Israele deve accogliere i rifugiati palestinesi intrappolati dalla guerra in Siria

The Nation, 08.05.2015

http://www.thenation.com/article/206689/israel-must-open-its-doors-palestinian-refugees-trapped-syrias-war

Per i rifugiati palestinesi che vivono in Siria, una fragile esistenza si è trasformata in una lotta per la sopravvivenza. 

di Rula Jebreal

Palestinian refugees in the Yarmouk refugee camp
Rifugiati palestinesi nel campo profughi di Yarmouk (Reuters / Stringer)

La settimana scorsa, Israele ha annunciato pomposamente  l'invio di una squadra di salvataggio in Nepal per partecipare alle operazioni di soccorso alle vittime del terremoto. I media israeliani hanno propagandato la notizia della mobilitazione da parte dell'esercito di circa 250 membri del suo personale medico, una delle più grandi squadre inviate da qualsiasi paese, per portare in salvo ben 2.000 dei propri cittadini e allestire un ospedale da campo per la gente del posto. Ma diversi giornali stranieri hanno ben presto rivelato che il personale israeliano aveva immediatamente organizzato un ponte aereo per i bambini nati da coppie israeliane tramite surrogazione di maternità ("utero in affitto"), lasciandosi alle spalle le loro madri locali non ebree. L'episodio ha sollevato seri interrogativi sulle reali priorità delle attività di soccorso, minando il loro valore come potenziale strategia di pubbliche relazioni.

Israele ha l'abitudine di cercare pubblicità tramite buone azioni all'estero al fine di distogliere l'attenzione dagli abusi dell'occupazione a casa propria. E nonostante la gaffe comunicativa, questo episodio non è stato un'eccezione. Mentre Israele è occupato a promuovere i suoi sforzi per aiutare i rifugiati in fuga da un disastro naturale in Nepal, rimane la causa originaria della tragedia dei rifugiati prodotti da disastri causati dall'uomo in Cisgiordania, Gaza e Siria.

A soli 70 km a sud dall'aeroporto internazionale Ben Gurion in Israele, da dove le squadre di soccorso sono decollate per il Nepal, la Striscia di Gaza è ancora un ammasso di rovine, prodotto dell' assalto militare durato sette settimane che ha distrutto circa 10.000 abitazioni civili e lasciato almeno 100.000 senzatetto. Questa settimana, Breaking the Silence, un'organizzazione di soldati israeliani dissidenti, ha rilasciato alcune testimonianze di soldati coinvolti in quell'operazione. Secondo i loro racconti, gli ordini ricevuti hanno creato un clima permissivo per l'uccisione di civili a Gaza. Dalla fine del conflitto, secondo l'agenzia per il soccorso e la ricostruzione delle Nazioni Unite (UNRWA), non una sola casa è stata ricostruita. I residenti di Gaza languiscono fra le macerie, in gran parte a causa del rifiuto dei governi israeliano ed egiziano di permettere l'ingresso di materiali da costruzione nella zona, che è controllata da Hamas.

 Il direttore esecutivo di Human Rights Watch, Ken Roth, ha richiamato l'attenzione sull'incongruenza fra l'assistenza di Israele al Nepal e la tragica situazione di Gaza. In un commento su Twitter, ha scritto: «È più facile affrontare una catastrofe umanitaria lontana che quella vicina a Gaza di fabbricazione israeliana."

Nel frattempo, a nord di Israele, in Siria, il campo profughi palestinese di Yarmouk è stato assediato da combattenti di ISIS e Jabhat Al Nusra, che hanno avuto la meglio sulle milizie filo-Hamas di Bayt Al-Makhdis, mentre le forze di Assad bombardano periodicamente il campo. Yarmouk era un tempo il più grande campo profughi in Siria, una vivace enclave di Damasco che ha dato dimora a 150.000 palestinesi le cui famiglie erano stati cacciate da Israele nel 1948. Oggi è il luogo di una catastrofe umana insondabile. Privato di acqua, cibo e delle risorse più elementari, è diventato, nelle parole del commissario generale dell'UNRWA Pierre Krahenbuhl, "un paesaggio urbano apocalittico, in cui donne sono morte di parto per mancanza di farmaci e bambini hanno sofferto la fame."

Nel 2009, quando ancora la Siria era uno Stato funzionante e le infrastrutture civili della Striscia di Gaza erano abbastanza integre (nonostante i seri danni provocati dall'operazione israeliana "Piombo Fuso"), il presidente Barack Obama parlò con eloquenza della difficile situazione del popolo senza stato di Palestina. "Molti aspettano nei campi profughi della Cisgiordania, di Gaza e dei Paesi vicini una vita di pace e sicurezza che non hanno finora mai potuto assaporare", disse al suo pubblico all'Università del Cairo, descrivendo loro sei decenni di apolidia come "intollerabili". Promise che l'America "non avrebbe voltato le spalle alla legittima aspirazione del popolo palestinese alla dignità, alle opportunità, e ad un loro stato autonomo."

Il discorso del Cairo fu un riconoscimento raro e degno di nota da parte di un presidente degli Stati Uniti di quello che i palestinesi chiamano "Nakba", la Catastrofe, durante la quale circa 700.000 palestinesi furono costretti a fuggire o furono espulsi dalla loro terra nel 1948 e di distribuirono in ogni angolo del mondo in un esodo apparentemente senza fine. I cosiddetti "fortunati" furono i 150.000 che rimasero e i cui discendenti sono oggi cittadini di Israele, sebbene cittadini di terza classe di un paese segregato e profondamente iniquo. In effetti, il governo israeliano pare aver criminalizzato anche il lutto della Nakba, sebbene a soli 200 chilometri di distanza in Siria, i discendenti di quelli espulsi del 1948 vengono massacrati dai bombardamenti del regime di Assad e dai combattenti dello Stato Islamico .

