Riflessioni sul dolore, lo humour e la fermezza della Palestina

Middle East Monitor, 08.12.2015

 di Karen Abu Zayd  


Intervento di Karen Abu Zayd alla consegna dei premi del Middle East Monitor’s Palestine

https://www.middleeastmonitor.com/resources/reports-and-publications/22737-reflecting-on-palestines-grief-humour-and-steadfastness

Sono molto onorata, anzi entusiasta, di essere stata invitata a parlare in Palestina al premio librario del Middle East Monitor’s Palestine quest'anno. Che piacere potermi soffermare sulla mia lunga, appassionata fede nei palestinesi e nella loro lotta per uno stato indipendente e dignitoso, così come sui miei ricordi più belli di 10 anni di vita in Palestina. (Quindi, per favore, perdonatemi, se molti dei miei commenti sono influenzati da Gaza e dai Territori Occupati.) Con immenso piacere ho letto i superbi, un po' divertenti, un po’ tristi, un po' entrambi, ma, ancora più importante, provocatori, perspicaci, storici e ben scritti, libri finalisti della lista dei premi di questa sera. Come sono contenta di poter commentare e di non dover scegliere fra questi libri molto particolari, ognuno profondo e unico nel suo modo di descrivere la vita di, e la vita tra i palestinesi. L'intero mosaico della Palestina è rappresentato in modo impressionante dagli autori. Ogni aspetto che ho conosciuto e amato mentre dirigevo i programmi dell'UNRWA a favore dei rifugiati palestinesi nei Territori palestinesi occupati della Cisgiordania e di Gaza, in Giordania, in Libano e nella Repubblica araba siriana, è toccato in queste opere. Il timore, le risate, le lacrime, l'ammirazione, la furia, l'incredulità, tutte le emozioni che prova chi vive tra i palestinesi e condivide, da un lato il loro dolore e la loro rabbia e dall'altro il loro orgoglio e la loro gioia. Il lettore (anzi, qualsiasi osservatore) non può che apprezzare e applaudire l'esempio palestinese di tali caratteristiche spesso impersonate dai rifugiati in tutto il mondo: la resilienza e la fermezza, insieme con la forza e le conquiste di fronte a tutte le possibilità. Sono arrivata a Gaza nel corso dell'anno 2000 dopo un lungo periodo di tempo alle Nazioni Unite come ufficiale umanitario, dopo aver lavorato in molte operazioni di rifugiati, attraverso i continenti, con l'Ufficio dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, dopo essere stata per molto tempo (almeno dalla scuola di specializzazione fino alla fine degli anni '60) una sostenitrice della causa palestinese. Mi aspettavano molte sorprese quando ho incontrato in prima persona quello di cui ero stata inizialmente una sostenitrice e, in seguito, un'impiegata nelle attività per i rifugiati con una visione molto lontana dalla realtà in Palestina e per i Palestinesi. Mi aspettavo che sovrintendere alla gestione dei servizi di istruzione di base, di assistenza sanitaria di base e dei servizi sociali sarebbe stato routine dopo anni di emergenze di rifugiati, zone di guerra e rimpatri, ma mi sono resa conto subito quanto gravi e complicate fossero le esigenze politiche e finanziarie di UNRWA, in particolare durante il tentativo di gestire queste attività sotto l'occupazione. Il lavoro e l'ambiente erano tutt'altro che di routine! L'occupazione è diventata la minaccia di fondo e di primaria importanza, o la minaccia, come ho visto e ritenuto, a tutto ciò che i palestinesi a Gaza e nella Cisgiordania, e, per estensione, tutti i profughi palestinesi in Giordania, Siria e Libano, e nella diaspora, cercano di fare per vivere la propria vita con dignità, con una parvenza di indipendenza.

Quelli dei territori occupati sono controllati da una potenza ostile esterna, e gli sfollati nei campi dei paesi limitrofi, sono accettati e tollerati, ma sono ancora conosciuti come i rifugiati, o “l'altro” e questo anche, devo dire, a Gaza. Sia dentro che fuori la Palestina, il futuro palestinese, individualmente e collettivamente, è incerto, e prevale un desiderio di indipendenza, e di uno stato. L’occupazione e le conseguenze umilianti possono essere comprese solo parzialmente senza vivere “sotto” di essa.

