Una Nakba senza fine - La continua evacuazione forzata del popolo palestinese

Mondoweiss
15.05.2013
http://mondoweiss.net/2013/05/continuous-displacement-palestinian.html

 

Una Nakba senza fine – La continua evacuazione forzata del popolo palestinese.

 

Prassi e politiche israeliane sono una combinazione di apartheid, di occupazione militare e di colonizzazione quali mezzi per la pulizia etnica del territorio della Palestina storica dalla presenza della popolazione autoctona palestinese. 

di Amjad Alqasis

Questo regime israeliano non si limita ai palestinesi che vivono nei Territori Palestinesi Occupati (OPT), ma prende di mira anche quelli che risiedono sul versante israeliano della “Linea armistiziale del 1948”, come pure coloro che vivono in esilio forzato. Riflettere se la soluzione a uno o a due Stati sarebbe il mezzo più appropriato per porre fine all’ingiustizia e alla sofferenza nella Palestina storica trascura il fatto che all’interno di tale specifico territorio si è già costituita un’entità giuridica: infatti il trattamento israeliano dei palestinesi non-ebrei in tutta Israele e nei Territori Palestinesi Occupati costituisce un regime del tutto discriminatorio finalizzato ad avere il controllo sulla massima superficie di terra con la minima quantità di popolazione autoctona palestinese in essa residente.

                                        

 

Le principali componenti di tale struttura discriminano i palestinesi in settori quali la nazionalità, la cittadinanza, i diritti di residenza e di proprietà della terra. Questo sistema venne inizialmente applicato, nel 1948, al fine di sottomettere ed espropriare tutti i palestinesi espulsi con la forza, compresi quei 150.000 che riuscirono a rimanere entro la “Linea armistiziale del 1948” e che più tardi divennero cittadini palestinesi di Israele. Dopo l’occupazione della restante parte della Palestina storica, nel 1967, da parte delle forze armate israeliane, tale territorio venne assoggettato al medesimo regime israeliano. In sostanza, l’intenzione di colonizzare la Palestina storica a spese della sua popolazione palestinese autoctona risale agli inizi del movimento sionista, decenni prima della creazione dello Stato di Israele. 

Movimento sionista 

Il movimento sionista venne costituito alla fine del XIX secolo, con l’obiettivo di creare una casa ebraica attraverso la formazione di un “…movimento nazionale per il ritorno del popolo ebraico alla sua patria e il ripristino della sovranità ebraica sulla Terra di Israele.” [1] In quanto tale, l’impresa sionista coniugò il nazionalismo ebraico che essa mirava a creare e promuovere, con il colonialismo, insito nel trapiantare gente, proveniente per lo più dall’Europa, in Palestina con l’appoggio delle potenze imperiali europee. La storia ebraica venne intesa volta alla costruzione di un’identità nazionale specifica ebraica che giustificasse la colonizzazione della Palestina. In sostanza, il movimento dovette definire il “popolo ebraico”, quindi dovette essere creata un’identità nazionale e tale identità dovette essere collegata alla presenza ebraica in Palestina nel primo secolo D.C. Quindi è importante notare che, come ogni altra identità nazionale, non poté essere fatta risalire a uno sviluppo naturale e venne invece costruita sulla base della concezione e dei desideri dei suoi creatori. Di conseguenza, tutti gli ebrei di tutto il mondo vennero a far parte di una stessa nazione, che condivideva la stessa storia; che ammirava gli stessi eroi nazionali; e che era unita dal desiderio del ritorno al luogo e patria d’origine. Come giustamente conclude Ilan Pappe, “il sionismo non è stato, tuttavia, …l’unico caso nella storia in cui un progetto colonialista è stato perseguito in nome di ideali nazionali o in qualche altro modo di tipo non-coloniale. I sionisti si trasferirono in Palestina alla fine del secolo nel quale gli europei controllavano la maggior parte dell’Africa, dei Carabi e di altri luoghi in nome del ‘progresso’ o dell’idealismo….”[2]. Ciò che resta unico per Israele, tuttavia, è l’effetto del sionismo sulla gente che egli affermò di rappresentare. Basandosi sul concetto dell’ebraismo come identità nazionale, i seguaci della fede ebraica sparsi per il mondo sarebbero diventati, secondo la legge israeliana, di nazionalità ‘ebraica’, che avessero accettato o meno tale classificazione. Ad oggi, Israele continua a definire la propria cittadinanza in modo extraterritoriale. 

