Haidar Eid: trattenere il respiro a Gaza

Haidar Eid: trattenere il respiro a Gaza

Il dottor Haidar Eid parla dell’opposizione a Gaza per il rinnovo dei negoziati di pace, il bisogno di una autocritica da parte palestinese, il calo del consenso vero Hamas e l’attuale situazione a Gaza: “Quello che sta accadendo ora nella Striscia è un genocidio rallentato”.

di Lea Frehse
Il dottor Eid è professore associato al dipartimento di Letteratura Inglese all’Università Al-Aqsa di Gaza. Eid è membro fondatore di One Democratic State Group e membro della campagna palestinese per il boicottaggio accademico e culturale di Israele (PCACB).

                             

 

Il mondo guarda al nuovo round di negoziati sponsorizzati dal segretario di Stato americano Kerry. Dov’è Gaza in questi negoziati?

Gaza è diversificata, per cui non posso parlarne come un soggetto unico, ma chiaramente la maggior parte qui si oppone al dialogo. Hamas ha dichiarato la sua posizione ufficiale, definendosi sgomento per il riavvio del negoziato. Molte organizzazioni interne all’OLP – tra cui sia il Fronte Popolare che il Fronte Democratico – si oppongono. Solo qualche membro di Fatah è caduto nella bugia di dire che i negoziati porteranno ad una soluzione efficace.

Parlando per me stesso, e a nome del One Democratic State Group, mi oppongo al dialogo che mira alla soluzione a due Stati. Crediamo che creare due Stati sia una soluzione razzista. Due Stati indipendenti sono impossibili da ottenere perché Israele ha creato fatti sul terreno che sovvertono l’intero concetto.

Ma oltre a questo, la soluzione a due Stati non garantisce nemmeno un minimo di diritti ai palestinesi. Non si parla più di diritto al ritorno dei rifugiati nei loro villaggi di origine, coloro che furono etnicamente ripuliti nel 1948. Il 75-80% della popolazione di Gaza è formata di rifugiati e la legge internazionale ne garantisce il ritorno. Cosa si pensa di fare?

Gli Accordi di Oslo non hanno mai fatto proprio il diritto internazionale. E ancora più importante, non hanno mai affrontato le misure razziste israeliane e il sistema di apartheid contro i palestinesi.

Qual è secondo lei l’alternativa?

Fatah è la sola forza che ufficialmente appoggia i negoziati. Quando io mi oppongo, non rappresento solo i gazawi ma la maggioranza dei palestinesi. La nostra alternativa? Restare fedeli alla chiamata del 2005: boicottare, disinvestire e sanzionare, il BDS. La campagna chiede alla comunità internazionale di boicottare Israele, disinvestire dalla sua economia e imporre sanzioni fino a quando Israele no rispetterà il diritto internazionale. Allora, quando ci sarà pressione, si potrà negoziate.

In Sud Africa, l’ANC non negoziò prima di avere basi concrete. Non possiamo negoziare i nostri diritti fondamentali: diritti uguali devono essere la base del dialogo su una qualsiasi forma di Stato. La sola soluzione è quella applicata in Irlanda del Nord e Sud Africa, ovvero uno Stato unico laico e democratico.

Come si può arrivare a questo?

Il primo passo: una seria autocritica. I palestinesi devono pubblicamente considerare quanto la leadership di Olp e Hamas hanno fatto per la causa dagli accordi di Oslo. Gli ultimi 20 anni ci hanno portato a niente. Al contrario, gli insediamenti si sono allargati e Gaza è stata trasformata nel più grande campo di concentramento al mondo.

Una seria autocritica dovrà, poi, portare allo smantellamento dell’ANP. L’istituzione dell’ANP dà alla comunità internazionale l’impressione sbagliata di parti eguali. Come se i palestinesi avessero un esercito e occupassero un altro popolo! Come palestinesi dovremmo avere un’amministrazione locale che organizzi la vita quotidiana e la resistenza, e non che la mini.

