Israele contro tutti

Israele contro tutti

Adam Shatz, London Review of Books, Regno Unito.

Internazionale 1144 | 11 marzo 2016

Gli attacchi alle ong, la censura e l’ammirazione per l’autoritarismo di Putin rendono lo stato ebraico sempre meno democratico anche nei confronti dei suoi cittadini ebrei. E lo fanno somigliare ai regimi arabi della regione

La novità riguarda l’intensificarsi della campagna all’interno del paese contro le “organizzazioni di sinistra” di cui ha parlato Netanyahu

Ahmad Tibi, un parlamentare araboisraeliano di lungo corso, una volta ha osservato che “Israele è uno stato democratico nei confronti degli ebrei e uno stato ebraico nei confronti degli arabi”. Per molti anni, questa battuta ha sintetizzato le contraddizioni della “democrazia ebraica”: libere elezioni, libertà di stampa, un vivace dibattito pubblico, processi equi per alcuni; sottrazione di terre, detenzione amministrativa (senza accusa e senza processo, sulla base d’informazioni ottenute dai servizi segreti), coprifuoco, uccisioni e interrogatori violenti per altri. Tibi voleva sottolineare che Israele è ipocrita quando pretende di essere uno stato democratico, ma al contempo ammetteva che la democrazia ebraica funziona bene per gli ebrei, anche per quelli che si oppongono all’occupazione e allo stesso sionismo. Finché è durata, a Tel Aviv le persone di sinistra potevano dire che le cose non andavano tanto male dietro la Linea verde, il conine che divide Israele dai territori occupati nella guerra del 1967. Anzi, proprio la solidità delle istituzioni democratiche israeliane ha contribuito a tenere in vita l’illusione che il confine segnato dalla Linea verde esistesse ancora, mentre in realtà scompariva sotto il peso del progetto degli insediamenti, avviato dal governo laburista e portato avanti da tutti quelli successivi. Ma il dominio coloniale ha effetti corrosivi. Dalla seconda intifada Israele non ha mai smesso di ricordare ai suoi cittadini pasolo uno stato sempre più “ebraico nei confronti degli arabi”, ma anche sempre meno democratico per gli ebrei. Prendiamo il caso dell’avvocato israeliano Michael Sfard, uno dei più noti difensori dei diritti umani del paese, che si occupa soprattutto di conisca delle terre palestinesi e del muro di separazione. Un’inchiesta del giornale Haaretz ha rivelato che tra il 2010 e il 2013 un investigatore privato è stato incaricato di raccogliere informazioni su Sfard. Questa “indagine” è stata inanziata da Regavim, che si deinisce “l’unica organizzazione” che combatte contro “l’appropriazione illegale della terra” da parte dei palestinesi. Regavim aveva ricevuto circa 2,8 milioni di dollari da vari enti governativi israeliani, soprattutto amministrazioni delle colonie in Cisgiordania. All’epoca l’uficio legale di Regavim era guidato da Bezalel Smotrich, oggi deputato del partito di destra Casa ebraica. Video incendiario Un altro gruppo attivo nella campagna contro le ong è Im Tirtzu, vicino ai coloni. Creato nel 2006 da alcuni universitari ultranazionalisti, si è fatto un nome nel 2010, quando ha pubblicato un documento che legava l’ong progressista New Israel fund (Nif ) al rapporto Goldstone, commissionato dall’Onu per accertare i fatti della guerra a Gaza tra il 2008 e il 2009. Il rapporto ha giudicato Israele e i combattenti palestinesi responsabili di crimini di guerra e di possibili crimini contro l’umanità. Il gruppo ha esposto un cartello in cui la presidente del lestinesi che non sono graditi. A cominciare dall’ottobre del 2000, quando la polizia ha ucciso tredici manifestanti, ino alle elezioni del maggio del 2015, quando il primo ministro Benjamin Netanyahu ha minacciato: “Gli elettori arabi stanno andando alle urne in massa. Le organizzazioni di sinistra li portano con i pullman”. Lo spettro degli “elettori arabi” non era nuovo: la destra israeliana non ha mai visto di buon occhio il fatto che gli arabi