A Yarmouk, come negli altri undici campi palestinesi in Siria, il trauma ricorre quotidianamente, con i profughi del 1948 resi nuovamente profughi. Molti sono fuggiti, unendosi alle masse degli sfollati interni siriani, mentre quelli rimasti intrappolati sono vittime dei bombardamenti con barili esplosivi delle forze di Assad, e poi delle decapitazioni e uccisioni dell'ISIS. Il regime siriano ha usato la fame come arma contro i palestinesi che vivono nel campo, costringendoli a mangiare cani e gatti, proprio come fecero i palestinesi durante l'assedio di Beirut nel 1982, quando l'invasione israeliana causò il massacro di ben 19.000 persone.

I governanti arabi possono ritualmente denunciare Israele, ma imitano le sue politiche di odio e di esclusione nei confronti dei palestinesi. Nella migliore delle ipotesi, i palestinesi sono trattati come un fardello indesiderato, un simbolo di umiliazione araba degna di carità, ma mai di dignità.

Nel corso della storia, gli ebrei sono stati deportati, hanno subito abusi, uccisioni di massa, più e più volte. La tragica ironia è che, oggi, sono i palestinesi ad essere perseguitati, come lo furono gli ebrei, non per quello che hanno fatto, ma per quello che sono. In un recente dibattito televisivo durante la campagna elettorale, l'ex ministro degli Esteri israeliano Avigdor Lieberman ha apostrofato Ayman Odeh, un cittadino palestinese di Israele che guida la lista comune araba: «Perché sei venuto in questo studio, perché non in uno di Gaza o di Ramallah? Cosa ci fai tu qui? Non sei voluto qui, sei un cittadino palestinese". Lieberman, un ebreo nato in Unione Sovietica e arrivato in Israele negli anni 70, dice un palestinese indigeno che non ha il diritto di vivere nella propria terra d'origine.

Nel mio paese, il tribalismo sovrasta la democrazia, l'etnia trionfa sulla cittadinanza, seguendo una tendenza purtroppo in crescita nel Medio Oriente. In un paese definito dalla sofferenza storica, le rimostranze delle minoranze sono delegittimate, addirittura considerate una minaccia esistenziale per il monopolio della maggioranza sulla narrativa del vittimismo.

I leader nazionali israeliani invitano gli ebrei di tutto il mondo ad emigrare in Israele, sostenuti da una legge discriminatoria che concede la cittadinanza automatica agli ebrei che scelgono di vivere là, ma che la nega ai palestinesi cacciati nel 1948, così come a tutti coloro che hanno vissuto sotto l'occupazione e il controllo politico effettivo israeliano per mezzo secolo. Un ebreo nato in qualsiasi parte del mondo è accolto dallo Stato di Israele, mentre a un cristiano o musulmano nato a Safed o Al-Majdal e costretto all'esilio nel 1948, viene negato il diritto di tornare nella sua città natale. E questo nonostante il fatto che la maggioranza degli ebrei del mondo abbia scelto, liberamente, di declinare l'offerta di stabilirsi in Israele, anche se i leader israeliani insistono a dire che è l'unico posto in cui possono essere al sicuro.


Il desiderio di tornare a casa è un principio centrale della narrativa nazionale palestinese. La nostra patria è nel nostro sangue e nella nostra memoria, trasferita di generazione in generazione. Milioni di palestinesi non hanno mai visto la Palestina, ma molti portano al collo le chiavi delle loro case di famiglia a Haifa, Akka, o Jaffa. La Palestina è viva nei loro sogni e nella loro narrativa culturale. La storia definisce la loro identità tanto quanto colora il loro futuro, e una vera pace richiede che tutti gli abitanti del paese, passati e presenti, siano riconciliati come pari.

Il primo ministro Netanyahu, pur avendo ottenuto la rielezione facendo appello ai peggiori istinti della sua base, ha una occasione storica, che senza dubbio non riuscirà a cogliere, per iniziare la riconciliazione. Potrebbe cogliere questa opportunità replicando l'offerta fatta agli ebrei di Francia dopo il massacro di Charlie Hebdo, e invitando gli ex residenti di quella che oggi è Israele a ritornare a casa, salvandoli dal massacro di Yarmouk. Mentre gli abitanti di Tel Aviv si godono la spiaggia, i loro bar, i locali notturni e la loro libertà illimitata, un'altra diaspora, oltre il confine della Siria, si trova ad affrontare una catastrofe umana. Nel frattempo, quel 71 per cento della popolazione di Gaza composto da rifugiati perde la speranza e cade nella disperazione mentre rimane intrappolato dietro la cortina di ferro del sionismo.

Il diritto al ritorno per i rifugiati palestinesi rimane uno dei grandi ostacoli a qualsiasi duraturo accordo di pace - non è nemmeno contemplato come parte di quella soluzione dei due Stati in cui Netanyahu ha recentemente dichiarato di non credere più, salvo poi cambiare idea di nuovo. Israele dovrebbe estendere il diritto al ritorno a tutti i rifugiati palestinesi. Questo non solo sarebbe solo un gesto umanitario, ma anche un atto di giustizia, necessario per una pace sostenibile in cui entrambi i popoli possano raggiungere la sicurezza e l'uguaglianza per sé e per i propri figli. Nel frattempo, e come minimo, Israele potrebbe e dovrebbe offrire asilo a quei rifugiati palestinesi che oggi, a breve distanza, affrontano un pericolo mortale.

Traduzione di G.Graziani per l'Associazione di Amicizia Italo-Palestinese, Firenze