La nave di Kushner nel deserto

Amira Hass

25 giugno 2019 - Haaretz

A che cosa si può paragonare il piano di Kushner? Al disegno di uno yacht di lusso progettato per navigare nelle sabbie del deserto. Per prendere sul serio il piano del genero di Donald Trump dovremmo essere affetti da amnesia. La realtà dovrebbe essere rimossa dalla nostra coscienza perché possiamo leggere un testo così estenuante, pieno di vuote promesse e luoghi comuni da pubblicità.

Quale realtà? Quella del totale controllo di Israele sullo spazio, la terra e ciò che vi sta sotto, l’acqua, le persone, i loro matrimoni e le loro vite, la loro libertà di movimento, la loro proprietà, le loro speranze e la loro libertà.

Parlare, per esempio, di “accesso limitato per gli agricoltori palestinesi alla terra, all’acqua e alla tecnologia”, senza specificare esplicitamente che è Israele a porre queste limitazioni – vuol dire ridere in faccia a chi legge. E così Sam Bahour, un attivista sociale americano-palestinese, consulente di affari e analista delle politiche israeliane, ha deciso di rispondere a Kushner con una specie di testo spiritoso.

“Ce l’hai fatta. Hai prodotto 136 pagine di niente, a colori e anche con fotografie”, ha scritto in una lettera aperta “da un americano ad un altro”. Bahour ha letto l’intero piano sulla veranda di casa sua ad El Bireh in Cisgiordania, “quella che sta di fronte alla colonia israeliana illegale di Psagot.” Ha analizzato dove si inserisce la colonia nel piano di Kushner. “Vedo che c’entra perfettamente, dato che tu nemmeno accenni alla sua esistenza. Lo so, noi palestinesi non dovremmo immischiarci nei fastidiosi fatti sul terreno.”

Negli ultimi 26 anni sono stati scritti dalle istituzioni palestinesi e internazionali migliaia di documenti e di proposte di progetti e tutti hanno utilizzato le stesse parole che spiccano nelle montagne di iniziative della ditta della dinastia Trump: emancipazione, settore privato, contesto economico, imprenditoria, competitività delle esportazioni palestinesi, aree industriali, sviluppo della mobilità, promozione del sistema educativo e ingresso delle donne nella forza lavoro.

Ma gli autori dei suddetti documenti per lo meno hanno iniziato dal punto critico del riconoscimento della realtà. Sapevano che era impossibile parlare in termini immaginari dello sviluppo economico palestinese senza chiedere la rimozione dei divieti israeliani che lo ostacolano. Anche i rapporti della Banca Mondiale hanno rilevato che l’economia palestinese perde centinaia di milioni di dollari all’anno proprio a causa del controllo di Israele sul 60% della Cisgiordania (area C). Questa è verosimilmente la parte che l’ambasciatore USA in Israele, David Friedman, ed i suoi amici nelle colonie hanno dichiarato che Israele ha il diritto di annettere.

Finora sono stati riversati nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania miliardi di dollari in nome dei nobili obiettivi della competitività del settore privato e di una fiorente economia, le sorelle gemelle della pace. In realtà ciò che quei finanziamenti hanno fatto per un quarto di secolo è stato mitigare il disastro economico che Israele ha provocato e sta provocando alla società palestinese a causa del continuo furto di risorse naturali (acqua, rocce e minerali, gas naturale), dei divieti e limitazioni al movimento e della creazione di asfissianti enclave circondate da violente colonie in continua crescita che si rimpinzano di terra e acqua.

I fondi destinati allo sviluppo sono stati trasformati in elemosina per l’impoverita popolazione a cui Israele impedisce di realizzare le proprie potenzialità economiche e creative. Le nazioni donatrici hanno preferito sprecare miliardi piuttosto che costringere Israele a contenere la sua fame di colonie. È così che i contribuenti europei e statunitensi hanno sovvenzionato l’impresa di occupazione coloniale. Adesso, dopo aver bloccato i loro contributi, gli Stati Uniti progettano che siano i Paesi arabi a sovvenzionare l’occupazione israeliana al loro posto.

I finanziamenti che sono stati destinati a salari e a progetti hanno messo in grado l’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) di creare un terreno burocratico-imprenditoriale che ha preservato lo status quo (l’accettazione della frammentazione geografica e il coordinamento sulla sicurezza con Israele), invece di creare una nuova strategia contro di esso. Ma, poiché coloro che in passato hanno fatto donazioni non hanno cancellato la realtà, la leadership palestinese potrebbe continuare a fare finta di essere al servizio dell’obbiettivo di uno Stato palestinese indipendente.

La nave di Kushner nel deserto non consente nemmeno questa finzione – che è l’unica cosa buona di questa faccenda.

 

(Traduzione di Cristiana Cavagna)