Incontro con Amira Hass, una voce dalla Palestina

Amira Hass a Ferrara, nel 2010.

Ritratto dell’unica giornalista israeliana che ha scelto di restare nei Territori occupati per raccontare cosa succede.

di Fréderic Martel

Internazionale, 21.09.2016

http://www.internazionale.it/festival/notizie/frederic-martel/2016/09/21/amira-hass-ferrara-palestina

Per incontrare Amira Hass serve un po’ di pazienza. Da Gerusalemme Est si prende uno sherout, un mini bus collettivo, fino alla frontiera palestinese (Hass preferisce parlare di checkpoint). Si attraversa a piedi, dopo un moderato controllo dei militari israeliani, e poi, dall’altra parte, si prende un altro bus o un taxi. Abbiamo appuntamento a un caffè davanti al municipio di Ramallah, la capitale della Cisgiordania. Quando arrivo sta intervistando una ragazza in inglese e arabo: la osservo mentre prende minuziosamente appunti battendo sulla tastiera di un vecchio portatile.

È strano per un giornalista intervistare una giornalista. Ma Amira Hass è molto di più. È la sola giornalista israeliana a vivere nei Territori occupati. Dal 1997 è la corrispondente dalla Cisgiordania di Haaretz, un quotidiano di Tel Aviv. Prima aveva vissuto a Gaza. Figlia di sopravvissuti della shoah, è nata a Gerusalemme nel 1956. I suoi articoli sono una cronaca minuziosa, quasi scientifica, della colonizzazione israeliana in corso nei territori palestinesi.

“A me interessano i fatti nudi e crudi, ma gli israeliani tendono a svuotarli di senso, allora sono costretta ad analizzarli. Oggi la capacità d’indignazione è molto attenuata: niente turba più gli israeliani. Allora io devo sconvolgerli”. Viaggiando al suo fianco l’ho osservata al lavoro: davanti a ogni checkpoint, a ogni strada chiusa, a ogni terra confiscata, ogni volta che incrociamo il muro, prende appunti. Guarda la sua mappa, nota l’apparizione di fili elettrificati, segue lo spostamento della frontiera e registra tutto sul suo computer.

“Sono un tipo da fact checking, non sono molto sentimentale”. Da tempo Amira Hass si è autoesiliata, in un certo senso, dalla società israeliana. Ha scelto di vivere tra i palestinesi. Può apparire troppo radicale, estremista, di sinistra, per qualcuno è una traditrice, un’ebrea che odia se stessa: molti usano queste parole per criticarla. Ma è una voce da Israele rara e preziosa. Unica.