Pedine palestinesi - i profughi in Egitto.

Aljazeera
27.05.2013

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Pedine palestinesi – i profughi in Egitto.

 

L’autrice visita il “villaggio non ufficiale” di palestinesi privi di qualsiasi diritto fondamentale – privi perfino dello status ufficiale di profughi. 

di Sarah Mousa 

Nonostante i palestinesi commemorino la “pulizia etnica” della Palestina del 1948 – la Nakba – la “catastrofe” non ha avuto inizio e non è neppure finita quell’anno. Il popolo palestinese ha sofferto per anni. Oggi , a casa propria, continua a essere considerato formato da cittadini di seconda classe, privato dei diritto fondamentali della mobilità e dei mezzi di sussistenza nella Striscia di Gaza e nella West Bank occupate e vive in modo precario nei campi profughi del Libano, della Siria e della Giordania.

                   

 

Il ruolo giocato dagli egiziani in Palestina è storicamente diverso da quello dei suoi vicini arabi. Nel 1948, l’Egitto è stato l’unico paese a chiudere le sue frontiere ai palestinesi per il precipuo interesse di tenerli all’interno della loro nazione. La politica è stata in qualche modo lungimirante, in quanto a molti di coloro che nel 1948 fuggirono, non fu permesso il ritorno. Si è spesso lasciato intendere che la relativa scarsità di palestinesi in Egitto o il più elevato status socio-economico di tale gruppo potrebbe essere attribuiti a questa politica. 

Profughi palestinesi in Egitto 

Di recente, tuttavia, degli attivisti arabi si sono imbattuti in Egitto in un gruppo considerevole costituito da 1.948 profughi palestinesi. Pochi mesi fa, un gruppo di quattro amici palestinesi ed egiziani trovò per caso la citazione di un esodo di massa di palestinesi dal villaggio di Bir il-Saba’ nel 1948; fu detto che i profughi erano andati in Egitto. Gli amici ritennero ciò strano dato che loro e altri avevano posto continuamente all’ambasciata palestinese e alle organizzazioni del Cairo la domanda sull’esistenza di gruppi di profughi palestinesi in Egitto. Si rivolsero ad altri perché li aiutassero a individuare questa comunità che, alla fine, riuscirono a rintracciare. 

A poche ore a nord del Cairo, nel governatorato del Delta del Nilo di Shatqiya, c’è il villaggio di Gezirat Fadel. E’ stato denominato giustamente “Gezira” – isola – a causa del suo isolamento fisico al momento della sua fondazione, e Fadel, dal nome di uno dei fondatori del villaggio. Negli ultimi 65 anni questo villaggio rimasto quasi completamente fuori dal radar, per scelta o per ignoranza, di qualsiasi istituzione, sia essa egiziana o dell’Autorità Palestinese, di organizzazioni non governative o di attivisti. 

Il governo egiziano non ha riconosciuto ufficialmente né il villaggio né la sua gente, e quindi il villaggio non ufficiale è rimasto privo di infrastrutture o di servizi pubblici, e la gente senza diritti fondamentali, neppure quello dello status ufficiale di profugo. Dal momento dell’individuazione del villaggio, gli amici lo hanno visitato diverse volte, raccogliendo informazioni sulla sua storia e le attuali condizioni ed esercitando pressione sul mezzi di informazione arabi ed egiziani perché facciano luce sulla comunità dimenticata. 

Per l’anniversario della Nakba, invitarono altri attivisti a unirsi a loro per visitare Gezirat Fadel per commemorare la ricorrenza e trasmettere il semplice messaggio che questa comunità di profughi non sarebbe stata dimenticata. Come l’ha posto Syrine, un’attivista palestinese di Gerusalemme, “Queste persone, i profughi, sono le vittime più grandi della Nakba. Sono le uniche con le quali dovremmo commemorarla”. 

Riunii oltre 80 attivisti, in maggioranza egiziani e palestinesi, ma vi erano anche svedesi, francesi, iraniani e altri. Un venerdì mattina presto, gli autobus lasciarono il Cairo, continuarono oltre i campi rigogliosi del Delta attraverso la caotica capitale del Zaqaziq, Sharqiya, e su di una strada sterrata che alla fine diventò troppo stretta perché gli autobus potessero proseguire. 

Gli attivisti discesero dagli autobus con in mano decine di bandiere egiziane e palestinesi e con uno striscione che diceva: 

“In memoria della Nakba, Gezirat Fadel non sarà più dimenticata. 
Egitto e Palestina, un popolo, una lotta
Dall’Egitto alla Palestina la rivoluzione continua e prevarrà.
Noi ritorneremo, un giorno, a Bir il-Saba’.” 

