Per Israele la guerra non è più un'opzione, è uno stile di vita

AlterNet, 16.07.2015

http://www.alternet.org/world/israel-war-no-longer-option-it-way-life

Le case di Gaza non sono ancora state ricostruite, e un'altra guerra già incombe.

di Max Blumenthal

"Una quarta operazione a Gaza è inevitabile, così come lo è una terza guerra del Libano", ha dichiarato in febbraio il ministro degli esteri israeliano Avigdor Lieberman. I suoi commenti infausti sono stati fatti pochi giorni dopo l'attacco con un missile anti-carro sferrato dai miliziani libanesi di Hezbollah in cui hanno perso la vita due soldati in un convoglio israeliano. L'attacco era a sua volta una risposta al raid aereo israeliano che aveva portato all'assassinio di diverse figure di spicco di Hezbollah.

Lieberman ha offerto la sua predizione solo quattro mesi dopo che il suo governo concludesse l'operazione 'Margine protettivo', la terza guerra fra Israele e le fazioni armate della Striscia di Gaza, in cui circa il 20% della Gaza sotto assedio è stata ridotta ad un paesaggio lunare apocalittico. Anche prima che l'assalto fosse lanciato, Gaza era un deposito per umanità in esubero, un ghetto di 360 km quadrati per rifugiati palestinesi espulsi ed esclusi dall'auto-proclamato stato ebraico.  Per questa popolazione, composta in gran parte di minorenni, la violenza è diventata un rituale della vita che si ripete ogni uno o due anni. Mentre passa il primo anniversario di 'Margine Protettivo', il presagio inquietante di Lieberman sembra sempre più verosimile. Infatti, appare probabile che i mesi di relativa "pace" che hanno seguito le dichiarazioni di Lieberman siano solo un interregno nell'attesa di un'escalation militare israeliana ancora più devastante.

Tre anni fa, le Nazioni Unite hanno pubblicato un rapporto secondo il quale entro il 2020 la Striscia di Gaza diventerà inabitabile. Grazie al recente attacco israeliano, sembra che questo allarme sia arrivato prima del previsto. Solo una manciata delle 18.000 case distrutte dalle forze armate israeliane a Gaza sono state ricostruite. E pochi dei 400 negozi e attività commercaiali danneggiati o rasi al suolo durante la guerra sono stati ripristinati. Migliaia di dipendenti pubblici non ricevono lo stipendio da più di un anno e lavorano gratis. L'elettricità continua ad essere disastrosamente razionata, a volte solo per quattro ore al giorno. Le frontiere della striscia sono sistematicamente chiuse. La popolazione è intrappolata, traumatizzata e sempre più in preda alla disperazione, con il tasso dei suicidi che sta aumentando in modo vertiginoso.

Una delle poche strutture rimaste ai giovani di Gaza sono "i campi di liberazione" creati da Hamas, l'organizzazione politica islamista che controlla Gaza. Lì fanno addestramento militare, ricevono indottrinamento ideologico e infine vengono introdotti alla lotta armata palestinese. Come ho potuto constatare di persona mentre coprivo la guerra della scorsa estate, non mancano certo giovani orfani determinati a imbracciare le armi  dopo aver visto i propri genitori e fratelli fatti a pezzi da bombe a grappolo di 900 chili, da proiettili di artiglieria o da altri mezzi di distruzione usati dagli israeliani. Ad esempio Shamaly Waseem, 15 anni, mi ha detto che l'ambizione della sua vita è di unirsi alle brigate Al-Qassam, l'ala militare di Hamas. Aveva appena finito di raccontarmi fra le lacrime la scena di suo fratello, come fosse un video di YouTube, colpito a morte da un cecchino israeliano mentre cercava la sua famiglia tra le macerie del suo quartiere lo scorso luglio.

C'è una rabbia palpabile tra la popolazione civile di Gaza contro il braccio politico di Hamas per aver accettato un cessate il fuoco con Israele alla fine di agosto 2014 senza ottenere altro che il ritorno alla morte lenta dell'assedio e della prigionia.  È vero in particolare nelle zone di confine devastate dagli israeliani la scorsa estate. Tuttavia, il supporto per le brigate Al-Qassam, l'ala militare di Hamas che regge la bandiera della lotta armata palestinese, resta pressoché unanime.

