Il crimine dell'indifferenza

To the Point Analyses
30.06.2013

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Il crimine dell’indifferenza

Un’Analisi di Lawrence Davidson 

Parte I – L’indifferenza 

Elie Wiesel è una personalità a livello mondiale. Grazie alla sua potente scrittura descrittiva sui campi di concentramento nazisti, è venuto a personificare le sofferenze della Shoah. Tra le molte intuizioni c’è la famosa osservazione che: “Il contrario dell’amore non è l’odio, bensì l’indifferenza.” Wiesel ha proposto spesso questo concetto. In un discorso del 2011 alla Washington University di St. Louis, ai suoi ascoltatori disse: “Per me, il più grande comandamento della Bibbia…è ‘Non starai a guardare’. Il che significa che quando si è testimoni di un’ingiustizia non si resti a guardare. ”Nel 2012, dopo una conferenza a Boston, Diesel disse agli studenti della Boston University: “Ritengo che l’ignoranza sia il più grande pericolo, in quanto porta all’indifferenza e quindi al distacco…..Se qualcuno soffre e non faccio nulla per ridurre la di lui o di lei sofferenza, c’è qualcosa che non va in me.”

                   

Purtroppo, Wiesel si è identificato con il sionismo e così facendo è rimasto inevitabilmente coinvolto in contraddizioni e dilemmi che mettono alla prova la sua fama di icona morale. Per esempio, nel maggio del 2010 rivolse un appello pubblico al Presidente Obama perché non facesse alcuna pressione sul governo israeliano a proposito della questione di Gerusalemme, proprio mentre gli israeliani sfrattavano i residenti palestinesi. In tal modo, rivelò la propria indifferenza per la vera natura degli obiettivi e dei comportamenti degli israeliani. Ne conseguì che un centinaio di intellettuali e di attivisti israeliani gli scrissero una risposta pubblica nella quale esprimevano “frustrazione” e “indignazione” per il suo atteggiamento e la sua condotta. 

Ciò nonostante, le sue considerazioni sull’indifferenza e l’insensibilità sono importanti e acute e possono essere considerate come punto di riferimento per giudicare alcuni dei suoi colleghi sionisti, molti dei quali per decenni “sono stati a guardare” e perciò costituiscono esempi della massima di Wiesel : “se qualcuno soffre e io non faccio nulla per alleviare la di lui o di lei sofferenza, c’è qualcosa che non va in me”. 

Parte II – Indifferenza israeliana 

Di recente ci sono stati diversi articoli che hanno richiamato l’attenzione sul fatto che, come dice Avnery, “Noi [israeliani] ci siamo abituati tanto a questa situazione [un’occupazione “che seguita a soli pochi minuti di auto dalle nostre case”] da considerarla come normale”. Ethan Bronner, ex-capo ufficio a Gerusalemme per il New York Times, ha confermato questa indifferenza diffusa per la sofferenza che viene inflitta dalle politiche e dalle pratiche discriminatorie israeliane. “Sono perfino pochi [gli israeliani] che parlano dei palestinesi….. Invece di concentrarsi su ciò che a lungo è stata considerata come la loro principale sfida - come condividere questo territorio con un’altra nazione – gli israeliani preferiscono, in gran parte, ignorarla.” 

Più in particolare, essi non prendono in considerazione rivelazioni di come, fin dal settembre del 2000, quando è esplosa la Seconda Intifada, le forze israeliane abbiano ucciso oltre 1.500 bambini palestinesi. Secondo il Middle East Monitor, ciò sta a significare “un bambino ucciso da Israele ogni 3 giorni per almeno 13 anni.” Nello stesso intervallo di tempo, il numero dei bambini feriti è arrivato a 6.000 e il numero di quelli di età inferiore ai 18 anni che sono stati arrestati è di circa 9.000. La sofferenza dei palestinesi, documentata dalle Nazioni Unite e da ONG private, quale la Human Rights Watch, prosegue tuttora anche se all’apparenza invisibile alla media degli israeliani. 

Ed è improbabile un eventuale miglioramento della situazione. Mentre gli israeliani si mostrano indifferenti alla sofferenza dei palestinesi, il governo israeliano ha manifestato l’intenzione di protrarre tale regime di sofferenza a tempo indefinito. Secondo il ministro israeliano del commercio, Naftali Bennett, “una stella nascente del governo israeliano”, l’idea di uno Stato palestinese è “morta” e Israele dovrebbe annettersi ampie porzioni della West Bank. Danny Danon, vice-ministro della difesa, concorda. “Siamo un governo nazionalista, non un governo che instaurerà un governo palestinese nei confini del 1967.” Nel frattempo, un numero rilevante di israeliani, che se ne rendano conto o meno, traggono profitto dall’espansione e dall’occupazione, illegale, del territorio palestinese. 

