Boicottaggi che aiutano i palestinesi

Aljazeera
16.08.2013
http://www.aljazeera.com/indepth/opinion/2013/08/2013816123418836902.html

 

Boicottaggi che aiutano i palestinesi 

Ben White descrive in dettaglio le quattro principali ragioni per cui un boicottaggio ai prodotti israeliani arrecherà beneficio ai palestinesi. 

di Ben White

Mentre governi e gruppi della società civile di tutto il mondo aumentano i loto sforzi per prendere di mira le merci prodotte nelle illegali colonie di Israele, il governo israeliano e i critici del BDS intensificano la controffensiva propagandistica.

 

Una delle principali tattiche adottate da coloro che cercano di arginare la marea del Boicottaggio è quella di affermare che queste misure danneggiano in realtà i palestinesi. Il Ministero degli Affari Esteri di Israele (MFA) da qualche tempo sta rintuzzando lungo questa linea contro il boicottaggio, ma, dati i recenti sviluppi in Sud Africa e in Europa, c’è stata una rinnovata enfasi sui presunti effetti controproducenti di queste tattiche. 

Ci sono state iniziative propagandistiche congiunte governo israeliano – coloni e anche un documento fatto circolare dal MFA sulle “ripercussioni dell’etichettatura dei prodotti delle colonie sull’economia palestinese”. “Se gli europei avessero successo nel vietare i prodotti israeliani provenienti dalla West Bank,” ha dichiarato l’ambasciatore di Israele presso le Nazioni Unite nel mese di giugno, “questo porterebbe alla perdita di diverse migliaia di posti di lavoro per i palestinesi”. 

E’ interessante notare come ci siano paralleli in questo caso con argomenti usati contro la campagna di boicottaggio internazionale durante il periodo dell’Apartheid in Sud Africa, con gli attivisti dell’ANC che dovevano confrontarsi con le affermazioni che “il popolo non-bianco sarebbe stato il primo a essere colpito dai boicottaggi esteri”. A parte quei paragoni, l’argomento è invalidato da quattro motivazioni. 

In primo luogo, nonostante l’apparente preoccupazione dei lobbisti anti-BDS per il benessere del lavoratore palestinese, nei fatti il principale nemico di quest’ultimo è l’occupazione israeliana. Il regime coloniale di Israele – al centro del quale stanno le colonie – è caratterizzato da restrizioni al movimento e accesso discriminato alla terra, ed è evidenziato costantemente dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale come principale freno alla crescita economica. 

Va ricordato il quadro generale. Le colonie sono state condannate ripetutamente in quanto illegali secondo il diritto internazionale.La Risoluzione 452 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite descrive la politica di colonizzazione di Israele come “priva di validità giuridica” e che costituisce una “violazione della IV Convenzione di Ginevra” – un’opinione che è stata ripresa dalle Alte Parti Contraenti della Convenzione. L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e la Corte Internazionale di Giustizia hanno espresso punti di vista simili. 

Inoltre, naturalmente, l’impatto delle colonie sulla popolazione palestinese è significativo e disastroso, con la conseguenza che, secondo la Croce Rossa, “i contadini palestinesi perdono terreno e reddito”. Le colonie e il regime loro associato “limitano la possibilità [dei palestinesi] di spostarsi liberamente”, affermano le Nazioni Unite, e costituiscono “una grave violazione del divieto di discriminazione” (Amnesty International). 

In secondo luogo, i palestinesi che lavorano nelle colonie – contrariamente all’impressione data dalla propaganda filo-israeliana – è costretta a subire condizioni precarie e avvilenti. Nel 2012, il Controllore dello Stato di Israele ha riferito sulle zone industriali nelle colonie entro la West Bank e , tra le altre cose, ha rilevato “gravi rischi ambientali”, negligenze “nel campo della sicurezza e dell’igiene” che mettono in evidenza un “disprezzo per la vita umana” e “luoghi in reale pericolo per il benessere, la salute e la vita dei lavoratori”. 

Inoltre, il 93% dei lavoratori palestinesi nelle colonie “non ha alcun sindacato o comitato che li rappresenti” e la maggio parte “guadagna meno del salario minimo degli israeliani”. I permessi di lavoro richiedono “l’approvazione del servizio di sicurezza interna di Israele”, e si stima che 1 su 10 lavoratori palestinesi nelle colonie in realtà “lavorano su terre confiscate possedute originariamente dalle loro famiglie o da uno dei parenti”. 

In terzo luogo. Citare i palestinesi che lavorano nelle colonie come un motivo per non prendere di mira l’apartheid israeliano per il boicottaggio, è particolarmente cinico, dato che la popolazione occupata ha limitate opzioni di impiego in un’economia e in una società sotto stress critico a causa della colonizzazione israeliana. Non c’è da sorprendersi che uno studio abbia rinvenuto che l’82 % dei lavoratori palestinesi “ vogliano e abbiano il desiderio di lasciare i loro lavori nelle colonie a patto che sia disponibile una valida alternativa” – alternative che non ci sono a causa dell’occupazione israeliana. 

In realtà, a parte il parallelo con il periodo dell’Apartheid sudafricano, coloro che attaccano il boicottaggio in nome dei “lavoratori Palestinesi” imitano pure quelle compagnie che difendono il lavoro delle aziende che sfruttano i dipendenti sulla base di “Beh, almeno hanno un lavoro!” – Una giustificazione respinta a ragione da attivisti e gruppi dei diritti. 

In quarto luogo, infine, l’appello al BDS viene dai palestinesi stessi – anche da gruppi come Palestinian Agricultural Relief Committees, Palestinian Farmers Association, Palestinian Farmers Union e Union of Agricultural Work Committees. Le voci anti-BDS, dal governo israeliano ai liberali paternalistici, ignorano queste richieste di solidarietà e di boicottaggio – ma, per fortuna, molti altri le ascoltano. 

Ben White è un giornalista freelance, scrittore e attivista, specializzato in Palestina/Israele. Si è laureato alla Cambridge University 

(tradotto da mariano mingarelli)