Ai palestinesi della Striscia di Gaza basta guardare i Bantustan dorati dell'Autorità nazionale palestinese (ANP) 80 chilometri più a ovest per capire cosa otterrebbero in cambio del disarmo. Dopo anni di negoziati infruttuosi, Israele ha premiato i palestinesi che vivono sotto il governo del presidente Mahmoud Abbas dell'Autorità palestinese con una crescita record di insediamenti ebraici, nuove annessioni territoriali, raid notturni nelle case, e la costante umiliazione e i pericoli dell'interazione quotidiana con i soldati israeliani e i coloni ebrei fanatici. Invece di resistere all'occupazione, le forze di sicurezza di Abbas, addestrate in occidente, collaborano direttamente con l'esercito di occupazione israeliana, aiutando Israele ad arrestare e anche torturare i loro connazionali palestinesi, fra cui i leaders delle fazioni politiche rivali.

Per quanto possa essere dura la vita nella Striscia di Gaza, il modello Cisgiordania non rappresenta un'alternativa molto attraente. Tuttavia, questa è esattamente il tipo di "soluzione" che il governo israeliano cerca di imporre agli abitanti di Gaza. Come ha dichiarato l'ex ministro degli Interni Yuval Steinitz lo scorso anno: "Vogliamo più di un semplice cessate il fuoco; vogliamo la smilitarizzazione della Striscia di Gaza ... che Gaza diventi esattamente come Ramallah [la città nella West Bank]".

Mantenere Gaza in rovina

Dietro la distruzione quasi apocalittica inflitta agli abitanti di Gaza da parte delle forze armate israeliane durante l'operazione 'Margine Protettivo' si cela una strategia sadica volta a punire gli abitanti dell'enclave costiera sotto assedio per costringerli alla sottomissione. La "dottrina Dahiya", che prende il nome da un sobborgo di Beirut sud decimato dalla forza aerea israeliana nel 2006, teorizza la punizione della popolazione civile della Striscia di Gaza e del sud del Libano per il sostegno alle organizzazioni di resistenza armata come Hamas ed Hezbollah. In "Forza sproporzionata", un articolo pubblicato nel 2008 dall'Istituto per gli Studi di Sicurezza Nazionale, una think tank strettamente legata agli ambienti militari israeliani, il colonnello Gabi Siboni esprime chiaramente la sua logica punitiva orientata sui civili: "Con lo scoppio delle ostilità, [l'esercito israeliano] deve agire subito e con decisione, e con una forza sproporzionata alle azioni dei nemici ed alle minacce che rappresentano. Questa risposta ha lo scopo di causare danni ed infliggere un castigo in misura tale da rendere necessari lunghi e costosi processi di ricostruzione."

Nel periodo che seguì l'enorme distruzione delle infrastrutture civili di Gaza durante 'Margine Protettivo', il governo israeliano ha fatto di tutto per impedire qualsiasi lavoro di ricostruzione e prolungare così le sofferenze dei civili di Gaza. Quando esponenti della diplomazia, fra cui il Segretario di Stato John Kerry, si incontrarono al Cairo lo scorso ottobre per discutere la ricostruzione e la riparazione di almeno una parte dei 7 miliardi di dollari di danni causati da 'Margine Protettivo', l'allora Ministro dei Trasporti di Israele, Yisrael Katz, li assicurò della futilità dei loro sforzi. "Gli abitanti di Gaza devono decidere che cosa vogliono essere: Singapore o il Darfur", disse Katz, sinistramente evocando la minaccia di un genocidio in stile sudanese. "Se viene sparato un razzo, tutto tornerà in macerie." La natura di questo avviso non è stata priva di effetti sui diplomatici al Cairo, dove qualcuno si è lamentato per la "considerevole fatica dei donatori".

"Nessuno può aspettarsi che noi torniamo per la terza volta dai nostri contribuenti a chiedere fondi per la ricostruzione e poi semplicemente torniamo al punto dove eravamo prima che tutto questo avesse inizio", ha detto un diplomatico ad un giornalista. Un altro ha riconosciuto: "Non c'è molto impegno politico né speranza."

Alla fine, solo una parte minuscola dei 5 miliardi richiesti alla conferenza è  effettivamente arrivata fino alla popolazione devastata di Gaza. Invece, la maggior parte di quel denaro è finito alle casse dell'Autorità Palestinese in Cisgiordania, che spende circa il 30% del suo budget in "sicurezza", ovvero per mantenere i concittadini palestinesi in uno stato di polizia, per conto dell'occupante.