esercitassero il loro diritto di voto, se non per usarlo come prova delle virtù della “democrazia ebraica”. La novità riguarda l’intensiicarsi della campagna all’interno di Israele contro le “organizzazioni di sinistra” citate da Netanyahu. La campagna è rivolta contro le ong che si occupano della difesa dei diritti umani e contro i loro dirigenti, in gran parte ebrei. È stata avviata sia nella knesset, il parlamento israeliano, sia nella società, con il coordinamento tra funzionari di stato e militanti ultranazionalisti. Per riprendere la battuta di Tibi, Israele sta diventando non Israele contro tutti A Nif, Naomi Chazan, è raigurata con corna da diavolo. A dicembre Im Tirtzu ha difuso un video di un minuto che sintetizza il messaggio della campagna: le ong sono complici di omicidi e traditrici. Un giovane arabo con la barba guarda lo spettatore e alza il braccio impugnando un coltello. Poi l’immagine si blocca e una voce femminile dice: “Prima ancora di accoltellarti, questo terrorista sa già che Yishai Menuhin, un agente al servizio dei Paesi Bassi, gli eviterà l’interrogatorio dello Shin bet. Il terrorista sa che Avner Gvaryahu, un agente al servizio della Germania, deinirà ‘criminale di guerra’ il soldato israeliano che cerca di fermare l’attacco. Sa anche che Sigi Ben Ari, un’agente al servizio della Norvegia, lo difenderà in tribunale. Prima di accoltellarti, questo terrorista sa già che Hagai el Ad, un agente al servizio dell’Unione europea, accuserà Israele di ‘crimini di guerra’. Hagai, Yishai, Avner e Sigi sono israeliani. Vivono tra noi. Mentre noi combattiamo il terrorismo, loro combattono noi. La legge contro gli iniltrati può metterli al bando. Firmala”. Yishai Menuhin guida la commissione pubblica contro la tortura in Israele. Avner Gvaryahu è responsabile delle relazioni esterne di Breaking the silence, un gruppo che raccoglie le testimonianze dei soldati sulle loro azioni nei territori occupati. Hagai el Ad e Sigi Ben Ari lavorano per B’Tselem e HaMoked, organizzazioni per la difesa dei diritti umani note per la denuncia delle violenze nei territori occupati. Nel ilmato appaiono le loro fotograie. La proposta di legge sugli “iniltrati” è stata presentata a dicembre alla knesset da Yoav Kish, esponente del Likud. Se fosse approvata, le ong che ricevono inanziamenti da un altro stato per attività ritenute “sovversive” sarebbero deinite shtulim (talpe) e multate, rischiando perino di essere sciolte. Im Tirtzu si deinisce un gruppo di “centro”. La cosa non è improbabile come appare: il centro in Israele si è radicalmente spostato, e Im Tirtzu ha amici altolocati. Uno di loro è Naftali Bennett, ministro dell’istruzione e uno dei leader del partito Casa ebraica. Il direttore della sua campagna elettorale, Moshe Klughaft, ha prodotto il video di Im Tirtzu. Bennett condivide l’odio di Im Tirtzu per le organizzazioni che difendono i diritti umani. A dicembre ha dichiarato che i rappresentanti di Breaking the silence sarebbero stati espulsi dalle scuole. Inoltre ha escluso dai programmi scolastici un romanzo che racconta la storia d’amore tra un’ebrea e un arabo, sulla base del fatto che “le relazioni intime tra ebrei e non ebrei minacciano la separazione delle identità”. Avigdor Lieberman, ex ministro degli esteri di Netanyahu, ha sostenuto simili leggi contro le ong. Lo stesso Netanyahu è apparso una volta in un ilmato per la raccolta di fondi di Im Tirtzu. A novembre del 2015 il ministro della giustizia di Netanyahu, Ayalet Shaked, uno dei fondatori di Casa ebraica, ha presentato alla knesset una legge sulla “trasparenza”, che è stata approvata in prima lettura il 9 febbraio. Il progetto di legge impone alle ong che ricevono gran parte dei inanziamenti da governi stranieri di dichiararlo nei documenti uiciali. La legge riguarda solo i inanziamenti degli stati e non i ben più numerosi “finanziamenti stranieri” che i gruppi di destra ricevono