Tortura e sperimentazioni di medicinali nelle carceri israeliane

da: Dareen Tatour, 19/4/2019 : Ero prenotata per leggere poesie insieme a Rasmea Odeh a Berlino, poi è intervenuto Israele https://www.invictapalestina.org/archives/35938

Rasmea Odeh ha passato dieci anni in prigione in Israele. Nel 1969, quando era una studentessa universitaria di 21 anni, fu arrestata con l’accusa di terrorismo in una retata di oltre 500 persone, tra cui le sue due sorelle, una delle quali paralizzata, e suo padre. Confessò, ma dice che la confessione fu fatta sotto tortura. Afferma di essere stata torturata con scariche elettriche, violentata e di nuovo violentata durante l’interrogatorio, durato 45 giorni. Suo padre nel 1979 raccontò una scena orribile al Sunday Times. A un certo punto gli interrogatori lo portarono in una stanza dove c’era Rasmea, ammanettata e nuda, e minacciarono di costringerlo a violentarla. Davanti al suo rifiuto gli interrogatori la aggredirono sessualmente davanti a lui con un bastone.

Dopo aver confessato ritrattò, tuttavia nel 1970 fu condannata con l’accusa di aver pianificato attentati che avevano ucciso 2 persone e ferite 9, e per appartenenza a un’organizzazione vietata, il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina o FPLP. Fu condannata a due ergastoli in un tribunale militare israeliano, un sistema con un tasso di condanne del 99,7% di cui Human Rights Watch dice che operi in mancanza di un giusto processo e violi la legge internazionale. Nel 1980, dopo essere stata rilasciata con uno scambio di prigionieri, rese testimonianza della sua tortura alle Nazioni Unite e ad Amnesty International.

Rasmea Odeh, torturata in carcere. Israele ha impedito che raccontasse la sua storia in pubblico a Berlino

da: Ramzy Baroud e Abdallah Aljamal, 25/1/2019   Storie di tortura dalle prigioni israeliane http://nena-news.it/storie-di-tortura-dalle-prigioni-israeliane/

Wafa’ Samir Ibrahim al-Bis è nata nel campo profughi di Jablaiya a Gaza. Aveva 16 anni quando è stata arrestata, il 20 maggio del 2005

Sono stata torturata per anni, all’interno della tristemente famosa Cella Nove, della prigione di Ramleh, una camera delle torture pensata per quelli come me. Mi hanno infilato un sacco nero sulla testa mentre venivo picchiata e interrogata per ore, per giorni. Hanno liberato cani e topi nella mia cella. Non sono riuscita a dormire non so per quanto tempo. Mi hanno spogliato e poi mi hanno lasciato nuda per giorni. Non mi hanno consentito di vedere un avvocato o di ricevere visite, nemmeno dalla Croce Rossa.

Dovevo dormire su un vecchio materasso lurido, duro come la pietra. Sono rimasta in isolamento nella Cella Nove per due anni. Mi sentivo come sepolta viva. Una volta mi hanno appeso a testa in giù per tre giorni. Ho gridato più forte che potevo, ma nessuno è venuto a liberarmi.

In carcere, mi sentivo tanto sola. Un giorno, ho visto un gattino che si aggirava per le celle, gli ho lanciato del cibo per farmelo amico. Alla fine, si è avvicinato e da quel momento, restava con me per ore. Quando le guardie hanno scoperto che mi faceva compagnia, l’hanno sgozzato di fronte ai miei occhi. Ho pianto per il gatto più di quanto non avessi fatto per me stessa.

Qualche giorno dopo, ho chiesto a una guardia una tazza di tè. Lei si è avvicinata e mi ha detto: “Porgi la mano, così la prendi”. Mi sono fidata, e lei mi ha rovesciato addosso l’acqua bollente, causandomi un’ustione di terzo grado. Ho ancora le cicatrici e dovrei essere curata.

Sana’a Mohammed Hussein al-Hafi è nata nella West Bank

Nel maggio del 2015, volevo far visita ai miei familiari che vivono in West Bank. Mi mancavano da morire perché non li vedevo da anni. Ma al Valico di Beit Hanoun (Eretz), sono stata arrestata dai soldati israeliani. La mia odissea, quel giorno, è iniziata intorno alle 7.30 del mattino. I soldati mi hanno perquisito con metodi umilianti. Hanno cercato in ogni parte del corpo. Mi hanno costretto a denudarmi completamente. Sono rimasta nuda fino a mezzanotte.