Le sfide sempre presenti e spesso travolgenti dell’essere occupato si presentano solo a chi è pienamente e veramente occupato. I non-palestinesi che vivono nel territorio occupato, in particolare a Gaza, sono sottoposti ad un regime di restrizione più “diluita”. Periodicamente possiamo “fuggire”, più o meno come vogliamo. Sperimentiamo solo una versione di seconda mano dell'atmosfera soffocante, delle frustrazioni, del desiderio di reagire furiosamente e di protestare con rabbia. Ma queste “inclinazioni” abbastanza prevedibili, ragionevoli, date le circostanze, producono conseguenze infelici se è permesso loro di scoppiare pubblicamente. La prova di questo è quello che sta avvenendo oggi in Cisgiordania e Gerusalemme, dove gli attacchi con il coltello dei bambini sono affrontati con forza letale da parte delle armi dei soldati. I bambini che lanciano pietre vengono incarcerati, le loro case distrutte e le loro famiglie punite in modo che perdano posti di lavoro e permessi di viaggio. I manifestanti, a Gaza, dietro un recinto, sono (inspiegabilmente?) presi di mira e uccisi dai soldati occupanti che si trovano fuori dal recinto. Tali azioni sarebbero inaccettabili in qualsiasi altra parte del mondo. Avrebbero provocato clamore, un invito a fare delle indagini, una lista di denunce per violazioni del diritto internazionale. Tuttavia, i palestinesi sembrano essere un popolo i cui diritti possono essere violati impunemente. Consulto spesso una piccola copia di dimensioni ridotte della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948 che porto con me ovunque, per ricordare che 67 anni fa, una grande lista di 30 articoli (ognuno descrive un diritto umano o un gruppo di diritti), è stato concordato da questo “nebuloso” organismo, la “comunità internazionale”. Questo elenco, certamente desiderabile, porta purtroppo poco rispetto alla realtà in gran parte il mondo di oggi e, oso dire, quasi da nessuna parte è osservato nella sua interezza. Questo può essere un atto d'accusa per tutti noi, ma per i rifugiati e per chi vive sotto occupazione le conseguenze del mancato rispetto sono veramente debilitanti e deprimenti su una base quotidiana, così come sulla più grande scena mondiale.

Concentrandosi solo sulla “libertà di movimento”, l’articolo 13, nel contesto della Palestina, si desidera suggerire che dovrebbe riguardare non solo le persone, ma anche beni e servizi. Immaginate di dover chiedere il permesso per ogni movimento, riguardo a dove si può andare, quando e per quanto tempo; dove si può vivere; quali beni sono a vostra disposizione e a quali quantità (anche per l'apporto calorico giornaliero) è permesso l’accesso. Pensate di essere malato, e di non essere in possesso di un “permesso” per cercare un trattamento medico, o di ricevere una borsa di studio per studiare all'estero o un’offerta di lavoro all’estero e di non essere in grado di accettare senza l'approvazione, concessa arbitrariamente, di attraversare uno dei punti di confine. Argomentazioni retoriche, forse, ma che riflettono situazioni concrete e che sono finalmente prese in considerazione sempre più di frequente e sinceramente, credo (o spero?) da un numero crescente di osservatori, analisti, accademici e, forse ancora più importante, anche da parte di alcuni governi. Anche se uno deve dedicare una grande quantità di tempo alla ricerca, o essere sulla giusta lista di siti web per trovare risposte informate o analisi oneste o, ciò che si spera, proposte per l’azione. Noi sono fortunati, stasera, a poterci immergere in sette libri che rispondono alla nostra sete di risposte e di informazioni sui temi che ho citato. Da una varietà di punti di vista, ci viene presentata, nel modo più vivace e avvincente, la conoscenza (e l'emozione, un complemento essenziale ai fatti) di cui abbiamo bisogno, per cominciare a capire e ad entrare in empatia con l'esperienza palestinese, provocando, quindi, un impulso all'azione. È affascinante come i punti di vista e gli stili molto diversi degli autori, così meritatamente ammessi a questo evento, si fondano per offrire un quadro veritiero e completo della Palestina e dei palestinesi, attraverso la storia e la politica di Gaza e di Gerusalemme, antica e attuale; attraverso gli occhi e gli atti di un medico, di un bambino, di un figlio; da un diario di guerra; e da immagini, grafica e da una splendida collezione di fotografie fatte nel corso dei secoli. Leggere i libri di questi autori è diventare tutt'uno con la vita quotidiana, le tribolazioni e i trionfi dei palestinesi oggi, a volte proprio un palestinese. Un lettore scopre e sente cosa ha significato essere un palestinese negli ultimi decenni, e nei secoli passati. Lo sforzo e l'accettazione, la grinta e la rassegnazione, i successi e gli insuccessi, i desideri e le delusioni sono tutti ritratti in uno o nell'altro dei libri, dal loro punto di vista individuale. Ma quale spirito, quello della determinazione che c’è tra i palestinesi che non si arrendono, che sono diligenti e instancabili nella loro intenzione di ottenere il meglio del loro mondo occupato, per avere successo ai limiti - e oltre - di ciò che è disponibile a e per loro.