Parte III – Il ruolo dell’ignoranza 

Perciò, usando le parole di Wiesel, che cosa c’è di sbagliato negli israeliani dal momento che si interessano poco o affatto dei 65 anni di sofferenza dei palestinesi? Lo stesso Wiesel è responsabile della risposta, quando rileva che “l’ignoranza…porta all’indifferenza e quindi al distacco.” 

Ignoranza? La media degli israeliani non sa veramente nulla della questione? In un primo momento, questa asserzione appare ridicola. Dopo tutto, come nota Avnery, la sofferenza dei palestinesi è a non più di “minuti” dalla maggior parte dei cortili di casa israeliani, e di tanto in tanto ritorna violentemente indietro come un boomerang sugli ebrei israeliani. Ciò nondimeno, entra in gioco una specie di ignoranza pianificata, intenzionale. Uno può venire cresciuto nell’ignoranza ed educato a una visione della storia che elimina la sofferenza altrui, come pure il suo ruolo nel determinarla. Intere popolazioni possono essere psicologicamente formate in questo modo, con quelli che compiono il plagio che sono i più veri tra i veri credenti. Tale ignoranza condizionata costituisce il fondamento dell’indifferenza per il destino degli altri. Gli israeliani hanno fatto di questo processo un’arte. 

Eppure, questo scenario non ha avuto origine con gli israeliani e i sionisti. In realtà molti sionisti sono stati indotti a vedere il mondo in questo modo dagli americani. Alcuni anni fa ho pubblicato un libro, Amerika’s Palestine, in cui viene analizzato questo retaggio. Come si è visto, uno dei temi del sionismo degli anni ’20 era che i nativi palestinesi erano l’equivalente arabo degli ostili indiani d’America, che resistevano brutalmente alle forze della civilizzazione e della modernizzazione. Qual fu l’atteggiamento dell’americano medio per quanto riguardava il destino di questi indiani – la loro espropriazione brutale e la pulizia etnica? Fu l’indifferenza che crebbe sempre di più col tempo fino a che la maggior parte degli americani non si dette più un gran pensiero per gli indiani e il loro destino. 

Diversi anni fa, in un dibattito tenutosi presso l’University of Pennsylvania cercai di spiegare questa relazione a un vice-console israeliano del consolato di Philadelphia e alla sua cerchia di studenti sionisti. Cercai di fare capire loro che la strategia sionista a lungo termine consisteva nella pulizia etnica dei palestinesi e poi fare assegnamento sul mondo per farci l’abitudine , col passare del tempo, e dimenticare il crimine. Fra cento o cento cinquant’anni chi avrebbe versato più una lacrima sui palestinesi? Circa lo stesso numero che oggi piange gli Apache o i Cheyenne? Però, dissi loro anche che nel nostro mondo post-imperialista questo scenario storico era improbabile si ripetesse. L’accoglienza di tutto ciò da parte del console e dei suoi tirapiedi fu negativa. 

Parte IV – Conclusione 

L’indifferenza, che porta al distacco, è ciò che Wiesel tanto teme possa diventare rapidamente una parte abituale della nostra vita. Dopo tutto, tanto della nostra vita non è altro che “un flusso di azioni abituali” che possono essere sia “razionalmente utili o irrazionalmente inadeguate per un data situazione.” E’ in quest’ultimo caso che si combinano dei guai. Quando gli israeliani ignorano la sofferenza dei palestinesi si comportano in modo “irrazionale non idoneo alla loro specifica situazione” e ciò significa , nei termini enunciati da Wiesel, che in loro “c’è qualcosa di sbagliato”. Come americani, dovremmo riconoscere i sintomi, dato che anche noi ci siamo comportati ripetutamente il questo modo. Avendo modellato questa insensibilità per i sionisti, essa rappresenta ora un segno del nostro “rapporto speciale” con la terra di Israele. 

[Eliezer Wiesel (Sighetu Marmatiei, 30 settembre 1928) è uno scrittore statunitense di cultura ebraica e di lingua francese, sopravvissuto all'Olocausto. Egli è l’autore di 57 libri, incluso La notte un racconto basato sulla sua personale esperienza di prigioniero nei campi di concentramento di Auschwitz, Buna e Buchenwald. Wiesel è anche membro dell’Advisory Board del giornale Algemeiner Journal. 

Quando Wiesel fu premiato per il Nobel per la Pace nel 1986, il Comitato Norvegese dei Premi Nobel lo chiamò il “messaggero per l’umanità”, affermando che attraverso la sua lotta per venire a patti con “la sua personale esperienza della totale umiliazione e del disprezzo per l’umanità a cui aveva assistito nei campi di concentramento di Hitler”, così come il suo “lavoro pratico per la causa della pace, Wiesel aveva consegnato un potente messaggio di “pace, di espiazione e di dignità umana” alla stessa umanità. Da Wikipedia] 

(tradotto da mariano mingarelli)