Documenti di archivio desecretati fanno luce su come Israele abbia impedito agli arabi il ritorno ai loro villaggi

Ricerche su documenti d'archivio rivelano come Israele abbia impedito agli arabi di tornare nei villaggi che avevano lasciato nel 1948, principalmente radendo al suolo le strutture e piantando fitte foreste

di Yotam Berger

Haaretz, 27.05.2019

Documenti di archivio appena desecretati mostrano come il governo di Israele abbia sospeso la legge marziale sulla comunità araba dello stato, nel 1966, solo dopo essersi assicurato che gli arabi in esilio non avrebbero potuto tornare nei villaggi da cui erano fuggiti o da cui erano stati espulsi.

I documenti rivelano sia le considerazioni alla base della creazione del governo militare istituito 18 anni prima, sia le ragioni per smantellarlo e revocare le severe restrizioni imposte ai cittadini arabi nel nord, nel Negev e nel cosiddetto "triangolo dei nativi" nel centro di Israele. Questi documenti sono stati resi pubblici a seguito di una campagna lanciata contro gli archivi di stato dall'istituto  Akevot, che studia il conflitto israelo-palestinese.

Dopo la "guerra d'Indipendenza" del 1948, lo stato impose la legge marziale all'85% degli arabi che vivevano nel paese a quel tempo, secondo le stime dei ricercatori della ONG. Sotto questa legge, gli arabi erano soggetti all'autorità di un comandante militare che poteva limitare la loro libertà di movimento, dichiarare zone chiuse, o chiedere che gli abitanti uscissero od entrassero in determinati luoghi solo con il suo permesso scritto.

I documenti recentemente rivelati descrivono i modi in cui Israele ha impedito agli arabi di tornare nei villaggi che avevano lasciato nel 1948, anche dopo che queste restrizioni furono revocate. Il metodo principale consisteva nel piantare una fitta vegetazione di alberi all'interno e intorno a questi centri abitati abbandonati.

Un documento rivela che nel corso di una riunione tenutasi nel novembre 1965 nell'ufficio di Shmuel Toledano, consigliere del primo ministro sugli affari arabi, ci fu una discussione sui villaggi abbandonati. Israele non voleva che fossero ripopolati. Per assicurarsene, lo stato chiese al Fondo Nazionale Ebraico di piantare gli alberi.

IChief of Staff Yitzhak Rabin, President Zalman Shazar and Prime Minister Levi Eshkol during Independence Day parade, 1965.

Fritz Cohen / GPO)

Tra le altre cose, il documento afferma che "le terre appartenenti ai suddetti villaggi sono state assegnate al custode delle proprietà degli assenti" e che "la maggior parte delle terre fu affittata per essere lavorata (coltivazione di campi ​​e uliveti) da famiglie ebraiche". Si aggiunge che alcune proprietà furono subaffitatte.

Nell'incontro nell'ufficio di Toledano, fu spiegato che queste terre erano state dichiarate zone militari chiuse, ma che questa definizione poteva essere revocata una volta che le strutture esistenti su di esse fossero state demolite e la terra fosse stata parcellizzata, rimboscata e soggetta a un'adeguato controllo.

Il 3 aprile 1966, un'altra discussione si svolse sullo stesso argomento, questa volta presso l'ufficio del ministro della Difesa, Levi Eshkol, che era anche primo ministro ad interim; i verbali di questo incontro furono classificati come top secret. I suoi partecipanti includevano: Toledano, Isser Harel in qualità di consigliere speciale del primo ministro, l'avvocato generale militare Meir Shamgar, che in seguito sarebbe diventato presidente della Corte Suprema, e rappresentanti dei servizi di sicurezza Shin Bet e della polizia israeliana.

Il verbale dell'incontro, appena reso pubblico, dimostra che lo Shin Bet era pronto per revocare il regime militare sugli arabi e che la polizia e l'esercito lo sarebbero stati in breve tempo.

Per quanto riguarda il nord di Israele, venne convenuto che "tutte le aree dichiarate chiuse all'epoca [zone militari] ... diverse da quelle di Sha'ab [ad est di Acri], sarebbero state aperte dopo che fossero state soddisfatte le condizioni usuali: demolizione degli edifici nei villaggi abbandonati, forestazione, creazione di riserve naturali, recinzioni e vigilanza". Le date di riapertura di queste aree sarebbero state stabilite dal Generale Maggiore dell'esercito Shamir. Per quanto riguarda Sha'ab, Harel e Toledano ne avrebbero discusso con Shamir.

