Il massacro di Sabra e Chatila, una storia rimossa

Il massacro di Sabra e Chatila, una storia rimossa 

<<Il 15 settembre 1982 le truppe israeliane invadono Beirut Ovest, circondano i campi profughi e bloccano ogni possibilità di accesso e di circolazione all’interno della città

Nonostante le “precise garanzie” per l’incolumità dei civili palestinesi date al rappresentante del governo statunitense, Philip Habib, il comandante israeliano Eytan concorda con il nuovo capo   delle “Forze Libanesi” di affidare il comando dell’operazione di “pulizia etnica” a Sabra e Chatila al responsabile dei servizi speciali libanesi, Elias Hobeika.

                       

 

Prima dell’azione delle forze libanesi, soldati israeliani appartenenti al corpo d’élite “Sayyeret Maktal”, setacciano i campi e i quartieri di Beirut alla ricerca di 120 professionisti palestinesi, medici, avvocati, insegnanti, infermieri, che non sono partiti credendosi al sicuro perché non hanno partecipato ai combattimenti Di essi hanno nominativi e relativi indirizzi. 

I militari israeliani sfondano le porte delle abitazioni, interrogano gli abitanti terrorizzati e, appena viene identificata la persona ricercata, questa viene fatta uscire ed abbattuta all’istante con una pallottola alla nuca. 

In questo modo vengono assassinate 63 persone. 

Alle 5 di sera di giovedì 16 settembre i miliziani libanesi penetrano nei campi e iniziano la mattanza, in un’orgia di sangue e di follia. 

Dopo la prima “eliminazione mirata” effettuata dagli specialisti del “Sayyeret Maktal”, nei campi, sui camion militari dell’esercito israeliano, vengono trasportati i miliziani della seconda ondata di assassini, composta dai libanesi dell’Esercito del Sud del Libano, al comando del maggiore Saad Haddad. 

L’unità di questi ausiliari dell’esercito israeliano è guidata dal capitano Camille Khoury 

Solo dopo il ritorno di questa squadra, nei vicoli e tra le case di Sabra e Chatila, per completare il massacro scendono in campo gli assassini di Elias Hobeika. Saranno essi a compiere le maggiori atrocità. 

Oltre alle milizie cristiane gli israeliani trasportano nei campi anche milizie musulmane sciite. 

Palestinesi, siriani e libanesi subiscono lo stesso destino. Cumuli di carte di identità libanesi accanto alle vittime fanno capire dell’inutile tentativo di trovare scampo alla morte. 

Dapprima il massacro compiuto dai miliziani libanesi avviene nel silenzio, usando coltelli, accette, pugnali. Sventrando, sgozzando, decapitando, violentando, squarciando i corpi vivi delle vittime.  

Paralizzata dal terrore la gente dei campi resta chiusa nelle case fino a che su di lei viene ad abbattersi irrimediabilmente la furia omicida degli assassini. 

Dopo i primi spari ed un tentativo di resistenza il massacro prosegue ancora più feroce. 

Nelle vie del campo, distrutto dagli esplosivi, si accumulano i corpi di bambini sgozzati o impalati, aggrovigliati ai ventri delle madri, squarciati insieme ai feti. Teste e gambe e braccia tagliate con l’accetta, cadaveri fatti a pezzi. Corpi di donne impudicamente discinte per la ripetuta violenza subita e poi decapitate. Uomini abbattuti e poi castrati. I corpi di coloro che sono stati trascinati legati ai mezzi blindati o squarciati come fossero animali da macello. 

Brandelli di corpi incastrati tra i cingoli dei carri armati. Corpi di bambini tagliati e ricomposti in modo osceno a spregio di ogni senso di umanità. File di corpi di uomini fucilati. 

Cumuli di cadaveri ammassati in discariche o in fosse comuni. Camion carichi di cadaveri e camion di uomini in procinto di divenire cadaveri. 

Il rastrellamento avviene casa per casa perché nessuno possa sfuggire al suo tragico destino. 