All'inizio di quest'anno, quando si è completamente prosciugato il fondo di ricostruzione, Robert Serry, coordinatore speciale dell'ONU per il Medio Oriente, ha cercato di costringere i palestinesi di Gaza ad accettare un piano di ricostruzione concordato con le forze armate israeliane, la giunta militare egiziana di Abdel Fattah el-Sisi e l'ANP. Descritto dal corrispondente militare israeliano come un modello di "approccio alla gestione dei conflitti", l'obiettivo del piano è l'internazionalizzazione dell'assedio della Striscia di Gaza e la perpetuazione della prigionia dei palestinesi che ci vivono. Inutile dire che la proposta non è stata nemmeno presa in considerazione da coloro le cui vite sarebbero controllate dal piano.

Anche se Hamas ha rigorosamente mantenuto il cessate il fuoco firmato lo scorso agosto alla cessazione delle ostilità, Israele ha ripetutamente attaccato i pescatori di Gaza, così come gli agricoltori che lavorano nei pressi della recinzione di confine con Israele. Man mano che si estende la disperazione, gli estremisti salafiti, che in passato avevano un seguito irrisorio, stanno attirando consensi proponendo l'alleanza con lo Stato Islamico (ISIS), la brutale fazione teocratica che ha creato un "califfato" in alcune regioni di Siria e Iraq e i cui sostenitori di Gaza hanno dichiarato guerra ad Hamas.

I gruppi alleati dell'ISIS che operano nella Striscia di Gaza hanno adottato una semplice formula per indebolire Hamas, che inizia col lanciare un razzo rudimentale o un colpo di mortaio verso una zona solitamente disabitata del sud di Israele. Non ha importanza il fatto che questi attacchi producano danni nulli o molto limitati: i militanti dell'ISIS sanno che Israele risponderà con un attacco aereo su una struttura controllata da Hamas. Attraverso queste provocazioni, l'ISIS di Gaza ha creato un'alleanza di convenienza con l'esercito israeliano, con gli uni che si affidano agli altri per mettere in difficoltà Hamas. Anche se l'ISIS al momento non ha alcuna possibilità di disarcionare Hamas, la sua presenza e l'apparente disponibilità di Israele a giocare questo gioco ha introdotto un elemento nuovo e imprevedibile nel panorama già di per sé instabile del dopoguerra.


Marchi testati sul terreno

Hamas e le milizie alleate, come la Jihad islamica palestinese, erano entrati nella guerra della scorsa estate con una serie di condizioni, tutte di carattere umanitario. Chiedevano il diritto di costruire un porto a Gaza, la ricostruzione dell'aeroporto distrutto da Israele, la libertà di importazione ed esportazione di merci, così come la possibilità dei residenti apolidi di Gaza di ottenere permessi per viaggiare. In cambio, Hamas offriva a Israele una tregua di 10 anni. Invece di accettare anche una sola di queste condizioni, cosa che avrebbe portato a una drastica riduzione delle tensioni, Israele e i suoi alleati al Cairo e a Washington hanno optato per 51 giorni di guerra brutale, con la consapevolezza che i civili di Gaza ne avrebbero pagato il prezzo più alto, e un settore elitario della società israeliana ne avrebbe ricavato allettanti ricompense.

A differenza di chi governa a Gaza, le classi elevate di Israele prosperano con la guerra. Gli attacchi contro Gaza effettuati dal 2005 hanno rafforzato una delle principali industrie del paese, avvantaggiando  le 150.000 famiglie israeliane che ci guadagnano da vivere. Grazie soprattutto alle guerre a Gaza e all'occupazione della Palestina, l'industria degli armamenti israeliana ha triplicato i suoi profitti rispetto  al decennio precedente portandoli a oltre 7 miliardi di dollari all'anno, facendo di un paese delle dimensioni del New Jersey (o della Puglia ndt) il quarto esportatore mondiale di armi.

"Un commerciale della IAI [Industrie Aerospaziali Israeliane] mi ha detto che gli omicidi e le operazioni a Gaza hanno portato a un incremento di decine di punti percentuali nelle vendite della società", sostiene Yotam Feldman, il giornalista israeliano il cui film documentario "The Lab" fornisce uno sguardo inquietante sull'industria delle armi del paese e su come abbia trasformato la società israeliana. Secondo Feldman, "la guerra di Gaza è diventata distintiva del sistema politico di Israele, e forse una parte del nostro sistema di governo."