dai ricchi sionisti della diaspora, come Sheldon Adelson, il magnate dei casinò di Las Vegas, proprietario del quotidiano israeliano Israel Hayom. La lista delle talpe Oggi l’idolo di Im Tirtzu è la ministra della cultura di Netanyahu, Miri Regev, un’ex generale dell’esercito israeliano. Figlia di immigrati marocchini, Regev ha fatto notizia nel 2012 partecipando a manifestazioni contro gli immigrati e descrivendo i sudanesi come “un cancro nel nostro corpo”. Nel gennaio del 2016 ha annunciato un progetto di legge chiamato “Nessuna fedeltà, nessun inanziamento per l’arte”, per vietare inanziamenti pubblici a chi non è in grado di dimostrare la sua fedeltà allo stato ebraico. Poco dopo Im Tirtzu ha difuso una lista di presunte “talpe”, tra cui gli scrittori David Grossman e Amos Oz e altri esponenti dell’establishment progressista sionista. È stato troppo perino per Bennett, che ha deinito “imbarazzante” la lista. Regev invece è più in sintonia con gli attacchi contro la vecchia élite ashkenazita. La destra israeliana bolla come “talpa” chiunque abbia qualche simpatia per le idee di sinistra provenienti dall’Europa. E “talpa” non è il peggior epiteto per apostrofare gli ebrei accusati di tradimento, come ha scoperto a gennaio Daniel Shapiro, l’ambasciatore degli Stati Uniti in Israele. “A volte sembrano esserci due parametri di fedeltà allo stato di diritto, uno per gli israeliani e uno per i palestinesi”, ha dichiarato Shapiro durante una conferenza sulla sicurezza a Tel Aviv. Per venire da un funzionario statunitense è una critica piuttosto dura. Avi Bushinsky, un ex consigliere di Netanyahu, in un’intervista ha deinito Shapiro yehudoni, una storpiatura del termine dispregiativo yiddish yidele, in genere tradotto come “ragazzino ebreo”. Nel sionismo è sempre esistito un radicato senso di disprezzo per gli ebrei di lingua yiddish dell’Europa orientale che non hanno la volontà o i muscoli per difendersi dalle violenze antisemite. La venerazione per lo stato e per la forza, che sono i pilastri dell’identità ebraica in Israele al pari del giudaismo, derivano dal tentativo di lavare via l’onta di essere stati un tempo degli yidele. Ma il culto dello stato e dell’esercito è sempre stato mitigato – almeno dietro alla Linea verde – da un attaccamento nostalgico ai valori liberali europei. Un legame particolarmente forte tra gli ebrei d’origine tedesca, i cosiddetti yekkes. Ma il loro potere, il loro numero e la loro autorità culturale sono andati declinando negli anni: sono una vecchia élite, vista con quel disprezzo e risentimento che le vecchie élite tendono a suscitare. Su sei milioni di ebrei in Israele, circa tre milioni sono mizrahi, provenienti dai paesi mediorientali, e circa un milione russi. Un numero sempre crescente di ebrei è religioso, e i religiosi hanno molti più igli dei laici. Come ha osservato su Haaretz il giornalista Asher Schechter, “Israele sta voltando le spalle all’Europa”. Nel 2003, in un’epoca di grande ottimismo sul futuro dell’Europa, lo storico britannico Tony Judt aveva descritto Israele come “un progetto separatista tipicamente ottocentesco” in un “mondo che è progredito, un mondo di diritti individuali, frontiere aperte e diritto internazionale. Israele, insomma, è un anacronismo”. Oggi è l’atteggiamento allegramente hegeliano di Judt quando parla di “un mondo progredito” a sembrare non in linea con lo spirito neotribale dei nostri tempi. Israele non sembra più un’eccezione in un mondo rideinito dalle spinte verso il separatismo etnico e religioso, dalla sorveglianza militarizzata delle frontiere e dall’afermazione di governi populisti autoritari. Per un paese delle sue dimensioni, Israele ha oferto un grande contributo alla creazione di questo mondo, con l’occupazione, le guerre e il coinvolgimento nel commercio di armi e nell’industria della “sicurezza”. Ma ha esercitato la sua inluenza anche diventando un modello per altri