Il tutto sotto l’occhio vigile dei soldati e degli ufficiali israeliani che dall’alto della terrazza dell’ambasciata del Kuwait seguono, con i binocoli, le violenze disumane che non ebrei stanno compiendo su altri non ebrei. 

Dal Gaza Hospital vengono fatti evacuare i medici ed il personale straniero. 

Coloro che hanno cercato rifugio nell’ospedale vengono trascinati via. Alcuni sono assassinati subito, altri prima di arrivare alla Città sportiva. 

Venerdì 17 settembre la notizia della strage comincia a circolare e varie ambasciate informano i loro governi. 

Le Forze libanesi ora hanno fretta, devono finire presto il lavoro loro commissionato dai vertici israeliani, per cui sparano su tutto ciò che si muove a Chatila, alla rinfusa, lasciando i cadaveri accatastati nei vicoli. 

Altri reparti rastrellano i quartieri di Sabra e di Fakhani, ammassando centinaia di prigionieri tra le macerie dello stadio bombardato, presso i campi palestinesi. 

Di molti di questi ostaggi non è poi dato sapere più nulla, solo alcuni più tardi vengono trovati nelle fosse comuni.              

 

Israele nel frattempo partecipa alla strage con il lancio continuo di razzi che illuminano a giorno le vie dei campi dove avviene il massacro. 

Israele fornisce agli assassini supporto in armi, in bevande alcoliche e in razioni alimentari. 

Soldati e ufficiali israeliani sono direttamente presenti sulla scena a dirigere l’azione dei miliziani libanesi. Osservano compiaciuti le atrocità che vengono commesse. Ai posti di blocco respingono uomini e donne palestinesi e libanesi che cercano scampo nella fuga. Scacciano donne disperate che chiedono informazioni sui loro cari trascinati fuori prigionieri per essere interrogati nella Città sportiva o consegnati alle Forze libanesi per la loro definitiva eliminazione fisica. 

All’alba di sabato 18 settembre i miliziani falangisti si ritirano, lasciando dietro a sé un numero imprecisato di morti sparsi nelle strade, nei vicoli, entro le abitazioni, sommersi dai cumuli di detriti delle case abbattute. 

Quando i giornalisti stranieri e la Croce Rossa riescono finalmente ad entrare nei campi l’immagine che si presenta loro è spaventosa, insopportabile. Molti di loro piangono in modo incontenibile, altri, riversi sui muri, vomitano. 

Centinaia di cadaveri in putrefazione sbarrano loro la strada. Fetore, mosche e l’orrore di quanto si presenta loro davanti hanno un effetto devastante, specie se comparato all’indifferenza con la quale i soldati israeliani osservano il loro stupore prima di allontanarsi per lasciare libera la zona del massacro. 

Il numero totale delle persone assassinate e di quelle scomparse nel nulla è di circa 3.500 vittime. 

Secondo i testimoni il massacro è stato compiuto da 1500 uomini che parlavano il dialetto di Beirut ed indossavano le uniformi delle Forze libanesi. Tra gli assassini si erano distinti i reparti dei comandanti Elias Hobeika, Dib Anastas, Joe Eddé, Pussy Ashar. 

Le testate giornalistiche internazionali trattano l’argomento per pochi giorni. 

Il Newsweek decreta addirittura che la notizia più importante della settimana trascorsa è data dalla morte della principessa Grace. Il massacro è ormai volutamente rimosso. 

Tant’è vero che, la settimana successiva lo stesso giornale titola: <<Il tormento di Israele.>> 

In breve tempo, i mezzi internazionali di comunicazione si sono dati da fare per riciclare l’immagine disonorata d’Israele, trasformandola in quella “pietosa” della vittima ingiustamente infangata! 

Il 25 settembre 1982 l’ONU condanna i massacri israeliani, ma gli USA votano contro.>> 

Da “La Diaspora palestinese in Libano e i tempi della guerra civile” 

di mingarelli mariano