La creazione di uno Stato nazionale ebraico in una terra con una piccola minoranza ebraica poteva essere concepibile solo grazie al trasferimento forzato della popolazione autoctona esistente oltre all’insediamento di nuovi coloni ebrei. Ai palestinesi autoctoni che riuscirono a restare all’interno dei confini di ciò che divenne Israele, l’identità nazionale venne relegata a un rango inferiore. Per esempio, l’articolo 2 della State Education Law afferma che : “L’obiettivo dell’educazione dello Stato è di…educare ogni bambino ad amare…la sua nazione e la sua terra…rispettare il suo patrimonio culturale, la sua identità nazionale…trasmettere la storia della Terra di Israele e….insegnare….la storia del popolo ebraico, l’eredità culturale e la tradizione ebraica….” [3]. Oltre a essere oggetto di una discriminazione istituzionalizzata, questi palestinesi che riuscirono a rimanere all’interno della parte della Palestina storica usurpata nel 1948 – dei quali oggi ce n’è più di 1,2 milioni – sono costretti a essere cittadini di uno stato in cui sono inelegibili per nazionalità. 

Come accennato in precedenza, tuttavia, la principale manifestazione dell’apartheid sionista è costituita dal trasferimento forzato della popolazione. L’obiettivo di costituire e mantenere uno stato ebraico su un territorio a predominanza non-ebraica venne realizzato con la forza, trasferendo la maggioranza della popolazione non-ebraica. Oggi, quasi il 70% del popolo palestinese sparso ovunque nel mondo è costituito da quei palestinesi, o dai loro discendenti, che furono espulsi dal regime israeliano. [4] L’idea del “trasferimento” nel pensiero sionista è stata descritta in modo preciso da Nur Masalha nel suo testo determinante Expulsion of the Palestinians: the Concept of ‘Transfer’ in Zionist Political Though ,1882 –1948. ed è racchiusa nelle parole di Israel Zangwill, uno dei primi pensatori sionisti che, nel 1905, affermò che “Se vogliamo dare una patria a un popolo senza una patria, è follia pura permettere che sia la patria per due popoli.” [5] Yosef Weitz, ex direttore del Dipartimento delle Terre del Fondo Nazionale Ebraico, fu ancora più esplicito quando, nel 1940, scrisse che: 

“…Deve essere chiaro che nel paese non c’è spazio per entrambi i popoli (….) l’unica soluzione è una Terra di Israele, per lo meno una Terra di Israele ad occidente senza arabi. Qui non c’è spazio per il compromesso. (….) Non c’è altra possibilità che quella di trasferire gli arabi da qui nei paesi limitrofi (…). Non deve rimanere neppure un villaggio, neppure una tribù (beduina).” [6] 

Diritti ed etica non dovevano creare ostacoli, o come sostenne David Ben-Gurion nel 1948, “La guerra ci darà la terra. I concetti di “nostro”, “non nostro” sono solo concetti di pace e in guerra perdono il loro significato.”[7] 

L’essenza del sionismo, pertanto, è giustamente condensata nella creazione e nel rafforzamento di una specifica identità nazionale ebraica, nell’acquisizione della massima quantità di terra palestinese, accertandosi che su di essa resti il minor numero di persone non-ebree, e che vi venga insediato il maggior numero possibile di cittadini ebrei. In altre parole, il sionismo, fin dall’inizio, rese necessario un trasferimento della popolazione nonostante i suoi brutali requisiti e le conseguenze. 

Il movimento sionista, quando nel 1897 allestisce la scena per colonizzare il Mandato Britannico sotto il motto: “un popolo senza terra otterrà una terra senza popolo”, si trovò di fronte tre ostacoli principali: 

  • il popolo autoctono palestinese che viveva in quel territorio,
  • le proprietà palestinesi e i diritti sulla terra all’interno di tale territorio,
  • il numero insufficiente di ebrei in quel territorio. 

