Jenin: Giro di vite dell'AP nei confronti degli attivisti contrari ai negoziati.

Alakhbar English
29.11.2013
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Jenin: Giro di vite dell’Autorità Palestinese nei confronti degli Attivisti contrari ai Negoziati

Nel campo profughi di Jenin in Cisgiordania, l'Autorità Palestinese sta conducendo una campagna per la sicurezza. Il suo obiettivo: arrestare attivisti e membri della resistenza che si oppongono ai negoziati palestinesi con Israele mediati dagli Stati Uniti.  

di Ola al-Tamimi  

Jenin - Dalla ripresa dei negoziati tra l'Autorità palestinese e il governo israeliano nel mese di luglio, questi sono stati i risultati: 17 martiri palestinesi (tre dei quali sono morti martedì per mano delle truppe israeliane), 400 palestinesi detenuti da Israele e 50 palestinesi arrestati dall'Autorità Palestinese.

Smantellare le infrastrutture dei movimenti di resistenza è stata una specie di tentazione offerta ad Abbas per rafforzare la sua autorità.


Un ragazzo palestinese in bicicletta nei pressi di materiali da costruzione sulla strada davanti nuove case che fanno parte di un progetto finanziato dall’UNRWA, nel sud della città di Rafah, Striscia di Gaza il 21 novembre 2013. (Foto: AFP - Said Khatib) 

 

 

Nel frattempo, l'attività di costruzione degli insediamenti prosegue senza sosta a Gerusalemme e in altre città della Cisgiordania senza alcun riguardo per le promesse fatte dal broker dei negoziati, l'amministrazione statunitense, al fine di ottenere che l'Autorità Palestinese tornasse al tavolo dei negoziati. 

Esprimere contrarietà ai negoziati da parte dei gruppi palestinesi politici, o della gente è diventato tabù. Come risultato, decine di persone sono state arrestate da parte dell'Autorità Palestinese per assicurare che i negoziati possano continuare senza intoppi. 

Rimandando alla Road Map 

Come risultato dei cambiamenti in atto sul terreno, la fazione di Fatah che si oppone ai negoziati ha iniziato a fare sempre più pressione sul presidente dell'Autorità Palestinese Mahmoud Abbas. Le riunioni del Comitato Centrale del movimento hanno visto alcune discussioni burrascose sull'utilità dei negoziati, nonché sui poteri affidati al team di negoziazione, che risponde direttamente al solo presidente, rendendolo di fatto immune da responsabilità. 

Questo coincide con le radicali trasformazioni avvenute nei gruppi della resistenza in Cisgiordania dal 2005: amnistia per i latitanti ricercati, inserimento dei combattenti all’interno di agenzie di sicurezza, con alti salari in cambio della deposizione delle armi, erano tutti mezzi per creare un nuovo equilibrio di potere a favore del presidente Abbas all'interno di Fatah. 

Tuttavia, questa situazione non è emersa dal niente ed è di fatto considerata l'essenza del piano "road map per la pace". In verità, in assenza di tali misure, nessuna delle disposizioni del piano sarebbe stata realizzata. 

Tra il 2002 e il 2005, emerse una nuova fazione, all'interno dell'Autorità Palestinese, più entusiasta di realizzare il sogno dei generali di Israele di porre fine all’intifada e di abolire i gruppi di resistenza armata all'interno delle zone controllate dall'Autorità Palestinese. Questo era richiesto dal piano della "road map per la pace", che chiedeva esplicitamente ai palestinesi di porre fine a quello che era chiamato "violenza e terrorismo", invitando le agenzie di sicurezza palestinesi a combattere ogni atto di resistenza contro gli israeliani. 

Smantellare le infrastrutture dei movimenti di resistenza era una specie di tentazione offerta ad Abbas per rafforzare la sua autorità. Col passare del tempo i servizi di sicurezza palestinesi non sono riusciti ad eliminare completamente le infrastrutture di resistenza, in particolare nei campi profughi, dove la resistenza è diventata un vero e proprio fardello che doveva essere eliminato. 

Nel 2009, tale onere è diventato più gravoso quando Abbas è entrato in trattative con l'ex primo ministro israeliano Ehud Olmert sulla questione dei confini. È stato raggiunto un accordo sulla distribuzione di una forza internazionale di pace al confine tra Palestina e Israele, stabilendo che lo Stato palestinese dovesse essere smilitarizzato, con l'eccezione delle armi necessarie per una forza di polizia. 

Tuttavia, Olmert si è dimesso prima che potesse essere raggiunto un accordo finale sui confini. Il governo di Benjamin Netanyahu non ha riconosciuto l'accordo di sicurezza tra Abbas e Olmert, e ha chiesto che i negoziati ripartissero da zero. 

I campi profughi: un onere di sicurezza

I negoziati sono tornati al punto di partenza, con al primo posto la questione dei rapporti tra le due parti della Gerusalemme occupata, dopo un congelamento di tre anni. Tuttavia, i funzionari in Israele hanno subito annunciato che avrebbero accelerato la costruzione di insediamenti ebraici in Cisgiordania e a Gerusalemme est occupata. 