Alla fine, mi hanno incatenato mani e piedi, e mi hanno bendato. Ho supplicato il militare di lasciarmi avvertire la mia famiglia, perché mi stavano ancora aspettando dall’altra parte del valico. Hanno accettato, a patto che usassi queste esatte parole: “Non torno a casa stanotte”, e nient’altro.

Poi sono arrivati altri ufficiali. Mi hanno scaraventato nel retro di un grande mezzo militare. Avvertivo la presenza di uomini e cani intorno a me. I primi ridevano, i secondi abbaiavano. Ero terrorizzata. Mi hanno portato nel complesso militare di Ashkelon, dove mi hanno perquisito di nuovo, con le stesse, umilianti tecniche. Poi mi hanno messo in una cella piccolissima e semibuia. C’era un odore terribile. Era freddo, sebbene fossimo agli inizi dell’estate. Il letto era minuscolo e lurido, così come le coperte. I soldati hanno requisito tutti i miei averi, anche l’orologio.

Non sono riuscita a chiudere occhio, perché c’erano continui interrogatori, a distanza di poche ore l’uno dall’altro.Dovevo restare seduta su una sedia di legno per tanto tempo, e il trattamento era sempre lo stesso: venivo riempita di urla, insulti e parolacce. Sono rimasta ad Ashkelon per sette giorni. Ho potuto fare la doccia una volta sola, con acqua gelida. Di notte, sentivo voci di uomini e donne che venivano torturati; grida furiose in ebraico o in un arabo stentato; porte che sbattevano in modo orribile.

Mohammed Abul-Aziz Abu Shawish è nato nel campo profughi di Nuseirat

Sono stato arrestato da Israele sette volte; la prima, quando avevo solo sei anni. Era il 1970. Ero accusato di aver tirato delle pietre ai soldati israeliani. Poi sono stato arrestato durante l’adolescenza. In quell’occasione, mi hanno picchiato e un agente israeliano mi ha acceso un fiammifero sotto i genitali. Mi hanno denudato e mi hanno infilato le mutande in bocca per soffocare le grida.

da: Kathryn Shihadah, 17/3/19 Sperimentazioni di medicinali sui prigionieri palestinesi https://www.invictapalestina.org/archives/35623

Nella sua conferenza alla Columbia University,Nadera Shalhoub-Kevorkian(1) ha comunicato che le autorità di occupazione israeliane rilasciano permessi a grandi aziende farmaceutiche, che poi effettuano test sui prigionieri palestinesi.

Telesur, catena televisiva venezuelana, lo ricordava già nel luglio 1997:    ” Il quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth ha riferito che Dalia Itzik, presidente di una commissione parlamentare, ha riconosciuto che il Ministero della Sanità israeliano ha dato alle case farmaceutiche i permessi per testare i loro nuovi farmaci per i detenuti, rilevando che già erano stati effettuati 5.000 test”.

Il recente incidente della morte di un detenuto nelle prigioni israeliane, il palestinese Fares Baroud, ha sollevato il sospetto che potesse essere stato un soggetto testato. Le autorità israeliane hanno rifiutato di rilasciare il corpo. Baroud soffriva di numerose malattie.

Nadera Shalhoub-Kevorkian è professore all’Istituto di Criminologia della Facoltà di Legge e alla Scuola di Lavoro Sociale e Assistenza Pubblica presso l’Università Ebraica di Gerusalemme. Shalhoub-Kevorkian si trova il fuoco di fila di attacchi del quotidiano conservatore Jerusalem Post ed altri media israeliani anche a seguito di un’altra conferenza tenuta in gennaio ad Amsterdam, dal titolo “Tecnologie di violenza alla Porta di Damasco”

I prigionieri politici palestinesi sono:

5450 in totale di cui:

497 in detenzione amministrativa (arrestati cioè senza processo e senza che venga dichiarato il capo d’accusa, spesso sulla base di ”informazioni segrete”).

48 donne

205 minori (32 under 16)