I membri delle elites israeliane hanno beneficiato direttamente dalle guerre a Gaza, orchestrando gli attacchi in veste di generali e  politici, per poi assumere posizioni di lobbisti, per vendere a militari stranieri la tecnologia militare e le tattiche di combattimento all'ultimo grido, testate sulla popolazione civile della Striscia di Gaza. Ehud Barak, per esempio, è stato il ministro della Difesa che ha diretto gli sproporzionati attacchi su Gaza nel 2008-2009 e poi ancora nel 2012. È stato anche uno dei soci più prossimi di Michael Federman, un ex membro del commando Sayeret Matkal e consulente politico, che risulta anche essere il proprietario di una delle più grandi aziende produttrici di armi di Israele, la Elbit Systems. Forse non dovrebbe sorprendere il fatto che, dopo aver guidato il Ministero della Difesa nel corso di tante guerre che hanno schierato e promosso le armi più recenti della Elbit, il nome di Barak sia balzato in alto nella lista stilata da Forbes dei politici israeliani più ricchi nel 2012.

Una rapida occhiata "Israel Defense News", la più importante rivista specializzata in lingua inglese dell'industria militare israeliana, offre forse la panoramica migliore su come le tattiche e armi più recenti siano commercializzate. Nel suo ultimo numero, dedicato alla "guerra della nuova era" messa in pratica a Gaza, i lettori vengono rassicurati sul fatto che "il 2015 sarà un anno positivo per l'industria della difesa israeliana". Uri Vered, direttore generale di Elbit Systems, promette che i "sistemi terrestri di campo" - i carri armati e veicoli blindati usati nel recente conflitto - registreranno una crescita record.

Fra le armi super-tecnologiche propagandate dalla rivista c'è un drone "capace di tenere d'occhio il bersaglio per poi attaccarlo". Si tratta di un riferimento a Harop, un "drone suicida" delle Industrie Aerospaziali Israeliane, testato per la prima volta nel sud del Libano, che resta immobile sul bersaglio prima di precipitarsi su di lui con 10 chili di esplosivo alloggiati nel suo naso. Con le forze armate di tutto il mondo che comprano centinaia di Harop, l'industria degli armamenti israeliana non vede l'ora di lanciare un veicolo di nuova generazione che include una propria piattaforma di lancio. Per poter etichettare il modernissimo drone con la magica sigla "testato su campo", alle Industrie Aerospaziali Israeliane serve solo una nuova guerra.

Il punto di non ritorno

A onor del vero, alcune personalità all'interno dell'apparato di intelligence militare israeliana sono riluttanti a un'altra guerra contro le fazioni armate di Gaza, almeno nel breve termine. Queste persone riconoscono che Hamas è diventato un fattore di stabilità nella Striscia, che è in grado di mantenere in buona fede un cessate il fuoco. Come già avvenuto negli anni settanta e ottanta con l'Organizzazione di Liberazione della Palestina controllata da Fatah, l'establishment militare israeliano sta cercato di addomesticare Hamas tramite l'assassinio degli "irriducibili", come l'ex comandante di Al-Qassam Ahmed Jaabari, consentendo nel frattempo la crescita di persone più concilianti e politicamente più ambiziose come il primo ministro di Gaza Ismail Haniyeh. Questa strategia mira a coltivare all'interno di Hamas quel tipo di leadership docile che oggi caratterizza l'Autorità palestinese in Cisgiordania, e trasformare in tal modo un'altra auto-proclamata organizzazione di resistenza palestinese in un subappaltatore dell'occupazione.

Tuttavia, mentre Israele (affidandosi a mediatori internazionali) si impegna in un dialogo con Hamas su una serie di questioni, tra cui il rilascio di un cittadino israeliano catturato, non ci sogno segni che la strategia di addomesticamento stia funzionando. Qualunque siano i compromessi che hanno in mente i guardiani dell'intelligence militare israeliana, è probabile che il caos innescato dall'operazione 'Margine Protettivo' abbia spinto la società israeliana ad un punto di non ritorno. In effetti, l'atmosfera bellica si è rivelata una manna dal cielo per i movimenti di estrema destra, che hanno elettrizzato gli elementi nazionalisti religiosi nel governo e gli squadristi fascisti nelle strade di Tel Aviv. Lo scorso gennaio, il 45% degli ebrei israeliani che si lamentava del fatto che a Gaza il suo esercito non aveva usato abbastanza la forza, ha votato per il governo più a destra della storia di Israele.

