Quo vadis Israele? Parte 2

Quo vadis Israele?- Quo vadis Palestina?

Standpunkte (punti di vista) 20/2015

Fondazione Rosa Luxemburg

http://www.rosalux.de/publication/41848

autori:

Tsafrir Cohen e Katja Herrmann

L’occupazione non è un tema per Israele

Anche nei mass media israeliani si riflette l'assenza di una alternativa politica. I telegiornali e talk show trasmettono dettagli degli attacchi, esperti e politici discutono misure per superare la situazione- spesso arricchiti di “perizia” militare . La distinzione tra corrispondenza e il commento scompare completamente. In questi tempi patriottici dissenso viene completamente evitato.                  

I rappresentanti del partito Meretz (votato soprattutto della borghesia colta), che definiscono l'occupazione continuativa come causa della attuale violenza, così come alcuni rappresentanti dell'ala sinistra del Partito laburista sono boicottati dai media mainstream. Questo fa sì che nel pubblico israeliano non si discute sulle effettive responsabilità per la situazione attuale. L'occupazione si trova in nessuna delle analisi che vengono presentati al pubblico. La schiacciata strisciante dei palestinesi da Gerusalemme Est non è un problema,anche se è la ragione “immediata” degli attacchi in corso. L’escalation si manifesta quasi inevitabilmente nella borghesia israeliana come Gli atti crescenti per i cittadini israeliani, quasi inevitabilmente, come scoppio di odio irrazionale dei palestinesi, a cui si può rispondere solo con contromisure di sicurezza.

Una voce dissonante però c’è nel dibattito di Israele, cioè la minoranza araba-palestinese in Israele, che rappresenta circa il venti per cento della popolazione israeliana. I suoi membri sono cittadini di Israele con pari diritti, ma vengono fortemente discriminati. Questa minoranza è rappresentata principalmente dalla lista comune, una coalizione di sinistra-socialista Chadasch con Balad, un partito nazionale palestinese, e un'alleanza di vari partiti. La lista comune ha ricevuto alle elezioni precedenti 13 di 120 seggi alla Knesset e quindi è diventato il terzo partito di Israele. Soprattutto il suo leader Ayman Odeh di Chadasch è in grado di mostrare la sua empatia per tutte le vittime. Contemporaneamente sottolinea che è impossibile mantenere un popolo sotto occupazione, e che il percorso per una maggiore sicurezza per tutti passa tramite la soluzione del conflitto.Tuttavia, come dicono osservatori come lo storico Gadi Algazi, il suo messaggio non arriva.

Nel contesto del discorso israeliana attuale, la società di maggioranza ebraica lo percepisce non come un politico di sinistra con una visione alternativa, ma come una voce palestinese, a cui viene negata ogni credibilità. Tuttavia, la lista comune non voleva solo rappresentare la minoranza araba-palestinese di Israele, ma anche esprimere una proposta politica per il tutta la società israeliana, per la fine dell'occupazione e per più giustizia sociale. Anche questo messaggio arriva oggi difficilmente. Espressione ufficiale del fatto che la minoranza araba- palestinese di Israele non appartiene al popolo dello stato d’Israele , è stata la decisione del premier Netanyahu, a non invitare il presidente del terzo partito della Knesset alle consultazioni con i partiti di opposizione. Questo gesto minaccia la fragile e preziosa coesistenza arabo-ebraica in Israele che potrebbe diventare vittima dell'escalation. Questo è ancora più doloroso perché la minoranza arabo-palestinese ha avuto negli ultimi anni una integrazione profonda in tutti i settori della società, parallelamente con una crescente fiducia in se stessi come minoranza indigena. Con questo era cresciuto anche il loro potenziale come un ponte tra i palestinesi sotto occupazione in Cisgiordania e la Striscia di Gaza da un lato e con gli ebrei israeliani dall’altro.

Ma più che si era emancipata la minoranza arabo-palestinese,con più veemenza fu attaccata da forze reazionarie come un "corpo estraneo". In risposta a questo e alla privazione continua e, talvolta, a causa della loro coscienza forzata come palestinesi ora succede per la prima volta che giovani palestinesi israeliani attaccano i loro concittadini ebrei, armati di coltelli. Ancora più prezioso sono così i pochi momenti in cui si manifesta la solidarietà ebraico-palestinese, come ad esempio durante una manifestazione a Gerusalemme per un'altra visione del futuro a metà ottobre. C'erano due mila persone, riunite sotto lo slogan "Senza odio e paura - manifestiamo insieme!" E "Arabi ed ebrei si rifiutano di essere nemici", e hanno ascoltato le parole di un rapper palestinese, di un ultra-ortodossi ebreo e di genitori di una scuola elementare arabo- ebraica. Tutti dichiararono a modo loro la possibilità di coesistenza. Tuttavia, gli eventi degli ultimi settimane e mesi sono segni inequivocabili di una deriva preoccupante delle strutture democratiche e civili della società israeliana.

Strategie a sinistra?                                                                                                                                La maggior parte degli ex pacifisti crede ora i loro leader politici che i palestinesi non vogliono la pace.

Ha seguito un élite politica che aveva avviato trattative di pace, apparentemente disposti ad accettare compromessi "dolorosi", e aveva "osato" passi, come il ritiro dalla striscia di Gaza. La riluttanza dei leader politici di Likud, Kadima o del Partito Laburista a mettere in pratica davvero la soluzione dei “due Stati” e quindi cedere il controllo sui palestinesi, e la loro paura di provocare la rabbia della lobby più forte di Israele, il movimento dei coloni, camuffavano sempre dando la colpa ai palestinesi. Ad Israele rimarrebbe quindi l'unica opzione possibile, il contenimento del conflitto nel suo stato attuale con il minor numero di vittime dalla loro parte. Affinché la politica della paura dominato il pubblico israeliano senza alcuna restrizione.Un circolo vizioso, perché i palestinesi difficilmente possono accettare una occupazione continua - soprattutto perché questa è accompagnato da un loro graduale spostamento (confino) in dense enclave.                                                                                                                                                     La sinistra israeliana semplicemente ha attualmente nessuna strategia per affrontare questa logica egemonica, nessuna alternativa credibile per rompere il predominio della politica della paura in Israele.

Tsafrir Cohen è direttore dell'ufficio di Israele della Fondazione Rosa Luxemburg a Tel Aviv.

Segue nella prossima puntata: Quo vadis Palestina? Di Katja Herrmann

Traduzione Leonhard Schaefer