Presentazione del libro "Vivere con la spada - il terrorismo sacro di Israele"

Giovedì 18 settembre - ore 21,00
BIBLIOTECANOVA ISOLOTTO - Via Chiusi, 4/3a - Isolotto - Firenze

Diego Siragusa

Presenta il libro di Livia Rokach
Vivere con la spada
Il terrorismo sacro di Israele

 

INTRODUZIONE AL LIBRO

di Diego Siragusa

La sorte di questo libro e una specie di metafora della vita della sua autrice. E un testo che doveva servire a
sovvertire il senso comune e la narrazione dominante sullo stato d’Israele e su tutta la sua storia recente. La
sua pubblicazione, fu perciò sottoposta a molti ostacoli e convenzioni diffuse nelle redazioni dei giornali e
nelle società editrici aduse a considerare in modo dogmatico e filisteo i capisaldi della propaganda
israeliana.

 Il terrorismo sacro di Israele

in Italia fu censurato preventivamente e pubblicato solo in America e in Germania* con introduzione di Noam
Chomsky nel 1980. In questo libro, attraverso i diari di Moshe Sharett, già Primo Ministro e Ministro degli
Esteri israeliano, diari che il governo israeliano aveva tentato di non far pubblicare, vengono rivelati i
sistemi, le provocazioni, i falsi complotti della politica israeliana già dai tempi di Ben Gurion. Il documento
e stato paragonato ai  Documenti del Pentagono per il suo valore di verità. Il ministro Sharett confida al suo
diario,non destinato alla pubblicazione e, in quanto tale, altamente credibile,la riprovazione per i crimini,
le menzogne, i massacri che i sionisti perpetrarono in modo sistematico contro i palestinesi e le popolazioni
arabe. Livia Rokach conosceva i diari e tradusse le parti più sconvolgenti per denunciare al mondo intero la
natura fraudolenta del sionismo politico e lo scopo coloniale della sua ideologia nazionalistica. Il testo in
italiano comparve nel 2004 all’interno di una piccola antologia sul terrorismo israeliano curata da
Serge Thion, un negazionista francese che contesta tuttora l’esistenza delle camere a gas usate dai nazisti
contro gli ebrei.

 