Tra i leader del sempre più dominante movimento religioso-nazionalista, c'è Naftali Bennett, 43 anni, capo del partito pro-insediamenti della Casa Ebraica. Bennett ha trascorso gran parte della scorsa estate di guerra scagliandosi contro il primo ministro Benjamin Netanyahu per aver rifiutato di dare l'ordine di rioccupare l'intera Striscia di Gaza reprimendo violentemente Hamas, un'azione potenzialmente catastrofica alla quale sia Netanyahu che gli alti vertici militari israeliani si sono opposti con veemenza. Mentre Bennett accusava i palestinesi di "auto-genocidio", la sua giovane deputata Ayelet Shaked dichiarava che i civili palestinesi "Sono tutti dei combattenti nemici, e tutta la responsabilità del sangue versato ricade su di loro." Secondo Shaked, "le madri dei martiri" devono essere sterminate, "così come si dovrebbe fare con le case dove hanno allevato i serpenti. Altrimenti, altri piccoli serpenti vi cresceranno".

Nell'attuale governo di coalizione israeliano Bennett ricopre la carica di Ministro della Pubblica Istruzione, responsabile dell'educazione di milioni di bambini e giovani israeliani. E Shaked è stata promossa a ministro della Giustizia, dandole un'influenza diretta sul sistema giudiziario del paese. Netanyahu, che una volta era uno dei "Giovani Turchi" del partito di destra Likud, si ritrova ad essere un centrista nella politica di Israele, dovendo mediare fra fazioni di estremisti etno-nazionalisti e fascisti dichiarati.

Per quanto riguarda Gaza, la leale opposizione di Israele non si distingue molto dai governanti di estrema destra. Nei giorni che hanno preceduto le elezioni nazionali del gennaio scorso, Tzipi Livni, leader dello schieramento di centro-sinistra Unione Sionista, ha dichiarato: "Hamas è un'organizzazione terroristica e non si può sperare di farci pace... l'unica modo di agire contro Hamas è l'uso della forza; dobbiamo usare la forza militare contro il terrorismo... invece della politica del [primo ministro Benjamin] Netanyahu che cerca di raggiungere un accordo con Hamas". L'alleato di Livni, il leader del partito laburista Isaac Herzog, ha rafforzato le posizioni militaristice di Livni affermando: "Non ci può essere nessun compromesso con il terrore".

Pochi mesi dopo la cessazione delle ostilità, anche se i corrispondenti stranieri erano sorpresi della "calma" lungo i confini della Striscia di Gaza, la leadership israeliana stava già alzando i toni delle sue sanguinose imprecazioni. Lo scorso maggio, in una conferenza sponsorizzata da Shurat HaDin, un'organizzazione di giuristi dediti alla difesa di Israele contro le accuse di crimini di guerra, il ministro della Difesa Moshe Yaalon ha avvertito che era inevitabile un altro violento assalto, a Gaza o nel Libano meridionale, o in entrambi i fronti. Dopo aver minacciato di sganciare una bomba atomica contro l'Iran, Yaalon ha promesso che "colpiremo i civili libanesi, inclusi i bambini e le famiglie. Abbiamo avuto lunghe e profonde discussioni a riguardo... lo abbiamo fatto allora, lo abbiamo fatto nella Striscia di Gaza, lo rifaremo ad ogni futuro turno di ostilità."

Yaalon ha continuato a vantarsi di fronte al suo pubblico su come un anno prima dell'operazione 'Margine Protettivo' avesse dato ai suoi comandanti le mappe di "certi quartieri di Gaza" che dovevano essere attaccati. Tra di loro c'era Shuijaiya, una zona ad est di Gaza City dove oltre 120 civili sono stati uccisi in poche ore e che ancora oggi è in rovina. La Striscia di Gaza non si è ancora ripresa dall'ultimo attacco della scorsa estate, tuttavia non vi è alcun motivo di dubitare che l'esercito israeliano manterrà le promesse terrificanti di Yaalon, forse anche prima di quanto ci si aspetti.

Per Israele la guerra non è più un'opzione. È uno stile di vita

Traduzione di Giacomo Graziani per l'Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus, Firenze