Tuttavia, per i nativi arabi nel centro di Israele e nel Negev, si covenne che le zone militari chiuse sarebbero rimaste per il momento in vigore, con alcune eccezioni.

Prime Minister and Defense Minister Levi Eshkol at the entrance to the Defense Minister in Tel Aviv, 1963.

Il primo ministro e ministro della difesa Levi Eshkol all'ingresso del ministro della difesa a Tel Aviv nel 1963. (Fritz Cohen / GPO)

Anche dopo la revoca della legge marziale, alcuni alti ufficiali dell'IDF, inclusi i capi di stato maggiore Tzvi Tzur e Shamgar, si opposero alla decisione. Nel marzo del 1963, Shamgar, allora avvocato generale militare, scrisse un opuscolo sulla base legale dell'amministrazione militare. Ne furono stampate solo 30 copie (firmate usando il suo precedente nome non ebraicizzato, Sternberg). Il suo scopo era quello di spiegare perché Israele stava imponendo il regime militare a centinaia di migliaia di cittadini.

Tra le altre cose, Shamgar scrisse nell'opuscolo che il regolamento 125, che consente di chiudere alcune aree, è inteso a "impedire l'ingresso e l'insediamento di minoranze nelle aree di confine" e che "le aree di confine popolate da minoranze fungono da naturale e conveniente punto di partenza per elementi ostili oltre il confine". Scriveva poi che il fatto che i cittadini avessero bisogno di permessi per viaggiare aiutava a contrastare l'infiltrazione nel resto d'Israele.

Osservava poi come il regolamento 124 fosse "essenziale per rendere possibili imboscate notturne contro gli infiltrati nelle aree popolate, quando necessario". Il blocco delle strade al traffico era spiegato come cruciale per "addestramento, esercitazioni o manovre". Infine, la censura era uno "strumento cruciale per il controspionaggio".

Due anni di campagna

Nonostante l'opinione di Shamgar, il Primo Ministro Levi Eshkol nel corso dello stesso anno annullò l'obbligo generale dei permessi di viaggio personali. Due settimane dopo quella decisione, nel novembre del 1963, il capo di stato maggiore Tzur scrisse una lettera top-secret sull'attuazione della nuova politica agli ufficiali che dirigevano i vari comandi dell'IDF e ad altri alti ufficiali, incluso il capo dell'intelligence militare. Tzur ordinò loro di implementare la nuova politica nella maggioranza dei villaggi arabi, ma con alcune eccezioni - tra cui Barta'a e Muqeible nel nord di Israele.

Nel dicembre del 1965, Haim Israel, un consigliere del ministro della Difesa Eshkol, riferì agli altri vice di Eshkol, Isser Harel e Aviad Yaffeh, e al capo dello Shin Bet, che l'allora capo di stato maggiore Yitzhak Rabin si opponeva ad una legge che annullerebbe la legge marziale sui villaggi arabi. Rabin spiegò la sua posizione in una discussione con Eshkol, in cui si parlò di uno sforzo per "ammorbidire" la legge. A Rabin fu detto che Harel avrebbe fatto proprie le sue raccomandazioni.

In una riunione tenutasi il 27 febbraio 1966, Harel emanò ordini all'IDF, allo Shin Bet e alla polizia in merito alla decisione del primo ministro di annullare il governo militare. I verbali della discussione erano top-secret e cominciavano con: "Il regime di legge marziale sarà cancellato. L'IDF assicurerà le condizioni necessarie per l'istituzione della legge marziale nei periodi di emergenza nazionale e di guerra". Tuttavia, fu deciso che i regolamenti che regolano la difesa di Israele in generale sarebbero rimasti in vigore, e con l'accordo del primo ministro e con il suo input, il ministro della Giustizia si sarebbe occupato di modificare o sostituire gli statuti pertinenti nella legge israeliana.

Il direttore dell'istituto Akevot Lior Yavne ha detto ad Haaretz che i documenti storici qui citati sono stati resi pubblici solo dopo due anni di campagna condotta dall'istituto contro gli archivi nazionali, che preferivano mantenere riservati i documenti. I documenti non contengono informazioni sensibili per la sicurezza di Israele, aggiunge Yavne, e anche se adesso sono di dominio pubblico, gli archivi devono ancora caricarli sul loro sito web per consentirne un accesso diffuso.

"Centinaia di migliaia di documenti che sono fondamentali per comprendere la storia recente dello stato e della società in Israele rimangono chiusi nell'archivio governativo", ci dice. "Akevot continua a lottare per ampliare l'accesso pubblico ai documenti d'archivio - documenti che sono di proprietà pubblica".

 

Traduzione a cura dell'Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus, Firenze