______________________* Livia Rokach,

Leben mit dem Schwert. Israels Heiliger Terror , Melzer Verlag

La presente edizione respinge rapporti ambigui e non accettala commistione tra critica radicale al sionismo
politico da un lato e condanna razzistica dell’ebraismo dall’altro, che si spinge fino alla negazione della
Shoa e dei metodi di sterminio adottati dai nazisti. La vita e la testimonianza di Livia Rokach sono un esempio
rigoroso della separazione netta della migliore tradizione culturale universalistica dell’ebraismo della
diaspora dalle degenerazioni del sionismo politico in tutte le sue forme. Che esista tuttora una divulgazione
colpevole e bugiarda del sionismo politico inteso come inveramento dell’ebraismo e delle sue aspirazioni,e
dimostrato da un intervento pubblico del Presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano pronunciato il
25gennaio 2007 in occasione della celebrazione del “Giorno della memoria”. Rivolto alla comunità ebraica di
Roma cosi si espresse: ≪Col vostro appassionato contributo possiamo combattere con successo ogni indizio di
razzismo, di violenza e di sopraffazione contro i diversi, e innanzitutto ogni rigurgito di antisemitismo.
Anche quando esso si travesta da antisionismo: perche antisionismo significa negazione della fonte ispiratrice
dello Stato ebraico,delle ragioni della sua nascita, ieri, e della sua sicurezza, oggi, al di là dei governi
che si alternano nella guida di Israele≫. Come si adattano queste parole a quegli ebrei come Livia Rokach,
NoamChomsky, Martin Buber, Albert Einstein, o Judah Magnes, Moshe Menuhin (padre del grande violinista), i
rabbini di Neturei Karta che hanno sempre combattuto il progetto sionista di pulizia etnica e di genocidio del
popolo palestinese? Contro le menzogne di questo racconto duro a morire, Livia Rokach aveva impegnato le
sue energie umane e intellettuali esponendosi personalmente ad attacchi, isolamenti e durissime condizioni di
vita. Chi era Livia Rokach? Ho iniziato a cercarla come si cerca una persona con la quale esiste una
corrispondenza di sentimenti e di sensibilità. Troppo interessanti la sua vita e le opere che ci ha lasciato
per restare negletta e confinata nell’oblio. Sapevo che era morta suicida a Roma, in una camera d’albergo, il
31 marzo 1984ed era nata in Palestina il 21 febbraio 1934. Suo padre era Israel Rokach, sindaco sionista di Tel
Aviv dal 15 novembre 1936 al 13aprile 1953 e Ministro degli Affari Interni di Israele dal 1952 al1955. Livia
ebbe una sorella, Iri, che significa “La mia città”, così volle chiamarla il padre. Essendo nata in Palestina
era, quindi una giovane “sabra” ovvero una ebrea non proveniente dalla diaspora. Credeva nel sionismo
come molti giovani della sua generazione ma se ne distaccò radicalmente quando conobbe la verità sui crimini
commessi contro la popolazione araba e i palestinesi in particolare. A 23 anni era venuta a Roma come
corrispondente della radio israeliana e dei quotidiani Davar e Haaretz. Accusata, dopo la Guerra dei Sei Giorni
del 1967, di difendere gli interessi dei palestinesi e di simpatie comuniste, era stata licenziata dalle
rispettive redazioni. Ruppe, allora, i rapporti con Israele e mise a disposizione il suo impegno, in Italia
e all’estero, a favore dei popoli e delle minoranze oppresse, sia con gli scritti, sia come militante e
dirigente dei comitati di solidarietà che lei stessa contribuiva a promuovere e organizzare. La sua attività
non conosceva tregue, fino al sacrificio della sua vita privata ed affettiva. La sua morte per suicidio avvenne
nel momento in cui lei,ebrea di nascita, palestinese di terra e di elezione, si era rifiutata di accettare un
altro esodo: l’ingiunzione di uno sfratto, un episodio a prima vista di poca importanza venne, invece, da lei
vissuto come una ulteriore umiliazione, una conferma della sua solitudine e del suo fallimento esistenziale. Le
frammentate notizie che ho raccolto dicono che divenne cittadina italiana dopo aver sposato Enzo Enriquez Agnoletti, direttore della rivista ≪Il Ponte≫, a cui Livia collaboro contribuendo alla pubblicazione di
alcuni numeri speciali, tra cui Vietnam perché socialista dell’aprile 1976, e scrivendo articoli sul Medio
Oriente, che conosceva in tutta la sua complessità politica, sociale e culturale come pochi in Italia.
Collaboratrice con numerosissimi articoli e saggi di giornali e riviste italiane e straniere, Il Manifesto, Le
Monde diplomatique, la Repubblica (che ne annunciò la morte tacendo di averla avuta tra i suoi collaboratori),
ha lavorato a Politica Internazionale ed ha scritto la voce ≪La Questione palestinese≫ nell’enciclopedia Il
Mondo Contemporaneo diretta da Nicola Tranfaglia.In Italia ha curato il mensile Vietnam Informazioni organo del