Infine, dobbiamo dimenticare la soluzione a due Stati. È una completa perdita di tempo e di energie. Dovremmo parlare tutti di un solo Stato democratico, perché due Stati sono una finzione.

Qual è la situazione di Gaza oggi? Quanto è isolata la popolazione?

La situazione è deteriorata. Israele ha rafforzato la chiusura. Le cose sono peggiorate negli ultimi giorni del governo Morsi in Egitto. Quando è stato deciso di distruggere tutti i tunnel al confine tra la Striscia e l’Egitto, che sono vitali per introdurre beni di prima necessità. Dopo la caccia di Morsi, la distruzione dei tunnel è proseguita e oggi sono quasi tutti chiusi.

Inoltre, il solo confine ufficiale, Rafah, è spesso chiuso, come oggi. Rafah è vitale. Tutte le frontiere con Israele sono virtualmente inaccessibili, Rafah è l’unica via di apertura per Gaza.

Hamas prima ha rinunciato al regime siriano e ad Hezbollah, ora perde i Fratelli Musulmani. Cosa significa per il governo di Hamas?

Hamas si trova in un limbo. Ha perso le sue alleanze strategiche con l’Iran e con Hezbollah, a cui ha rinunciato per relazioni più strette con la Fratellanza e il Qatar. Ora che i Fratelli Musulmani sono stati deposti in Egitto, Hamas è rimasto solo. E il nuovo emiro in Qatar sta mostrando un nuovo stile di diplomazia, aumentando la pressione su Hamas.

Hamas non ha una chiara visione politica. Si ascoltano posizioni differenti e contraddittorie al suo interno. Questo ha effetti anche sul processo di riconciliazione con Fatah in Cisgiordania, che è giunto ad un punto morto. Gaza è controllata da Hamas, sì, ma Hamas non è altro che uno dei 1,7 milioni di prigionieri della Striscia.

Quali sono oggi le questioni politiche a Gaza?

Prima di tutto il bisogno di porre fine a questo medievale assedio imposto nel 2006. Qui si sta realizzando un lento genocidio che ha già causato la morte di oltre 200mila persone che non hanno ricevuto trattamenti medici indispensabili. Il tasso di malnutrizione a Gaza è il più alto al mondo.

La fine dell’assedio porterà ad una soluzione politica della questione palestinese nella sua interezza. Quando parliamo di negoziati, parliamo anche del destino di Gaza. Per questo noi attivisti promuoviamo con forza il BDS.

Noi siamo fortemente colpiti da quanto accade in Egitto oggi. Tratteniamo il respiro. Vogliamo che l’Egitto riaprà Rafah 24 ore su 24, sette giorni su sette. È la sola opzione che abbiamo per non essere più ostaggio della volontà israeliana.

Che sostegno ha oggi Hamas a Gaza?

Hamas ha perso la sua popolarità quando ha applicato misure repressive contro le sue opposizioni. La maggior parte di coloro che votò per Hamas lo ha fatto non perché erano con Hamas, ma perché erano contrari alla corruzione dell’ANP e al concetto della soluzione a due Stati. Hamas era la sola soluzione.

Oggi però la gente mette in discussione tutto ciò che Hamas ha detto prima delle elezioni. Ha promesso resistenza, ma nei fatti dagli accordi con Israele non ha permesso alcun tipo di resistenza indipendente e popolare.

C’è una visione di lungo termine per Gaza?

Per me, ce n’è solo una. Una soluzione per tutta la Palestina che implementi la risoluzione 194 delle Nazioni Uniti e che prevede il ritorno di tutti i rifugiati e il risarcimento per i decenni trascorsi in esilio. Gaza dovrebbe essere parte di uno Stato democratico chiamato Palestina.

Israele ha un’altra visione: vuole sbarazzarsi di Gaza. Vuole che Gaza diventi parte dell’Egitto come prima del 1967 per sbarazzarsi di tutti i problemi. Gli egiziani non lo vogliono e non lo permetteranno. Al contrario, quello che sta avvenendo è un lento genocidio.

(tradotto a cura di AIC Italia/Palestina Rossa)