Dov’è la Farnesina nella guerra a Gaza

Dov’è la Farnesina nella guerra a Gaza

editoriale di Guilio Marcon il manifesto 16.7.2014

La dinamica della guerra in Medio Oriente ha ripreso a galoppare drammaticamente. Prima in Siria, poi in Iraq e ora in Palestina, la pax americana in quell’area non ha proprio funzionato. Chi si ricorda più che la prima guerra del golfo contro l’Iraq (1991) di Bush senior era stata motivata e giustificata — tra l’altro — proprio dall’obiettivo di assicurare stabilità e pace in Medio Oriente. E che la stessa motivazione e giustificazione fu data alla seconda guerra del golfo (2003) di Bush junior?

Erano parole al vento, ipocrisie politiche di fronte agli obiettivi molto meno nobili che erano a fondamento di quelle guerre contro Saddam Hussein. E così, gli americani — di fronte a quello che succedeva in Israele e Palestina — dopo qualche inefficace e fallimentare tentativo di alimentare il «processo di pace» (espressione ormai screditata) nell’area mediorientale, hanno assecondato nei fatti i governi israeliani in tutte le loro operazioni più condannabili: l’incremento delle colonie, la costruzione del muro, la violazione dei diritti umani, l’attendismo tattico per giustificare il rinvio di ogni soluzione definitiva. L’Europa è stata a guardare, e così l’Italia.

Ora, la ripresa della guerra in Palestina è anche figlia di quella politica e dell’inazione e dell’ipocrisia delle scelte americane ed europee. In Palestina non c’è una guerra tra due stati, ma una guerra asimmetrica, dove una delle due parti è al massimo una entità amministrativa alla quale il governo israeliano non vuole riconoscere lo status di entità statuale.

La destra israeliana, con Netanyahu, anche per rilanciare il consenso in caduta presso l’opinione

pubblica, ha sposato la causa della guerra e dell’escalation militare. Con l’obiettivo — tra gli altri —

di mettere in crisi il governo di unità nazionale e la nuova alleanza, di nuovo traballante, tra Hamas

e Fatah.

L’Italia — troppo distratta alla Far­ne­sina dalle nomine dei nuovi com­mis­sari — si è ancora una volta, come negli ultimi anni, distinta per l’opacità della pro­pria ini­zia­tiva e per la subal­ter­nità alla stra­te­gia ame­ri­cana. Renzi ha giu­sta­mente ricor­dato l’esigenza di garan­tire la sicu­rezza del popolo israe­liano, ma si è dimen­ti­cato di affer­mare la neces­sità di assi­cu­rare la sicu­rezza del popolo pale­sti­nese: in pochi giorni sono oltre 210 le vit­time civili a Gaza e più di 1500 feriti. Solo nella gior­nata di ieri a Gaza i mis­sili hanno ucciso 6 bam­bini che gio­ca­vano a pal­lone in spiag­gia. Ave­vano dai 9 ai 15 anni.

La ministra degli Esteri Mogherini è andata a visitare in Israele una casa colpita da un missile di

Hamas, ma perché non si è recata anche a Gaza per rendersi conto delle distruzioni causate dai missili

israeliani? E perché il governo italiano continua a vendere armi al governo italiano? A un paese

in guerra le armi non vanno vendute.

Ieri, la Rete della Pace e la Rete Disarmo, hanno organizzato fiaccolate in moltissime città italiane,

per chiedere la fine della guerra, degli attacchi alle popolazioni civili e per far ripartire un negoziato

vero che porti all’unica soluzione possibile: il riconoscimento dello Stato palestinese nella sicurezza

dei due popoli.

Questo è l’orizzonte nel quale si dovrebbero muovere la diplomazia italiana e quella europea.

Arginando estremismi e radicalismi — alimentati dalle condizioni di ingiustizia e di sofferenze durate

sin troppo a lungo — ma anche snidando la strategia di un governo, quello israeliano, non intenzionato

a porre fine all’occupazione dei territori palestinesi, a non interrompere la costruzione di

nuove colonie e a non porre termine alla violazione dei diritti umani. È qui che bisogna intervenire

per sradicare le cause della guerra attuale.