Una donna intrappolata in casa sua

Di Amira Hass

Internazionale 1298 | 15 marzo 2019

E’ il 5 marzo. Mi chiama un numero che non conosco. Invece che presentarsi, l’uomo comincia subito a raccontarmi il suo problema, cioè che ha più di 55 anni. Ha sempre attraversato il confine tra Israele e Cisgiordania dal posto di blocco a nord di Betlemme, uno dei più trafficati e umilianti che Israele abbia costruito nella zona, per andare a lavorare in Israele. Improvvisamente gli impediscono di entrare e sostengono che passando il confine prima delle otto del mattino non ha rispettato le regole. “Ho dieci figli. Come farò senza lavoro?”, mi dice, quasi piangendo.

Dal 2015 gli uomini palestinesi sopra i 55 anni e le donne sopra i cinquanta non hanno bisogno di permessi per entrare in Israele dalla Cisgiordania. Arrivano al posto di blocco e, se il computer del soldato di guardia non evidenzia “problemi dal punto di vista della sicurezza”, possono passare.

Questa settimana, tra parentesi, ho incontrato molte donne sopra i cinquanta venute ad accogliere Khalida Jarrar, l’attivista palestinese liberata dalla detenzione amministrativa il 28 febbraio. Donne che hanno cercato di entrare a Gerusalemme Est o sognano di visitare Jaffa. Una di loro, il cui marito è stato tenuto in carcere in detenzione amministrativa, mi ha raccontato: “Sono arrivata al posto di blocco, ho mostrato i miei documenti e il soldato mi ha detto di tornare a casa”.

Dico all’uomo al telefono che possiamo incontrarci l’8 marzo e che ho già sentito parlare di casi simili: lavoratori di 55 anni e più, abituati a uscire al mattino presto, a cui improvvisamente viene detto che non possono mettersi in viaggio prima delle otto. E a quell’ora è già troppo tardi per arrivare al lavoro. Gli chiedo come si chiama. Con una risatina imbarazzata mi risponde: “La persona che mi ha dato il tuo numero si è raccomandata di non rivelare la mia identità per evitare ritorsioni”. “Allora con che nome salvo il tuo numero?”, gli chiedo. “Abu-Qualcosa di Betlemme?”, risponde. E ridiamo entrambi.

Ho ben presente il problema: chi si rivolge ai mezzi d’informazione per denunciare gli abusi che avvengono sotto l’occupazione ha paura delle ritorsioni delle autorità israeliane. Come nel caso di una mia conoscente, una donna di circa settant’anni nata vicino a Ramallah. Oggi abita nella casa in cui aveva vissuto fino ai vent’anni prima di trasferirsi negli Stati Uniti. Lo stato israeliano l’ha privata del suo status di residente in Cisgiordania, come ha fatto con più di centomila palestinesi tra il 1967 e il 1994. È tornata per assistere la madre malata, che poi è morta. E ora Israele si rifiuta di ridarle la residenza. Il suo visto turistico è scaduto, il che significa che è confinata in casa sua. Però ha paura a farsi intervistare. Ha paura che le autorità se la prendano con i fratelli e le sorelle, anche loro privati della residenza, impedendogli di rientrare in Cisgiordania. Hanno tutti circa settant’anni e ci tengono molto a visitare i luoghi della loro infanzia. Per questo la mia conoscente non vuole che per causa sua siano trattenuti all’aeroporto, sottoposti a controlli e umiliazioni come se fossero dei criminali, e che gli sia negato il visto.

Anch’io ho paura. Ho sentito parlare di un progetto per promuovere il ritorno all’agricoltura nell’Area c, la zona della Cisgiordania sotto il controllo degli israeliani, e per creare un rapporto diretto tra coltivatori e acquirenti. Israele limita i rifornimenti d’acqua ai palestinesi. Per questo i promotori del progetto ricorrono a rimedi tradizionali ormai dimenticati come raccogliere l’acqua piovana. Anche questa, però, è considerata un’attività vietata perché in contrasto con le direttive dell’esercito. Ma ho deciso di non scrivere di questo progetto per timore che le autorità israeliane sfruttino le informazioni che ho raccolto per farlo naufragare.

Il confine tra quello che è permesso e quello che è proibito sotto l’occupazione è molto confuso e mutevole. È come vivere sotto il dominio di un paese straniero e ostile. Chi subisce l’occupazione è ostaggio dei capricci di chi governa (in questo caso i servizi di sicurezza israeliani). Gli occupanti possono sempre minacciare gli oppositori dicendogli che hanno in mano delle prove contro di loro. Questa è l’essenza della detenzione amministrativa.

Da quando faccio la giornalista ho paura di danneggiare le persone raccontando quello che mi rivelano. Khalida Jarrar, per esempio, mi ha raccontato delle dure condizioni della prigione in cui sono state trasferite alcune donne palestinesi e delle loro azioni di protesta per rendere quelle condizioni più sopportabili. Mi ha raccontato dei gruppi di lettura nati con il suo incoraggiamento mentre lei era in carcere. Ma non so se il governo considererà questa iniziativa illegale, se penserà che è un buon motivo per rinnovare il provvedimento di detenzione amministrativa nei confronti di Jarrar. fg

AMIRA HASS è una giornalista israeliana. Vive a Ramallah, in Cisgiordania, collabora con il quotidiano Ha’aretz. Ha scritto questo articolo per Internazionale.