagna, Belgio o in Svezia, paesi europei ancora aperti alle richieste di asilo di cittadini del cosiddetto terzo mondo. Ma per farsi accogliere devono obbligatoriamente dichiarare di essere oppressi dal movimento islamico Hamas che controlla Gaza. Per le autorità europee l’occupazione militare israeliana, alla quale sono soggetti milioni di palestinesi privi di diritti e di uno Stato indipendente, non è un motivo valido per l’accoglimento della richiesta di asilo.

Crescono la disperazione e la frustrazione. «Un tempo ci sospingevamo l’un l’altro, ora tutti parlano di un futuro nero. Ne abbiamo passate tante ma un periodo così brutto proprio non lo ricordo», ci dice Mohammed Majdalawi, 40enne del campo profughi di Jabaliya. Israele addossa ogni responsabilità ad Hamas. Giustifica il suo rigido blocco di Gaza – cielo, terra e mare -, condannato da molti, con la necessità di impedire il «traffico di armi a favore» del movimento islamico. E neppure prende in considerazione le conseguenze per le infrastrutture e l’economia del piccolo territorio palestinese delle tre devastanti offensive militari contro la Striscia. Per gli abitanti di Gaza invece la causa principale dell’aggravarsi della situazione era e resta il blocco israeliano, anche se aumenta il malumore nei confronti di Hamas. «Il movimento islamico ci ha fatto tante promesse, ha garantito che Gaza sarebbe stata libera, grazie alla lotta armata. Invece non è cambiato nulla e per tanti Hamas ha fallito completamente, proprio come (il presidente dell’Anp) Abu Mazen in Cisgiordania», spiega Maher Abu Shammala, un insegnante. «Come se non bastasse l’assedio israeliano, dobbiamo fare i conti anche con tasse su tutto e permessi che costano tanto. Con quei soldi il governo resta a galla mentre noi affoghiamo», aggiunge. Qualcuno spiega che gli otto giovani armati, uccisi nelle ultime due settimane durante tentativi di infiltrazione in Israele, sono una indicazione chiara della frustrazione collettiva per l’assedio israeliano e una forma di dissenso verso gli accordi di cessate il fuoco a lungo termine che Hamas vuole raggiungere con Israele.

La guerra bussa ancora alla porta di Gaza. Netanyahu si dice pronto a rispondere ad eventuali attacchi con razzi di Hamas con una nuova offensiva militare anche se mancano poco più di tre settimane alle elezioni. Il movimento islamico ieri ha lanciato un ultimatum, minacciando un’escalation nel caso in cui Israele blocchi il trasferimento di denaro del Qatar a Gaza – oggi è previsto l’arrivo dell’inviato di Doha, Mohammed el Emadi – e non ci sarà un aumento della fornitura di elettricità alla Striscia.