paesi. Spesso si è notato che Israele non ha soft power (capacità di creare consenso) in Medio Oriente, perché è uno stato ebraico in una regione prevalentemente musulmana, e un occupante della terra araba. Ma il successo militare ed economico crea un soft power a parte che, per quanto nascosto, non è meno eicace. Nel 1963 Jalal al Ahmad, che sarebbe poi diventato uno dei padri spirituali della rivoluzione islamica in Iran, trascorse due settimane in Israele. Nel libro dedicato al suo viaggio descrive la fusione tra religione e potere dello stato operata da Israele come un possibile modello per l’Iran. Dopo la schiacciante vittoria di Israele nella guerra del 1967, molti arabi si chiesero se gli ebrei avessero vinto perché erano rimasti più fedeli alla loro religione, e abbandonarono il campo nazionalista per quello islamista. La pulizia etnica da cui è emerso lo stato d’Israele si sta ripetendo oggi, con conseguenze ancora più orribili, in altre parti del Medio Oriente. Israele è stato spesso criticato per il suo riiuto d’integrarsi nella regione, la sua insistenza (razzista) nel ritenersi una “villa nella giungla”. I suoi politici hanno afermato, sostanzialmente, quanto detto da James Baldwin negli anni sessanta: “Voglio davvero essere integrato in una casa che sta andando a fuoco?”. Gli incendi che aliggono la regione hanno prodotto una certa doUn poligono di tiro a Gush Etzion, in Cisgiordania, il 17 marzo 2014 Internazionale 1144 | 11 marzo 2016 55 se di se di autocompiacimento in Israele, ofrendo una gradita distrazione dall’occupazione, che si è inasprita. Non è chiaro però se Israele potrà rimanere indenne dalle iamme che stanno consumando i suoi vicini. Secondo alcuni opinionisti israeliani, gli attacchi alle ong sono il sintomo di una sempre più profonda “putinizzazione”. I politici israeliani non hanno fatto mistero della loro ammirazione per il presidente russo Vladimir Putin, un leader duro e spietato la cui determinazione e la cui preferenza per le soluzioni militari contrastano con la prudenza e l’indecisione di Barack Obama. Inoltre Putin, agli occhi d’Israele, è piacevolmente disinteressato ai diritti umani. Da quando le relazioni con l’amministrazione Obama si sono rafreddate – in particolare dopo l’accordo sul nucleare iraniano che Netanyahu ha cercato di sabotare in tutti i modi – Israele si è rivolto sempre più verso la Russia e la Cina, da cui oggi importa più che dagli Stati Uniti. Ma lo sfrenato e gretto nazionalismo dell’Israele di Netanyahu ricorda anche l’Egitto di Abdel Fattah al Sisi e la Turchia di Recep Erdoğan, paesi dove sono costantemente evocati complotti orditi a Washington e a Bruxelles, e dove esiste una pericolosa miscela di risentimento e di arroganza nei confronti degli occidentali. Come suggerisce Diana Pinto nel libro Israel has moved, lo stato ebraico ha avuto la tendenza a considerare i suoi vicini come “trampolini per catapultarsi in una globalizzazione paciica perché distante”. Dal punto di vista economico è riuscito a sfuggire alla sua regione, ma da quello politico l’obiettivo si è rivelato più diicile. “Ormai Israele è semplicemente un altro regime arabo”, mi ha detto il poeta siriano Adunis, e la proposta di legge contro le “talpe” somiglia molto alla campagna contro le ong condotta al Cairo. La repressione del dissenso ebraico è l’ultima fase di quello che Pinto descrive come il “ripiegamento dello stato in un processo di autoghettizzazione”. Come se volesse restare in quel ghetto, Israele si è testardamente imbarcato in un progetto coloniale rischiando di compromettere le relazioni con l’Europa e con gli Stati Uniti, che inalmente si stanno rendendo conto che Israele non ha alcuna intenzione di fare davvero la pace con il popolo palestinese. Uf

L’AUTORE Adam Shatz scrive per la London Review of Books. Collabora anche con The Nation, The New York Times Book Review, The New Yorker e Lingua Franca.