Per superare questi tre ostacoli, esso dovette creare un sistema giuridico al fine di mantenere lo status quo da poco costituito. Il movimento sionista, e più tardi Israele, non ebbe alcun interesse a creare semplicemente un sistema di dominio di un gruppo “razziale” su di un altro. L’obiettivo di Israele non fu, e non è tuttora, quello di sfruttare la forza lavoro indigena o semplicemente di limitare la sua partecipazione politica e sociale. Lo scopo fu quello di costituire, piuttosto, prevalentemente per il popolo ebraico, uno stato ebraico-sionista omogeneo. Questo risultò evidente fin dai primi anni del movimento sionista, dimostrato dal fatto che Israele non ha fino ad ora confini definiti. Come spiegato da Golda Meir , “i confini vengono determinati da dove vivono ebrei e non da dove c’è una linea su una mappa.” [8] Questa affermazione, insieme ai famosi scritti di Ben Gurion del 1937, che “il trasferimento forzato degli arabi dalle valli del previsto stato ebraico potrebbe darci qualcosa che non abbiamo mai avuto….Dobbiamo tener fede a questa conclusione, allo stesso modo che abbiamo ghermito la Dichiarazione Balfour, più di quello, nello stesso modo in cui ci siamo aggrappati al sionismo stesso,” [9] offre infinite possibilità per l’espulsione dei palestinesi dal territorio e l’insediamento di coloni ebrei. Come illustrato da Nur Masalha, tra il 1930 e il 1948 il movimento sionista progettò nove piani diversi per il trasferimento forzoso della popolazione autoctona palestinese, a cominciare dal Weizmann Transfer Scheme del 1930, fino al Piano Dalet eseguito nel 1948. [10] 

Al fine di affrontare i tre ostacoli individuati in precedenza, il movimento sionista dette inizio ad una serie di misure fattive e preventive sotto forma di leggi, prassi e politiche. In seguito, verranno sviluppate brevemente le più importanti di tali misure: 

Migrazione privilegiata 

Per garantire un numero sufficiente di ebrei nel territorio colonizzato, nel 1950, venne adottata la Legge Israeliana del Ritorno. Essa prevede che ogni ebreo nel mondo ha il diritto alla “nazionalità ebraica” e può immigrare in Israele e acquisirvi la cittadinanza israeliana. Secondo la Legge del Ritorno un cittadino ebreo è “…nato da madre ebrea o si è convertito al giudaismo e che non è membro di un’altra religione.” [11] L’Articolo 4 (a) della Legge del Ritorno stabilisce “i diritti di un ebreo ai sensi della presente legge e i diritti di un oleh [12] secondo la Legge sulla Cittadinanza , così come i diritti di un oleh secondo qualsiasi altro decreto legislativo vengono attribuiti, inoltre, al figlio o al nipote di un ebreo, alla moglie di un ebreo, alla moglie del figlio di un ebreo o alla moglie del nipote di un ebreo, fatta eccezione per le persone che sono state ebree e hanno cambiato volontariamente la loro religione.” [13] Perciò, da un lato, i cittadini ebrei godono del diritto di ingresso in Israele anche se non vi sono nati e non hanno alcun legame di sorta in Israele. Dall’altro, i palestinesi, la popolazione originaria del territorio, sono esclusi dalla Legge del Ritorno , per il fatto che non sono di origine nazionale ebraica, e come tali non godono dello status giuridico di cittadini secondo una qualsiasi altra legge israeliana; e non hanno alcun diritto automatico di ingresso nel paese. 

                    

Questa legge mira a facilitare e agevolare l’immigrazione di ebrei in Israele al fine di realizzare lo stato ebraico concepito dal sionismo. Accanto a questo, l’Organizzazione Mondiale Sionista gioca un ruolo importante nella migrazione ebraica in Israele e nei Territori Palestinesi Occupati. Gli obiettivi di questa organizzazione vennero formulati prima della creazione dello Stato di Israele e furono rafforzati nel 1952 quando il parlamento israeliano approvò la “Legge sullo Status dell’Organizzazione Sionista” e la firma di un patto tra il governo di Israele e l’Esecutivo Sionista, secondo il quale le principali aree di competenza dell’organizzazione rimanevano quelle legate all’immigrazione, all’incorporamento e all’insediamento di ebrei nel territorio della Palestina storica. [14] 

Diritti di proprietà. [15] 

Correlata con il secondo ostacolo sopraccitato, la Legge Israeliana della Proprietà dell’Assente del 1950 venne utilizzata per confiscare proprietà palestinesi che appartenevano giuridicamente a profughi palestinesi espulsi con la forza e a persone dislocate all’interno. Il termine ‘assente’ venne definito in modo tanto ampio da includere non solo i palestinesi che erano fuggiti dal neo costituito stato di Israele, ma anche coloro che erano scappati dalle loro case pur rimanendo all’interno dei suoi confini. [16] In effetti, il termine includeva anche molti ebrei. Tuttavia, una disposizione apparentemente neutrale dal punto di vista razziale esonerò gli assenti che avevano lasciato le loro case per, tra le altre cose, “paura dei nemici di Israele” - escludendo così di fatto la popolazione ebraica dall’applicazione della legge. [17] Una volta confiscata, questa terra diveniva proprietà dello Stato. [18] 

La Legge Israeliana sull’Acquisizione della Terra , del 1953, venne emendata al fine di completare il trasferimento allo Stato delle terre palestinesi confiscate che non erano state abbandonate durante gli attacchi del 1948. Secondo le parole dell’ex ministro delle finanze Elilezer Kaplan, lo scopo era”….quello di infondere legalità ad alcuni atti compiuti durante e dopo la guerra.” [19] Un processo quasi identico ebbe luogo nei Territori Palestinesi Occupati a seguito dell’occupazione del 1967. Come in Israele, “l’acquisizione di terre palestinesi procede[tte] parallelamente lungo linee diverse.” [20] 

Come risultato della strategia complessiva israeliana riguardante il territorio, oggi, i palestinesi posseggono solo una minima percentuale dei terreni che costituirono il Mandato o la Palestina storica. [21] L’espansione delle località palestinesi esistenti in Israele e nei Territori Palestinesi Occupati è stata ridotta drasticamente a seguito della politica di pianificazione altamente discriminatoria di Israele. Fin dall’occupazione della West Bank e della Striscia di Gaza nel 1967, Israele non ha permesso la costituzione di nuove municipalità palestinesi. [22] L’Ordine Militare 418 creò un regime di pianificazione e costruzione che dà allo Stato di Israele il pieno controllo in tutti i settori legati alla pianificazione e allo sviluppo nei Territori Palestinesi Occupati. Di conseguenza, le comunità palestinesi si trovano spesso separate dalle loro terre circostanti. Al contrario, perfino le più piccole località ebraiche hanno piani edilizi dettagliati e regolamenti riguardanti l’uso del territorio.[23] Per riassumere la situazione: “Lo spazio israeliano è stato molto dinamico, ma i cambiamenti sono avvenuti principalmente in una direzione: gli ebrei espandono il loro controllo territoriale con una molteplicità di mezzi che comprendono un continuo processo di colonizzazione, mentre i palestinesi sono racchiusi all’interno di uno spazio geografico immutato.” [24] 

Trasferimento forzato della popolazione 

L’ostacolo principale per il movimento sionista, i palestinesi stessi, nel corso degli ultimi sei decenni è stato affrontato in vari modi. Più di sette milioni di palestinesi sono stati espulsi con la forza – compresi i loro discendenti – dalle loro case e le leggi israeliane, come la Legge per la Prevenzione dell’Infiltrazione, del 1954, e gli Ordini Militari 1649 e 1650 [25] hanno proibito ai palestinesi di ritornare legalmente in Israele o nei Territori Palestinesi Occupati. Questa evacuazione forzata, deliberata e pianificata, equivale a una politica e a una prassi di trasferimento forzato della popolazione palestinese, o pulizia etnica. Questo processo è iniziato prima del 1948 e dura tuttora . 

Tra il dicembre del 1947 e il maggio del 1948, venne espulso quasi mezzo milione di palestinesi. La massima fuoriuscita di profughi avvenne in aprile e ai primi di maggio del 1948, in concomitanza con l’inizio delle operazioni delle organizzazioni sioniste paramilitari. “Il movimento sionista dichiarò la fondazione dello Stato di Israele il 14 maggio 1948, a causa della quale circa 750.000 palestinesi si trasformarono in profughi. La maggior parte di essi venne cacciata dalle forze militari israeliane (compresi i gruppi delle milizie sioniste antecedenti la costituzione dello Stato) usando tattiche che violavano i principi fondamentali del diritto internazionale e dei diritti umani: attacchi ai civili, massacri e altre atrocità; espulsione, distruzione e saccheggio di proprietà.” [26] Nella recente storiografia palestinese questo periodo viene definito come la Nakba, la catastrofe palestinese. 

La Nakba modificò radicalmente la Palestina. Tuttavia, l’idea del trasferimento forzato dei palestinesi autoctoni non si concluse nel 1948 con la creazione dello Stato di Israele, piuttosto essa ebbe inizio quell’anno. Dalla Nakba, quasi ogni anno che passa, si può assistere a un’ondata di espulsioni forzate, dove l’onda in alcuni anni è più alta che in altri. Così, per esempio, durante il 1967, altri 400.000 palestinesi divennero profughi. [27] 

L’evacuazione forzata del popolo palestinese in corso equivale a una politica e a una prassi di trasferimento forzato della popolazione palestinese. Secondo la Sottocommissione sulla Prevenzione della Discriminazione e Protezione delle Minoranze della precedente Commissione per i Diritti Umani: 

“L’essenza del trasferimento di una popolazione resta un movimento…coercitivo sistematico di una popolazione entro o al di fuori di un’area…con l’effetto o lo scopo di alterare la composizione demografica di un territorio, in particolare quando tale ideologia o politica impone il predominio di un certo gruppo su di un altro.” [28] 

Il trasferimento forzato di una popolazione è illegale e ha rappresentato un crimine internazionale fin dalla Risoluzione Alleata sui Crimini di Guerra Germanici , adottata nel 1942. La codificazione più solida e più recente del crimine si trova nello Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale, che definisce chiaramente come crimine di guerra il trasferimento forzato della popolazione e l’insediamento di coloni. [29] 

Al fine di ottenere il trasferimento forzato della popolazione palestinese autoctona al di là dei confini della Palestina storica sono state sviluppate e applicate molte leggi, politiche, prassi di stato israeliane, come pure specifiche azioni di altri soggetti para-statali o privati. Oggi, la pulizia etnica è portata avanti da Israele nella forma di una politica complessiva di trasferimento “silenzioso” e non per mezzo delle deportazioni di massa a cui si è assistito nel 1948 o nel 1967. Questo spostamento è silenzioso nel senso che Israele lo compie cercando di evitare l’attenzione internazionale, spostando un piccolo numero di persone su base settimanale. Esso si distingue dal trasferimento più palese attuato sotto la maschera del conflitto bellico. In questo caso, è importante notare che la politica di trasferimento di Israele non è limitata dai confini geografici di Israele e neppure da quelli dei Territori Palestinesi Occupati. 

Politica di trasferimento silenzioso attuale 

La politica di trasferimento silenzioso è evidente nelle leggi, nelle politiche e nella prassi di Stato. Israele usa il suo potere per discriminare, espropriare e, infine, effettuare il trasferimento forzato della popolazione non-ebraica autoctona dall’area della Palestina storica. Per esempio, il sistema israeliano di pianificazione e di zonizzazione territoriale ha costretto 93.000 palestinesi di Gerusalemme Est a costruire senza un adeguato permesso in quanto l’87% di tale area è interdetta all’uso da parte dei palestinesi e la maggior parte del rimanente 13 % è già edificata. [30] Dal momento che la popolazione palestinese di Gerusalemme è in costante aumento, essa si è dovuta espandere in zone non assegnate da parte dello Stato di Israele per la dimora di palestinesi. Ora, tutte queste case sono sotto la costante minaccia di essere demolite dall’esercito o dalla polizia israeliana, la qual cosa lascerà gli abitanti senza tetto e sfollati. 

Un altro esempio è Piano Prawer, già approvato dal governo, che prevede il trasferimento forzato di 30.000 cittadini palestinesi di Israele a causa della politica di allocazione israeliana che non ha riconosciuto oltre 35 villaggi palestinesi situati nel Naqab (Negev). [31] Israele considera gli abitanti di quei villaggi intrusi illegali e abusivi e, in quanto tali, questi si trovano a dover affrontare l’imminente minaccia di trasferimento. Tutto ciò nonostante il fatto che in molti casi queste comunità sono precedenti allo stesso Stato di Israele. 

La Corte Suprema di Israele ha rafforzato l’obiettivo sionista di ripulire la Palestina dalla sua popolazione autoctona con la sentenza del 2012 che vieta l’unificazione familiare tra palestinesi con cittadinanza israeliana e le loro controparti attraverso e oltre la Linea Armistiziale del 1948. L’effetto di questa sentenza è stato che i palestinesi con status residenziali diversi – quali i cittadini israeliani, quelli con carta d’identità di Gerusalemme, della West Bank o di Gaza, in tutti i casi rilasciati da Israele, non possono vivere legalmente insieme su entrambi i lati della Linea Armistiziale del 1948. Essi sono quindi di fronte alla scelta tra vivere all’estero, vivere separati l’uno dall’altro o rischiare, vivendo insieme illegalmente. [32] Un sistema di questo tipo viene utilizzato come un ulteriore mezzo per trasferire di forza i palestinesi, cambiando così la demografia di Israele e dei Territori Palestinesi Occupati a favore di una popolazione prevalentemente ebraica. Questi intenti demografici sono riflessi nell’argomentazione della Corte a proposito della sua decisione, dove si affermava che: “…i diritti umani non sono una ricetta per un suicidio nazionale.” [33] Questo ragionamento è stato inoltre fatto proprio dal parlamentare della Knesset Otniel Schneller che ha dichiarato che “La decisione articola la logica della separazione tra i [due] popoli e la necessità di conservare una maggioranza ebraica…e il carattere….” [34] Questo illustra ancora una volta l’immagine che ha di sé lo Stato israeliano, di uno Stato ebraico con un diverso set di diritti per gli abitanti ebrei e per quelli non-ebrei, specialmente se palestinesi. 

Nazionalità ebraica. 

Tutti i diversi mezzi con cui Israele dà il via all’evacuazione dei palestinesi sono connessi al concetto centrale di nazionalità ebraica, in quanto questo è il meccanismo giuridico che consente e garantisce la costante discriminazione contro la popolazione non ebraica. Questo stesso concetto è il legame tra il sionismo e il “diritto” costruito della nazione ebraica di stabilirsi e occupare il territorio della Palestina storica. In altre parole, il concetto di nazionalità ebraica è il perno del regime israeliano di apartheid in quanto affronta entrambi gli obiettivi del sionismo: la creazione e la conservazione di una specifica identità nazionale ebraica e la colonizzazione della Palestina storica, attraverso la combinazione dell’insediamento di coloni ebrei e il trasferimento forzato di tutti gli abitanti non-ebrei. 

Il modo in cui questo concetto prende corpo divenendo legge è attraverso la separazione della cittadinanza (‘israeliana’) dalla nazionalità (‘ebraica’). Tale separazione è stata confermata nel 1972 dalla Corte Suprema Israeliana. [35] tale distinzione permette a Israele di discriminare i suoi cittadini palestinesi e, ancor più gravemente, i profughi palestinesi, garantendo che determinati diritti e privilegi siano subordinati alla nazionalità ebraica. La principale fonte di discriminazione nei confronti dei profughi palestinesi ha origine dalla Legge Israeliana del Ritorno, del 1950, e dalla Legge sulla Cittadinanza Israeliana, del 1952, che concedono automaticamente la cittadinanza a tutti coloro che sono di nazionalità ebraica, ovunque essi risiedano, mentre impedisce nel contempo ai profughi palestinesi il ritorno in tale territorio e di risiedervi legalmente. Il regime israeliano ha sostanzialmente diviso il popolo palestinese in vari status giuridico-politici distinti, come mostrato negli esempi riportati qui sotto. Nonostante le loro classificazioni diverse in base al diritto israeliano, i palestinesi mantengono su tutta la linea uno status inferiore a quello dei cittadini di nazionalità ebraica che vivono all’interno dello stesso territorio o al di fuori. 

“Categoria 1: status privilegiato: 

  • cittadini di nazionalità ebraica che vivono all’estero o in Israele. Diritti politici, sociali ed economici completi e pieno accesso ai benefici 

Categoria 2: status inferiore: 

  • Cittadini palestinesi di Israele che vivono all’estero o in Israele. Diritti inferiori e limitato accesso ai benefici.
  • Palestinesi dei Territori Palestinesi Occupati che vivono sotto occupazione. Negazione/limitazione dei diritti: nessuno/rigidamente limitato diritto di ingresso in Israele/spostamento all’interno dei territori, nessuno/rigidamente limitati diritti politici, sociali ed economici.
  • Profughi palestinesi che vivono all’estero. Espulsi con la forza, apolidi e senz’alcun diritto al ritorno alle loro case. “[36] 

La via da seguire 

Di conseguenza, Israele non si accontenta del semplice dominio sui palestinesi autoctoni, ma persegue piuttosto la loro evacuazione forzata. In questa luce, qualsiasi discussione sulla situazione in Palestina deve considerare che la questione principale gira attorno alla vita e ai diritti degli attuali profughi palestinesi, nonché alla prevenzione di future espulsioni forzate. 

Questo è il motivo per cui è molto importante cercare soluzioni radicate in un rigoroso approccio basato sui diritti. Un approccio basato sui diritti potrebbe essere meglio descritto sulla base normativa degli standard internazionali sui diritti e operativamente diretti a promuovere e tutelare tali diritti. “Nell’ambito di un approccio basato sui diritti, i piani, le politiche e i programmi sono ancorati a un sistema di diritti e corrispondenti doveri stabiliti dal diritto internazionale”. [37] Pertanto un approccio basato sui diritti dovrebbe integrare le norme, gli standard e i principi del sistema dei diritti internazionali nei piani, nelle politiche e nei processi miranti a soluzioni per lo specifico conflitto a portata di mano. Nel caso della Palestina e di Israele, per giungere a una soluzione duratura e giusta, questo approccio potrebbe ricercare soluzioni basate sul diritto internazionale, piuttosto che fare affidamento sui negoziati. L’applicazione del diritto e dello standard internazionale dovrebbe essere una rivendicazione e non può essere chiesta tramite negoziati. Semplicemente parlando, come in qualsiasi altro caso di violazione di una legge sia a livello nazionale che internazionale, l’autore del reato non dovrebbe conseguire una posizione privilegiata, attraverso i negoziati, tale da riformulare il conflitto e le possibili soluzioni per lo stesso. Questo dovrebbe essere lasciato alla legge stessa, oltre a eventuali corti o comitati. Allo stesso modo in cui si dovrebbe lasciare ai tribunali nazionali decidere su di un furto, i reati internazionali dovrebbero essere perseguiti con la stessa serietà e determinazione. In altre parole, le violazioni del diritto internazionale dovrebbero soddisfare lo stesso standard delle violazioni della legge all’interno del contesto nazionale. 

In realtà, questa continua mancanza di responsabilità da parte israeliana per quanto riguarda la situazione in Palestina – Israele mina la legittimità del diritto internazionale, in particolare dei diritti umani, del diritto umanitario e del diritto penale internazionale. E’ quindi il momento di garantire che in diritto internazionale sia più di una retorica sola utopica, bensì un sistema giuridico solido che protegge i diritti , stabilisce obblighi e, soprattutto, che crea realtà che rispecchiano i suoi valori e i suoi principi fondamentali. 

Note
[1] Mitchell Geoffrey Bard and Moshe Schwartz, One Thousand One Facts Everyone Should Know About Israel (Rownan & Littlefield , 2005), p.1 

[2] Ilan Pappe, “Zionism as Colonialism: A Comparative View of Diluted Colonialoism in Asia and Africa”, South Atlantic Quarterly 107:4 (Fall 208), pp. 611-633, p.612. 