“Comitato Italia-Vietnam”, e ha pubblicato tre libri sul Vietnam:Vietnam: contro un genocidio, (Milano,
Napoleone, 1972) immagini commentate, con prefazione di Riccardo Lombardi; Vietnam le ferite aperte (Padova,
Marsilio, 1973) con introduzione di Lelio Basso e prefazione di Ernesto Balducci;  I prigionieri di
Saigon: le prove (Roma, Sezione italiana del Comitato internazionale per salvare i prigionieri politici nel
Sud Vietnam, 1973).Sulla sorte dei palestinesi e libanesi nei Territori occupati, la FLM aveva pubblicato nel
1983 una sua raccolta di documenti commentati:  Israele nel Libano: testimonianza di un genocidio. Luisa
Morgantini, che in quegli anni lavorava come sindacalista della CGIL a Milano, mi ha raccontato di aver aiutato
Livia a pubblicare questo libro e di aver subito, assieme a lei, gli attacchi violenti della comunità ebraica
milanese. Ha poi pubblicato No to a golden Ghetto. Quando mori aveva in corso di stampa una importante ricerca:
The Catholic Church and the Questionof Palestine (l897-1982) che fu pubblicata poi in inglese (SaqiBooks,
2001). Qualche anno prima della morte, la sua attività principale era concentrata nella collaborazione ad Al
Fajr , il più importante settimanale palestinese che si pubblicava in lingua inglese, e che aveva notevole
diffusione anche in Inghilterra e in America. Particolare rilievo ebbe una sua intervista col capo dei
drusi libanesi Walid Jumblatt. Fu molto legata, per idee e amicizia, a Noam Chomsky che nel suo ultimo libro
The triangle: US, Israel and Palestinians fa largo riferimento ai suoi scritti. Significativa la condotta dei
giornali che diedero la notizia del suicidio di Livia come un normale fatto di cronaca, forse per evitare di
dover dire chi lei era veramente e quanto importante fosse la sua opera storica e giornalistica. Fecero
eccezione un articolo del Manifesto del 3 aprile e uno de L’Ora di Palermo scritto da Kris Mancuso del
2 aprile. ≪Al Fajr≫ le dedicò un commosso necrologio. Riccardo Lombardi la definì ≪una delle donne più
dotate che abbia mai conosciuto≫. Nonostante questo piglio autorevole e combattivo, Livia Rokach manteneva
un carattere difficile mediante il quale filtrava amicizie e simpatie. Mi è stata descritta come una donna
bella, magra e slanciata che non passava mai inosservata, in un salotto, in una riunione o durante un convegno.
Una volta confesso ad alcuni amici di aver trovato nel proprio appartamento le tracce del Mossad, il famigerato
servizio segreto israeliano, che cercò, rovistò tra le sue carte e le sottrasse dei documenti. Anche per questa
ragione, dopo la sua morte,furono fatte supposizioni: si uccise o fu uccisa? Postuma giunse la voce mesta
di Noam Chomsky, il grande intellettuale ebreo americano, antisionista e amico affettuoso di Livia: La tragica
morte di Livia Rokach è dolorosa sotto ogni aspetto. È stata una mia cara amica per molti anni. Partecipe e
impegnata nella lotta per la giustizia e i diritti de l ’uomo, è stata una delle persone più dedite e capaci
che io abbia mai avuto il privilegio di conoscere. Livia si era votata alle persone e non alle istituzioni,
alle persone che soffrivano, che venivano torturate, oppresse. La sua opera in loro favore si fondava su una
profonda e importante cultura, una denuncia di portata eccezionale ed un impegno infinito e instancabile per
organizzare un sostegno internazionale, nonché un lavoro diretto insieme alle vittime per la loro causa. Poche
persone hanno fatto così tanto peri valori umani. Forse molti altri che l ’hanno conosciuta bene sentono,come
 

me, che le siamo in qualche modo venuti meno nel non essere capaci di uguagliare il suo coraggio e la sua
dedizione. La morte di Livia - così evitabile, così non necessaria - è una terribile perdita non solo per gli
amici più vicini ma anche per molti altri che, pur non avendola conosciuta, hanno tratto beneficio dal suo
impegno e dalla sua partecipazione, cosi come è stato per tanti.**

Livia Rokach viveva in una estrema povertà che acuiva le difficoltà della sua esistenza. Fu, forse, questa
minaccia dello sfratto un affronto alla sua dignità e alle residue motivazioni chela tenevano legata alla vita
che la spinsero, in modo silenzioso, a dissolversi nell’ombra. Pubblicare questo libro, in uno dei momenti di
massimo allarme dell’avventurismo israeliano e della minaccia sionista, significa rendere giustizia postuma a
Livia Rokach e riproporre la sua testimonianza per demolire il muro di silenzi, di omertà e di complicità di
cui gode il sionismo politico sullo scenario internazionale.

 Diego Siragusa, Dicembre 2013

(http://diegosiragusa.blogspot.com [diegosiragusa.blogspot.com])

 _____________________** Il Ponte, vol. XL, fascicolo 2, 1