Mentre camminavamo verso il villaggio, il sentiero, pieno di spazzatura e fiancheggiato da pareti di mattoni di fango era un segno di ciò che ci aspettava. Dopo un tragitto di venti minuti apparvero case di argilla e bandiere palestinesi che sventolavano dai tetti di paglia. Gli abitanti del villaggio, prevalentemente bambini, erano eccitati per la notizia dei visitatori ed erano schierati lungo le strade. Kufieh palestinesi pendevano dai loro colli e ci dettero il benvenuto nel loro dialetto rurale, un misto di palestinese ed egiziano. 

Dato che lo scopo del viaggio era prevalentemente umanitario, il gruppo arrivò con giocattoli per i bambini e medici che fecero visite nelle case – la natura politica di ciò era molto evidente. Anche se gli organizzatori insistevano sulla natura indipendente dell’iniziativa, l’identità degli attivisti coinvolti, in quanto attori principali della rivolta egiziana in atto, era smentita impercettibilmente o in maniera abbastanza esplicita da ciò che appariva sugli striscioni. Gli ideali dell’insurrezione araba – quelli che sostengono senza compromessi la libertà e la giustizia sociale – si traducono molto direttamente in prese di posizione politiche che nel caso della Palestina, non solo si oppongono alla brutalità delle forze israeliane, ma rifiutano pure intermediari e facilitatori dell’occupazione e dell’evacuazione in atto, autorità palestinesi incluse. 

Prigionieri della povertà 

Anche in Gezirat Fadel la politica era tangibile. Durante l’intera giornata divenne del tutto evidente che l’isolamento di questo paese non aveva nulla a che fare con la geografia o con l’ignoranza, ma che era stato costruito dagli egiziani, dalle autorità palestinesi e da coloro che ne traevano vantaggio. 

Non appena entrammo nel villaggio, venimmo accolti dal capo villaggio,”l’omdeh”. Una delle poche persone istruite del villaggio, lavora al Cairo e vestiva un abito che contrastava con una popolazione dove gli anziani avevano indosso abiti tradizionali palestinesi e gli altri un abbigliamento semplice, spesso stracciato. 

In piedi su un’elegante veranda davanti agli abitanti del villaggio e ai visitatori, l’omdeh continuò, con tutti gli ornamenti dell’oratoria araba, dando un caloroso benvenuto agli attivisti e riferendosi alla Nakba come a una celebrazione, un segnale del giorno in cui i palestinesi sarebbero ritornati alle loro case. L’omdeh descrise il villaggio in termini fulgidi, affermando che gli abitanti guadagnavano salari decorosi e ringraziò le autorità palestinesi per il sostegno e quelle egiziane per averli accolti come “ospiti”. 

L’esibizione si svolse in netto contrasto con i rapporti privati dell’omdeh con l’organizzazione degli attivisti e con le realtà della vita del villaggio. Il pubblico costituito dai profughi fu notevolmente remissivo mentre l’omdeh parlava. Un organizzatore dell’evento riconobbe tra la folla un impiegato dell’ambasciata palestinese del Cairo. 

Gli attivisti si erano azzuffati con l’impiegato giorni prima al Cairo riguardo la persistente negazione da parte dell’ambasciata dell’esistenza di una comunità di profughi palestinesi in Egitto, nonostante la prova che la stessa aveva legami diretti con l’omdeh del villaggio e che l’ambasciatore in persona si era recato in visita alla comunità. Fin dalla loro prima visita al villaggio, gli attivisti avevano avuto un rapporto turbolento anche con l’omdeh; all’inizio, l’omdeh li aveva minacciati dicendo loro che avrebbe informato i servizi segreti egiziani se fossero ritornati a Gezirat Fadel. 

I commenti dell’omdeh erano in contraddizione con le osservazioni della vita del villaggio. Le condizioni nelle quali vivono i palestinesi di Gezirat Fadel sono a dir poco spaventose. Il villaggio ospita più di 3.000 persone. Oltre a un “edificio per gli ospiti” - che consiste in una grande sala che viene utilizzata per le riunioni della comunità ed è adornata di uno striscione che ringrazia il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas per i suoi contributi alla comunità – il villaggio è letteralmente privo di servizi pubblici. Dire che il villaggio è marcato dalla povertà sarebbe un eufemismo – sulla strada per il villaggio ho notato un ragazzo che recuperava una camicia sbrindellata da un mucchio di spazzatura e la rammendava per poterla indossare.
               