Sul versante palestinese, dopo aver ricevuto un pacchetto di aiuti del valore di 4 miliardi dollari per aiutare l'Autorità Palestinese a superare la sua crisi finanziaria, si è dovuti tornare sul piano politico alla ripresa dei negoziati, con l'aiuto di un team di sicurezza statunitense formato nel 2005 per assistere l'Autorità Palestinese a far funzionare le sue agenzie di sicurezza e a smantellare le infrastrutture della resistenza. Poco dopo, è iniziata una campagna di sicurezza contro gli attivisti anti-negoziati. 

Questo è stato confermato dal comandante delle Brigate dei Martiri di Al-Aqsa di Jenin, Zakaria al-Zubaidi, in un intervista del 4 settembre al quotidiano israeliano Maariv. Zubaidi ha detto al giornale che l'Autorità Palestinese stava arrestando i membri che si opponevano apertamente alle trattative. 

Parlando ad Al-Akhbar, il membro del consiglio legislativo palestinese, Jamal Huwail ha detto: "Il campo di Jenin rimarrà a favore della resistenza e si difenderà contro le violazioni e le incursioni portate avanti dalle forze di occupazione". Huwail ha anche detto: "I negoziati accompagnati dalle violazioni continue da parte dell'occupazione non possono continuare. L'Autorità Palestinese deve sospendere i negoziati." 

A sua volta, il leader della Jihad islamica palestinese Ahmad al-Mudallal ha detto ad Al-Akhbar, "L'Autorità Palestinese e i suoi servizi di sicurezza stanno aiutando l’occupazione israeliana nel perseguitare la resistenza, mentre vengono intensificate le campagne di giudaizzazione contro i luoghi santi islamici e cristiani della Gerusalemme occupata." 

Mudallal ha ritenuto i servizi di sicurezza in Cisgiordania pienamente responsabili per la vita dei combattenti della resistenza che vengono perseguiti dall'Autorità Palestinese a Jenin. Ha poi invitato i "combattenti della resistenza del campo di Jenin a resistere alla repressione e a cercare di evitare che le forze di sicurezza entrassero nelle case dei combattenti della resistenza e dei cittadini per arrestarli o ucciderli". 

Zubaidi, Huwail e le osservazioni di Mudallal dimostrano che il campo e le trattative si stanno muovendo lungo due percorsi che non potranno mai convergere. Ma allo stesso tempo, uno, inevitabilmente, trionferà sull'altro. 

Infatti, la presenza di attivisti anti-negoziati è qualcosa che non piacerà al team di sicurezza degli Stati Uniti, e non sarà favorevole a imporre nessuna soluzione politica sul terreno. Questo senza dubbio richiederà più pressione sull'Autorità Palestinese per eliminare questo fardello. In altre parole, le cose sono sulla strada per esplodere e per finire fuori controllo. 

La politica dello Status Quo 

Con Israele che dà il via libera a più di 20.000 nuove unità di insediamento a Gerusalemme e in Cisgiordania, confisca centinaia di ettari e sfolla decine di famiglie palestinesi, la crisi tra israeliani e palestinesi ha raggiunto nuovi livelli. Almeno, questo è ciò che hanno sostenuto i media favorevoli all’Autorità Palestinese, mentre la squadra dei negoziati palestinese ha annunciato che si sarebbe dimessa dopo aver partecipato a 20 round di colloqui dal luglio 2013. 

Inoltre, vi è una forte opposizione ai negoziati, sia in Fatah che tra l'opinione pubblica palestinese in generale, qualcosa che i servizi di sicurezza palestinesi non sono stati in grado di influenzare in modo decisivo. Tutto ciò che rimane ad Abbas è mantenere lo status quo, che significa continuare i negoziati anche dopo le dimissioni del capo negoziatore palestinese Saeb Erekat. 

Le dimissioni di negoziatori palestinesi non porteranno al collasso dei negoziati. Per essere sicuri, Abbas potrebbe emettere un decreto presidenziale di nomina di un nuovo team negoziale che continuerebbe a portare avanti i colloqui. Nel frattempo, la repressione contro gli attivisti anti-negoziati serve a prevenire una più ampia opposizione popolare che potrebbe evolvere in un’intifada su vasta scala. 

La stampa palestinese alimenta il giro di vite sulla sicurezza 

Quando il governatore di Jenin Magg. Gen. Talal Dweikat ha annunciato il lancio della campagna per la sicurezza nel campo profughi di Jenin per "eliminare l'illegalità", la stampa palestinese ha propagandato rapidamente il giro di vite come un "male necessario." Per giorni, i programmi radiofonici hanno tentato di isolare i combattenti della resistenza e gli attivisti anti-negoziati, demonizzando i secondi come elementi sovversivi che devono essere fermati. 

Un sondaggio condotto dal Jerusalem Center for Information and Communication ha mostrato che il 50,5 per cento dei palestinesi ritiene che la decisione dell'Autorità palestinese di riprendere i colloqui con Israele sia "sbagliata". Lo stesso sondaggio ha mostrato che il 68,7 per cento degli intervistati ritiene che i negoziati non raggiungeranno un accordo con Israele, rispetto al 20,8 per cento che crede che ciò avverrà. 

Questo articolo è una traduzione a cura di Arabic Edition.
(tradotto da barbara gagliardi
per l’Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus)