Che cos'è la normalizzazione?

AIC – Alternative Information Center
14.11.2013

http://www.alternativenews.org/english/index.php/politics/opinions/7381-what-is-normalization

Che cos’è la normalizzazione?

Gli accordi di pace di Oslo: “La normalizzazione può essere intesa come un processo in cui relazioni normali vengono riprodotte in un contesto segnato da circostanze anormali”. 

di Nassar Ibrahim

Il concetto di normalizzazione è emerso durante gli accordi di Camp David firmati tra l’Egitto e Israele nel 1979. Il trattato pose le basi per delle relazioni politiche, economiche, culturali, sociali e accademiche normalizzate tra i Paesi arabi e Israele prima che una soluzione per una piena pace giusta fosse raggiunta. In tali condizioni la normalizzazione può essere intesa come un processo in cui relazioni normali vengono riprodotte in un contesto segnato da circostanze anormali e, di fatto, scindendo Israele dai suoi atti di aggressione e occupazione, trattandolo come un’entità politica che è in qualche modo indipendente dalle proprie azioni politiche.

 

 

Il discorso normalizzatore abbraccia tutto il dialogo riguardante gli scontri di civiltà e di religione tra l’oriente e l’occidente. Queste dicotomie servono a distogliere l’attenzione dalle questioni centrali riguardanti il conflitto, come se quest’ultime fossero dei fraintendimenti di secondaria importanza risolvibili se solo le parti interessate si sedessero insieme e ne parlassero come due rispettati colleghi. L’errore sta nel non tener conto della mancanza di un equilibrio di potere tra le parti e nel tentare di privare di legittimità la resistenza in quanto strumento per il conseguimento di diritti politici e civili.  

Normalizzazione, l’occupazione della consapevolezza 

Iniziando con gli accordi di Camp David, una cultura emergente della disfatta ha promosso la sconfitta politica attuale come una profezia auto-avveratasi. Questo corso degli eventi è stato causato da un processo che ha subordinato le strutture politiche arabe e palestinesi alla volontà israeliana, la cui conseguenza è stata una serie di concessioni fatte riguardanti la natura profonda dei diritti nazionali arabi e palestinesi. Tali concessioni hanno portato a una crisi che ultimamente sta danneggiando la legittimità delle leadership arabe e palestinesi. Ancora più dannoso è stato il fatto che i rappresentanti del movimento nazionale palestinese abbiano iniziato a fare proprie e avallare la logica e le condizioni della controparte dominante seguendo un graduale processo di capitolazione e compromesso. 

Il pessimo atteggiamento della leadership palestinese ha posto le basi per una cultura politica palestinese dominata dalla sconfitta, come si può evincere dalla partecipazione palestinese e araba a tutti i trattati con Israele - gli accordi di Oslo, il protocollo di Hebron, il trattato sulla sicurezza del Cairo, il protocollo economico di Parigi e infine la Roadmap - nonostante mancassero completamente le condizioni necessarie per porre fine all’occupazione e stabilire una pace giuste e completa nella regione. 

Nel proprio contesto culturale un tale comportamento dimostra una sottomissione allo status quo. Finché il potere per raggiungere e implementare una soluzione rimarrà praticamente solo nelle mani di Israele e del loro alleato statunitense, ogni richiesta mossa dalle élite politiche arabe che si discosta dal percorso imposto dalle controparti dominanti verrà percepita come radicale, rivoluzionaria e non realistica. 

Questa cultura politica ha privato gli arabi e i palestinesi dell’abilità di fare pressione e investire su un maggior prestigio del movimento di resistenza popolare palestinese. Ha inoltre contribuito ad avallare i comportamenti arroganti israeliani, rinforzandone la cultura segnata da superiorità paternalista e incoraggiando il rifiuto anche della minima richiesta palestinese. Il risultato è stato il rifiuto israeliano di riconoscere l’ ‘altro’ e il suo impegno nell’eliminazione della legittimità dei diritti del popolo palestinese. L’unica opzione rimasta ai palestinesi in un tale contesto è la resa totale alle condizioni imposte dalle controparti dominanti.  

La cultura del potere e la sua stupidità 

Alla luce del suddetto contesto politico e culturale, l’élite israeliana iniziò a perdere la capacità di comprendere la profondità e la complessità della propria egemonia essendone totalmente priva di consapevolezza. la conseguenza è stata la perdita della capacità di gestire con successo e in modo rispettoso coloro che erano stati subordinati, abbandonando la ricerca delle condizioni che avrebbero favorito una soluzione equa e una co-esistenza pacifica nella regione. 

Israele si ritrovò appesantito da contraddizioni difficilmente superabili con una vittoria in una battaglia o in un rapido confronto militare. Continuò però ad andare nella direzione di un rafforzamento di una cultura che prevede una percezione del sé distorta che allontana sempre più se stessa da un pensiero e da un’azione politica razionale. Consciamente o inconsciamente, Israele ha iniziato ha nutrire le proprie illusioni e aspirazioni libero da qualsiasi costrizione e dimentico delle lezioni fondamentali della storia, della geografia e della demografia. Uno dei luoghi comuni maggiormente diffusi è, per esempio, l’invincibilità delle forze militari israeliane e la percezione che Israele da solo sia più forte di tutto il mondo arabo messo insieme. 

Le élite dominanti della società israeliana si sono lasciate trasportare così tanto dalle loro illusioni a livello politico e culturale che non sono più capaci di un pensiero razionale e obiettivo. Israele si percepisce come un’entità esistente e operante al di fuori della storia e della realtà, come un ‘super esercito’, un ‘super stato’ e una ‘super società’ capace di piegare gli altri alla propria inarrestabile volontà. Questo concetto del potere reso reale genera un’ideologia, una cultura, una politica e una consapevolezza del potere della forza che porta a un concetto di pace imposta con la forza. C’è quindi poco da meravigliarsi se dopo una serie di vittorie consecutive Israele si sia trovato ad allontanarsi sempre più da un’idea di pace e da un concetto di sicurezza e difesa sostenibile. 

Lo squilibrio nella pratica della politica israeliana è acuito dal volere delle élite di essere gli esecutori delle strategie statunitensi nella regione. Tale processo ha trasformato la società israeliana in una forza militare desiderosa di pagare il prezzo delle ambizioni americane, anche a scapito delle proprie ambizioni. Israele è un paese piccolo e sembra non aver ancora capito che nonostante il proprio potere militare è troppo piccolo per divorare le sue prede, gli arabi e  i palestinesi, sia sul piano politico, sia culturale, storico e psicologico. Fino a quando Israele continuerà a sopravvalutare i confini del proprio potere, lo scontro continuerà. 

Sembrerebbe che le facili vittorie israeliane l’abbiano fatto cadere nella trappola della logica colonialista. Nonostante le capacità limitate e il fatto che si trovi nel bel mezzo del mondo arabo, continua a imporre le proprie condizioni senza prendere in considerazione le realtà regionali. Invece di auto percepirsi come un normale paese con rispetto per se stesso e per i propri vicini, Israele ha puntato al dominio assoluto che però ne ha causato la caduta in una condizione segnata da contraddizioni e frizioni che non sono facili da sbrogliare. 

Il caso israeliano rappresenta un palese esempio di una cultura della forza a cui mancano gli elementi basilari di saggezza, una cultura che nutre la coscienza collettiva dei vincitori e esprime superiorità e disprezzo per gli sconfitti. Una cultura che elabora strategie in base all’idea megalomane del “se gli arabi e i palestinesi non si arrendono di fronte a tale sfoggio di potenza, allora sentiranno e si inginocchieranno di fronte a un uso maggiore della forza.” Di conseguenza, il vincitore è divenuto ostaggio della sua forza superiore e cerca solo di perpetuare tale potenza attraverso un ciclo di violenza militare, politica e culturale che costringe tutte le parti in un costante stato di terrore. 

In base a questa prospettiva, Israele deve limitare e ostacolare ogni opzione possibile per i palestinesi e gli arabi al tavolo dei negoziati. Molta energia serve inoltre per normalizzare le relazioni politiche, diplomatiche e economiche con i vicini e per la falsificazione delle conseguenti contraddizioni a livello locale e regionale. 

Tra i molti stati del Medio Oriente, Israele è avvertito come una minaccia secondaria rispetto ad altre nazioni arabe della regione. In questi casi, in cui cioè alcune nazioni arabe percepiscono altri stati arabi come una minaccia immediata, Israele può sfruttare tali paure e presentarsi come un alleato forte per contrastare queste minacce prefabbricate o percepite. 

In questo contesto, la normalizzazione dell’occupazione è il meccanismo principale utilizzato per superare le contraddizioni inerenti al conflitto in tutte le sue dimensioni - storiche, politiche e psicologiche – riducendo i problemi a una campagna di pubbliche relazioni che distoglie il dibattito dal cuore del problema (l’occupazione) e che ritiene che il rifiuto palestinese a intessere delle normali relazioni con Israele sia il principale responsabile del fallimento del processo di pace. 

Partendo dall’assunzione di colpevolezza dei palestinesi, Israele può sfruttare la politica del fatto compiuto per ricattare i paesi arabi e i palestinesi pretendendo ulteriori concessioni politiche, rendendo di fatto la creazione di normali relazioni con Israele in quanto paese occupante un prerequisito necessario per la partecipazione ai processi di pace.

La normalizzazione è quindi uno strumento politico, culturale e economico che permette ad Israele di fare a meno di confrontarsi con le cause storiche del conflitto e che rende la realtà conseguente scontata. La dimensione più pericolosa delle politiche di normalizzazione è che Israele le presenta come degli accordi di pace in se stesse. Israele porta avanti l’occupazione, la privazione dei diritti e l’assedio dei palestinesi, mentre contemporaneamente promuove delle relazioni politiche ed economiche normali come se fossero qualcosa di indipendente dal conflitto. Questo approccio da una parte protegge l’occupazione spacciandola per ‘qualcosa di normale’, dall’altra toglie legittimità alla lotta palestinese come se non fosse più un qualcosa di rilevante.

 (tradotto da AIC Italia/Palestina Rossa)