 

Mentre il governo di Gamal Abdel Nasser aveva esteso i servizi di stato ai palestinesi in Egitto, rendendo possibile agli abitanti di Gezirat Fadel l’utilizzo delle istituzioni statali allo stesso costo gratuito o notevolmente ridotto offerto agli egiziani; questi stessi diritti vennero revocati durante l’era di Sadat. Per accedere ai servizi più elementari i profughi devono pagare le tasse internazionali: non hanno alcun diritto di proprietà. 

La maggior parte degli abitanti del villaggio è impiegata come manovalanza giornaliera nei grandi appezzamenti di terreno di proprietà di società o di famiglie egiziane: come meccanici o in piccoli negozi in villaggi vicini o a raccogliere e smistare la spazzatura. Donia, una ragazzina profuga di 12 anni che ogni mattina cammina per due ore per recarsi in una classe di lettura in un villaggio dei dintorni, disse di aspirare a lavorare “per chiunque mi assumerà.” 

Nonostante alcuni avessero fatto riferimento alla mancanza di diritti legali, si affrettarono a ringraziare l’Egitto per averli ospitati così a lungo. Le difficoltà della loro vita presente venivano mascherate dall’evocazione della loro patria perduta. Nonostante la maggior parte degli abitanti del villaggio non abbia mai posato gli occhi su Bir il-Saba’, anche i bambini più piccoli la descrivono vividamente, aggiungendo i resoconti illustrativi della notte in cui, nel 1948, i loro nonni erano stati bombardati dal fuoco israeliano, facendo la lista dei parenti morti e raccontando il viaggio in Egitto. 

“Siamo palestinesi ospiti in Egitto e, un giorno, ritorneremo a Bir il-Saba’,” era una frase spontanea che veniva ripetuta dagli abitanti del villaggio di tutte le età. Samih, di otto anni, si offrì di mostrarmi i semi dell’albero di olivo di suo nonno, che mi raccontò avrebbe senz’altro piantato un giorno fuori dalla sua casa di famiglia a Bir il-Saba’. 

Manipolazione del potere 

Mentre la gente di molti villaggi egiziani può soffrire di una estrema disuguaglianza e di una povertà di servizi, la cosa sembra essere particolarmente esasperata nel caso dei palestinesi. 

I diritti elementari dei profughi palestinesi sono stati spesso presentati dai funzionari egiziani come un fattore di reinsediamento, controproducente nei confronti del diritto al ritorno. La cosa evidente è però che queste stesse istituzioni, mentre ad alta voce propagandano il loro nazionalismo e la dedizione alla causa palestinese, sono per lo più lontane dalle difficoltà quotidiane vissute dai profughi. 

Un attivista di Ramallah ha rimpianto l’ironia nelle dichiarazioni dei profughi di Gezirat Fadel che collegavano qualsiasi avversità ad una causa nazionale maggiore, mentre nella sua città l’élite politica vive una vita relativamente nel lusso. 

Nel mondo arabo, il legame tra gli interessi personali e le istituzioni politiche è un fenomeno che continua a incidere realmente sui mezzi di sostentamento della gente. Nel caso dei profughi palestinesi, questo è spesso forte, in quanto, in aggiunta alle dinamiche della comunità e della leadership palestinese, i paesi ospitanti aggiungono uno strato di complicazioni. 

Nel contesto della rivolta araba, la gente individua e rifiuta apertamente questa manipolazione del potere. Nonostante le minacce dell’omdeh, gli attivisti ritornarono a Gezirat Fadel, contestarono apertamente le sue affermazioni di fronte agli abitanti del villaggio e rifiutarono la sua manipolazione della storia dell’esperienza da profugo. 

Mentre per 65 anni il Diritto al Ritorno è stato, e continuerà a essere, la richiesta fondamentale dei profughi palestinesi, c’è l’evidente necessità che i diritti elementari vengano estesi a una comunità che soffre in modo esponenziale a causa della politicizzazione della sua identità. In modo ipocrita con cui i governi arabi hanno appoggiato a parole la causa palestinese è risultato a lungo trasparente; ora, gli attivisti arabi sono intenzionati a porvi fine. 

Sarah Mousa si è diplomata nel 2010 alla Woodrow Wilson School of Public and International Affairs della Princeton University e nel biennio 2010-2011 è stata Fulbright Scholar in Egitto. Al momento è dottoranda presso il Center of Contemporary Arab Studies presso la Georgetown University.

Video: Fadel Island, Home to Palestinian Refugees since 1948

http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=OZbZeKMkslo 

(tradotto da mariano mingarelli)