In Baddawi, così acutamente raccontata attraverso immagini e dialoghi che fanno prendere vita alla vita dei rifugiati e così facile da capire e a cui credere (e con un glossario utile!),

In Vanished, così triste, ma così chiaramente evocativo della vita a Gaza;

In The Drone eats with Me, così spaventosamente reale, ma che racconta con un pizzico di umorismo e, di nuovo, in modo vero, che cosa significa cercare di sopravvivere sotto il ronzio dei droni, e cerca di rispondere alle incontestabili domande dei vostri bambini sul “quando finirà?”,

In Chief Complaint: A Country Doctor’s Tales of Life in Galilee, uno sguardo, o meglio molti scorci di vita nel corso degli anni di un palestinese all'interno di Israele, sulla base dei disturbi dei pazienti del medico,

I due ricchi volumi storici su Gerusalemme, Jerusalem Interrupted: Modernity and Colonial Transformation, 1917-present e Gaza: A History, ricchi di approfondimenti, fatti e cifre, prezioso anche per quel lettore che finora no ha solo guardato delle parti;

E, infine, The Palestinians: Photographs of a Land and Its People from 1839 to the Present - prezioso gioiello che mostra ciò che è stato e potrebbe essere.

In ognuno di questi volumi, si arriva a capire meglio ciò che i palestinesi hanno affrontato e continuano a subire, ogni giorno e su cui si tormentano, oltre a quello che celebrano con i residenti della Palestina di oggi. Ci si potrebbe chiedere per quanto tempo debbano attendere per ritrovare la loro terra, erosa lentamente dalla cosiddetta confisca legale e quando saranno in grado di esercitare la sovranità sul proprio territorio?

Nella lotta per la dignità nazionale e individuale, le decisioni devono essere prese disegnando una linea di demarcazione tra la lotta per quello che potrebbe essere irrealistico in questo momento, e lo sfruttare al meglio i fatti esistenti sul terreno. Devono essere individuati i veri "colpevoli": coloro che hanno occupato la terra e i (potenti) attori esterni che hanno permesso e incoraggiato, gli usurpatori ad impegnarsi in un comportamento sempre più ingiusto e distruttivo. Entrambi meritano di essere affrontati, ma il dove e come deve essere attentamente studiato.

Oggi pietre e coltelli non sono armi scelte, ma usate perché non ce ne sono altre a disposizione, certamente nessuna letale come quelle possedute dagli oppressori.

Esse, infatti, possono essere più efficaci, o almeno più visibili e sorprendenti, però viste negativamente da alcuni, nei discorsi e risoluzioni delle Nazioni Unite o della Lega Araba. I palestinesi hanno bisogno di sapere chi sono i loro amici e sostenitori, chi capisce i valori e la loro visione della storia, chi riconosce la necessità di affermare i loro diritti. Il diritto palestinese ad esistere è ignorato da alcuni, rifiutato da altri, in particolare in “Occidente” e, più in particolare, nel mio paese, in cui chi prende le decisioni è in balia degli occupanti. Tuttavia, questo stato di “abbandono” (o negazione, o ignoranza) sta iniziando a cambiare, anche se lentamente. La Palestina ora è uno Stato osservatore presso le Nazioni Unite. La sua bandiera sventola fuori dalla sede dell'ONU a New York, insieme a quelle degli altri Stati nazionali. Io non pretendo di avere una risposta su come è meglio affrontare le ingiustizie che soffrono i palestinesi, tanto meno dopo aver visto il deterioramento delle condizioni di vita dei palestinesi nel corso degli anni durante i quali ho vissuto in Palestina, dove anche i tentativi di fornire dei decenti servizi di base ai rifugiati incontrano resistenze da più parti.

La causa principale che preoccupa, ed è così dannosa per i palestinesi, continua ad essere negata, o è invisibile agli estranei, quelli che potrebbero e dovrebbero controllare la legittimità e il comportamento del potere occupante. Ancora, questa sera un consiglio sulle soluzioni si trova nei libri prima che in noi, o almeno vi troviamo la spiegazione di come i palestinesi sopravvivono e prosperano, nonostante l'oppressione inumana dell’occupazione e dei decenni di storia di deprivazione. Gli autori ci ricordano la storia di un popolo fiero e capace. Essi mostrano il dolore e l'umorismo, ma soprattutto, la fermezza con la quale i palestinesi guardano alla loro vita e al loro futuro. Avendo lavorato con altri rifugiati per quasi 20 anni prima di entrare in UNRWA e ora, come Commissario per i diritti umani in Siria, sono consapevole delle reazioni di e verso coloro che sono costretti a fuggire dalle loro case per sfuggire a guerra e persecuzioni. E non c'è popolazione di rifugiati il cui esilio, come popolo intero, si sia protratto quanto quello dei palestinesi, sospesi come sono in una bolla, senza stato, senza la possibilità di esercitare pieni diritti politici e bloccati nei loro tentativi di raggiungere l'indipendenza economica e politica.

Tutti noi conosciamo molti, molti palestinesi che hanno superato la propria situazione esistenziale e stanno facendo la loro strada con successo in tutto il mondo, sia da e oltre i loro luoghi di origine o di esilio, non ultimi gli autori che sono qui con noi questa sera.

Tali risultati sono evidenti anche all'interno della Palestina, come è stato notato durante una visita in Palestina il mese scorso con un nuovo gruppo di cui faccio parte - Americani per una ripresa economica in Palestina. Quelli che erano in Cisgiordania per la prima volta erano stupiti dall'energia e dalle idee positive e dagli atteggiamenti “rampanti” dei palestinesi che abbiamo incontrato. Questi palestinesi meritano le nostre lodi e complimenti per i loro sforzi e forza d'animo, ma i loro risultati non sono difficilmente raggiungibili da molti (oserei dire dai più?) dei cinque milioni di rifugiati che rimangono nel territorio occupato, in Giordania, Siria e Libano e anche molti delle altre diaspore, che sono ancora lontano dalla loro terra, la loro cultura, la loro storia e dalla realizzazione di uno Stato indipendente in Palestina. Gli autori qui stasera non si soffermano sulla disperazione o sulla mancanza di speranza o, quando questi atteggiamenti vengono descritti è per mostrare come si sviluppano, o per sostenere la promessa del cambiamento nella sfida e nella resistenza, nella sopravvivenza, nella realizzazione e nel progresso.

Questo è certamente vero oggi nei territori occupati - e sempre più evidente agli altri, anche nel mio paese, dove i politici e i media sono prevalentemente desiderosi di mostrare che essi sono al fianco di, e disposti ad offrire armi e denaro alla potenza occupante in una misura straordinaria e ingiustificata. Per troppo tempo, in molte discussioni, c'è stato solo un lato della storia palestinese, uno senza sfumature.

È una lotta avere un pubblico che ascolti una spiegazione delle motivazioni del lancio di pietre da parte di giovani ragazzi o per l’uso di forza letale in questi scontri. E sono stata colpita dalla mancanza di qualcuno che chiedesse una giustificazione per le uccisioni dei manifestanti al di là di una recinzione, che potrebbe anche essere un muro. Soprattutto è difficile far capire a chi detiene il potere che la concessione dei diritti ai palestinesi può fare la differenza in Medio Oriente, la regione descritta, per tutti gli altri, per i suoi vicini e oltre. O se lo capiscono, non sembrano avere la motivazione per agire (se non per mostrare gli aerei e le bombe) o addirittura per parlarne. Sicuramente la giustizia per i palestinesi potrebbe alleviare molte delle tensioni che causano quei conflitti che oggi producono milioni di rifugiati e che comporterà la necessità di molteplici appelli umanitari per miliardi di dollari da parte di quei paesi che, invece, farebbero un servizio affrontando alla radice le cause della fuga dei rifugiati. Una Palestina libera, dove i palestinesi fossero proprietari della propria terra, con un proprio stato, dovrebbe essere il desiderio di ogni persona che crede nella giustizia e aborre guerre e conflitti.

E al di là di esprimere un semplice desiderio, facciamo un appello per un impegno a lavorare con i palestinesi che sono nella posizione migliore per sapere come gestire la propria lotta e che sanno ciò che è più necessario per aumentare i loro sforzi per affrontare il loro futuro. Gli autori qui stasera sono da ammirare e mi congratulato per il loro contributo a questi sforzi.

Così, a voi, agli autori grazie e grazie, pubblico, per unirsi a noi per questo importante e, mentre ci sforziamo di mantenere viva la speranza, evento e momento propizio.

Karen Koning AbuZayd (nata nel 1941) è una diplomatica americana. si è laureata presso l'Università DePauw nel 1963, é stata commissario generale dell'Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e il lavoro per i profughi palestinesi nel Vicino Oriente (UNRWA) dal 28 giugno 2005 al 20 gennaio 2010.

Ha lavorato come capo della missione Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) a Sarajevo durante la guerra in Bosnia. Prima di entrare alle Nazioni Unite, è stata docente di Scienze Politiche e Studi Islamici.

AbuZayd è membro del Consiglio di Amministrazione del Middle East Policy Council a Washington, DC

Tradotto da Barbara G.: Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus - Firenze