La falsa giustizia dei tribunali israeliani

GIDEON LEVY

Internazionale 1249 | 30 marzo 2018

Forse la condanna di Ahed Tamimi è arrivata al momento giusto, perché ora la propaganda israeliana non potrà più respingere l’accusa di aver creato un regime di apartheid senza sembrare ridicola

Forse non era nelle loro intenzioni, perché è una faccenda troppo grande per loro e forse è troppo grande anche per la loro arroganza. Ma sono i fondatori del regime, o almeno i suoi messaggeri. Hanno studiato legge e sono andati a lavorare (o meglio a “servire”) nei tribunali militari israeliani. Sono stati promossi e sono diventati giudici militari. Li chiamano così, i burocrati che lavorano per l’esercito morale come giudici degli occupati nei territori occupati. Lavorano in un’unità militare con un nome biblico: il Tribunale militare della Giudea. Decidono il destino delle persone. Di sicuro sono convinti di operare in un vero sistema giudiziario, come gli hanno insegnato all’università. Dopo tutto ci sono procuratori e avvocati della difesa.

C’è perfino un traduttore. Gran parte del lavoro dei giudici militari non attira molta attenzione. In Israele non interessa a nessuno sapere cosa succede nei prefabbricati della base militare di Ofer, in Cisgiordania. Hanno condannato migliaia di persone a decine di migliaia di anni di prigione. Non hanno quasi mai assolto nessuno, da quelle parti non usa. Hanno anche approvato centinaia di detenzioni senza udienze, anche se in uno stato di diritto non dovrebbe essere possibile. Ogni giorno è un giorno di lavoro come un altro.

Poi è arrivata Ahed Tamimi.

Quasi due milioni di persone in tutto il mondo hanno firmato una petizione per chiedere la liberazione di questa ragazza palestinese che nel frattempo ha compiuto 17 anni, arrestata a dicembre per aver schiaffeggiato due soldati israeliani che cercavano di entrare nel cortile di casa sua in Cisgiordania. La giustizia militare israeliana ha ignorato le petizioni, perché è fatta di burocrati devoti al sistema. Ora dobbiamo ringraziare questi burocrati, perché hanno rivelato al mondo la verità: lavorano per un regime di apartheid. Sono i messaggeri di questo regime. Sono quelli che ne scrivono le formule. Sono quelli che l’hanno costruito. Sono piccoli ingranaggi di un enorme meccanismo. Sono i tre funzionari che hanno giudicato la ragazza nei diversi tribunali: il colonnello Netanel Benishu, presidente della corte d’appello militare che ha approvato l’udienza a porte chiuse; il tenente colonnello Menahem Lieberman, presidente del tribunale militare della Giudea, che ha approvato il patteggiamento in base al quale Ahed Tamimi e sua madre sconteranno otto mesi in prigione per non aver fatto niente (o per meglio dire, a causa dell’eroismo della ragazza); il tenente colonnello Haim Bality, che ha confermato la custodia cautelare della ragazza per tutto il processo. Un giorno entreranno alla corte suprema. Un colonnello e due tenenti colonnelli che hanno dichiarato al mondo: qui c’è l’apartheid. Il fatto che siano uomini religiosi è una specie di coincidenza innocente. Non sappiamo chi di loro sia un colono, ma anche questo non conta. Sono andati a lavorare in un tribunale militare dell’occupazione per proteggere i diritti umani nei territori, nel nome del Signore degli eserciti.

Dopo il verdetto su Tamimi, non possono esserci al mondo più persone sensate, neanche in uno stato indottrinato come Israele, che possano negare l’apartheid in vigore nei territori occupati. Il movimento boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (Bds) dovrebbe fare i complimenti ai funzionari che hanno spazzato via ogni dubbio dalla mente dei pochi che ancora ne avevano.

Un sistema giudiziario che ha una legge per gli ebrei e una per i palestinesi, senza scuse e coperture, dovrebbe essere apprezzato per la sua sincerità. Un sistema che condanna a nove mesi di prigione un soldato che ha sparato a un uomo ferito e a otto mesi una ragazzina che ha schiaffeggiato un soldato ammette di considerare uno schiaffo all’occupante grave come l’omicidio di un occupato. Li separa solo un mese di prigione. Un sistema che non potrebbe mai concepire l’idea di arrestare, interrogare, incriminare e condannare al carcere una giovane colona israeliana che schiaffeggia, tira pietre o buca le gomme del veicolo di un soldato ha invece condannato Tamimi a otto mesi di carcere. Davvero c’è qualcosa da aggiungere? L’avvocato di Tamimi, Gaby Laski, è stato costretto ad accettare il patteggiamento.

Ma forse la condanna di Tamimi è arrivata al momento giusto, perché ora la propaganda israeliana non potrà più respingere l’accusa di aver creato un regime di apartheid senza sembrare ridicola. I colonnelli della Giudea hanno mostrato la verità che tutti sanno da tempo. Questo è apartheid, non c’è dubbio.

Internazionale 1249 | 30 marzo 2018