Il Novembre Nero: La Dichiarazione Balfour –parte 2

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Un crimine europeo

Il naturale rifiuto dei Palestinesi dell’idea di dividere la loro patria con i coloni, la maggioranza dei quali erano arrivati solo pochi anni prima, cadde inascoltato alle orecchie degli Occidentali.

Collocare gli Ebrei in Palestina, senza la necessità di assumersi la responsabilità di quel che l’Europa aveva fatto loro durante la Seconda guerra mondiale, divenne la miglior via d’uscita dal più terribile momento storico vissuto dall’Europa.

Come appare oggi evidente dai documenti, la leadership sionista considerava la risoluzione sulla partizione come una legittimazione internazionale di uno Stato ebraico in Palestina, e il suo rifiuto da parte palestinese come un valido pretesto per la pulizia etnica nei confronti della popolazione nativa.

Il mondo arabo sostenne il rifiuto palestinese della Dichiarazione e all’inizio sperò di cambiarla tramite accordi diplomatici. Nei primi mesi del 1948, quando divenne chiaro che era iniziata una vera pulizia etnica in Palestina (entro l’inizio di maggio la popolazione della maggior parte delle città palestinesi venne trasferita o uccisa, e alcuni insediamenti abitativi furono interamente cancellati dalle forze sioniste), l’opinione pubblica nei Paesi arabi chiese di più ai propri governi.

L’ultima goccia fu il massacro di Dar Yassin dell’aprile 1948. In seguito a ciò, la Lega araba cominciò a coordinare un’operazione militare su vasta scala per fermare la distruzione della Palestina.

Non tutti i leader arabi erano sinceramente interessati a questo scopo, e nessuno di loro era intenzionato a impiegare nella campagna una forza militare significativa.

Il risultato fu la totale disfatta a opera delle forze israeliane, che continuarono senza alcun rimprovero o intervento internazionale, la pulizia etnica nei confronti dei Palestinesi.

Occupazione

Due aree rimasero fuori dalla portata degli Israeliani: la Striscia di Gaza e la Cisgiordania. Non perché a quell’epoca a Israele mancasse la forza per occuparle, ma perché i suoi leader decisero che la Cisgiordania era un peso dal punto di vista demografico e che la Striscia di Gaza poteva essere utile come enorme recettore delle centinaia di migliaia di rifugiati buttati fuori dalle loro case dagli Israeliani a sud di Giaffa e Gerusalemme.
Tuttavia, già a partire dal 1948, una lobby si era mossa in Israele per ottenere l’occupazione di questi ultimi scampoli di Palestina. L’opportunità si presentò nel 1967.

Poco dopo apparve chiaro che, almeno per alcuni degli Israeliani, questa non era una novità gradita: occupare le terre di milioni di Palestinesi causò un inaspettato mal di capo politico e per un certo periodo un onere economico.

La fazione pacifica israeliana da un lato desiderava controllare queste due aree dall’esterno e garantire loro l’autonomia e, più tardi, alcuni membri del movimento furano addirittura favorevoli a che le due aree costituissero uno Stato.

Contemporaneamente i coloni, con o senza l’avallo governativo, cominciarono a colonizzare la Cisgiordania e la Striscia di Gaza.

Come nel 1936, anche nel 1987 un popolo oppresso cercò di scrollarsi di dosso il progetto coloniale. Questa volta ci furono alcune positive reazioni internazionali che l’Olp (Organizzazione per la liberazione della Palestina) sperò spronassero ad agire in favore della causa. Sembrò che addirittura gli Usa, nel periodo successivo alla guerra fredda, potessero cambiare il proprio atteggiamento.

Sostituire presenza con assenza

L’avallo americano richiese un prezzo: che l’Olp riconoscesse la partizione della Palestina e accettasse la perdita di quasi l’80% del suo territorio.

La Dichiarazione di Indipendenza si barcamenò tra il pragmatismo richiesto e la lealtà ai principî morali fondamentali del movimento di liberazione. La partizione fu riconosciuta sia come crimine sia come fait accompli.

A dispetto dell’ingiustizia sociale perpetrata ai danni della popolazione araba palestinese sia con il suo trasferimento sia con il privarla del diritto all’autodeterminazione, in seguito all’adozione della Risoluzione dell’Assemblea generale n. 181 (II) del 1947, che divise la Palestina fra uno Stato arabo e uno ebraico, questa Risoluzione – nonostante tutto – continua a dettare le precondizioni alla legittimità internazionale che garantisce alla popolazione araba palestinese il diritto di sovranità e di indipendenza nazionale.

Avrebbe potuto funzionare se la partizione fosse stata una vera e propria strategia o una visione dello Stato colonizzatore d’Israele. Concedere l’esclusività demografica e il possesso geografico totale, però, è uno scenario inimmaginabile per qualsiasi progetto di insediamento coloniale. L’intento è allontanare i nativi e rimpiazzarli con i coloni; o, come ha detto benissimo Edward Said, sostituire la presenza con l’assenza.
Dalla prospettiva israeliana/sionista la partizione può essere solo un mezzo per completare il progetto di insediamento dei coloni; non può essere usata per limitare o rinunciare al progetto.

Quindi la Dichiarazione di Indipendenza non influisce sulla realtà fisica, né lo fanno tutti i successivi tentativi internazionali, regionali o locali di rivendere l’idea della partizione come una «soluzione con due Stati».

La discussione sulla partizione continua, mentre la realtà dell’insediamento coloniale copre ormai quasi ogni centimetro della Palestina storica.

Novembre è un buon mese per chiedersi per quale motivo la partizione, descritta dagli Americani come il modo migliore per mantenere felici i vicini, si identifica con l’occupazione, la colonizzazione e la pulizia etnica.

I semi sono stati seminati nel 1917, il raccolto è stato mietuto nel 1947 e da allora ha avvelenato il Paese. È tempo di adottare un nuovo punto di vista morale e politico su questa questione per costruire un futuro migliore.

Ilan Pappe è il direttore dello European Center of Palestine Studies dell’Università di Exeter. Ha pubblicato quindici libri sul Medio Oriente e sulla questione palestinese.

Le opinioni espresse nell’articolo sono dell’autore e non necessariamente riflettono la politica editoriale di Al Jazeera.

Trad. Chiuz-Invictapalestina