[3] Artiche 2 of The Israeli State Education Law 1953 (amended in 2000). 

[4] BADIL Resource Center of Palestinian Residency and Refugee Rights, Palestinian Refugees and Internally Displaced Persons Survey of 2008 – 2009 (BADIL 2009). 

[5] Nur Masalha, Expulsion of the Palestinians: The Concept of “Transfer” in Zionist Political Thought, 1882 – 1948 (Istitute for Palestine Studies, 1992),p.10. 

[6] Benny Morris, 1948 and After: Israel and the Palestinians (Oxford University Press, 1994), p.121. 

[7] Masalha, p.180. 

[8] Noam Chomsky, “Middle East Diplomaci: Continuities and Changes”, Z Magazine (december 1991). 

[9] Nur Masalha, Expulsion of the Palestinians: The Concept of “Transfer” in Zionist Political Thought, 1882 – 1948 (Istitute for Palestine Studies, 1992), p.210. 

[10] Ibid, p.140. 

[11] Joseph Schechla, The Consequences of Conflating Religion. Race, Nationality, and Citizenship, al Majdal, Winter-Spring 2010, 14. 

[12] An oleh is a Jewish term referring to a Jew who is immigrating to Israel. 

[13] See, for example, the reports of the UN Special Rapporteur Prof. John Dugard to the Human Rights Council: A/HRC/4/17 and A/HRC/7/17. 

[14] Ambica Bateia, “Israel’s Discriminatory Laws”, BADIL Bulletin N° 26 (September 2012). 

[15] This section is based on a forthcoming paper by BADIL on the issue of land, planning and zoning laws in the context of Israel and OPT. On file with author. 

[16] Forman, G. and Kedar, A. “From Arab Land to ‘Israel Lands’: The Legal Dispossession of the Palestinians Dispaced by Israel in the Wake of 1948”, Envirnoment and Planning D; Society and Space, Vol 22 (2004), p. 814. 

[17] Ibid. 

[18] See Salman Abu Sitta, “Dividing War Spoils: Israel’s Seizure, Confiscation and Sale of Palestinian Property” (August 2009), available at: http://www.plands.org/store/pdf/Selling%20Refugees%20Land.pdf. 

[19] See Forman and Kedar,p.820. 

[20] Dajani, S., Ruling Palestine – A History of the Legally Sanctioned Jewish-Israeli Seizure of Land and Housing in Palestine (2005), p. 78. 

[21] See BADIL, “Palestinian Refugees and Internally Displaced Persons Survey of 2008 - 2009” (2009). 

[22] See Salman Abu Sitta,Tthe Palestinian Nakba 1948 (The Palestinian Return Centre 2000). 

[23] See A. Cohen-Liftshitz and N. Shalev, The Prohibited Zone: Israeli Planning Policy in the Palestinian Villages in Area C (Bimkom, Jerusalem: 2008). 

[24] Kedar, S., Khamaisi, R., and Yiftachel, O., “Land and Planning” in After the Rift: New Directions for Government Policy Towards the Arab Population in Israel (Ghanem, A., Rabinowtiz, D., and Yiftachel, O. eds), p. 17. 

[25] Al-Haq, “Al-Haq’s Legal Analysis of Israeli Military Orders 1649 & 1650: Deportation and Forcible Transfer as International Crimes” (April 2010), available at:http://www.alzaytouna.net/english/Docs/2010/Al-Haq-April2010-Legal-Analysis.pdf. 

[26] BADIL Resource Center for Palestinian Residency and Refugee Rights, “Al-Nakba: The Continuing Catastrophe”, BADIL Occasional Bulletin No. 17 (May 2004). 

[27] See BADIL Resource Center for Palestinian residency and refugee rights, Palestinian Refugees and Internally Displaced Persons Survey of 2008-2009 (BADIL 2009). 

[28] See the human Rights Dimensions of Population Transfer including the Implantation of Settlers, Preliminary Report prepared by A.S. al-Khawasneh and R. Hatano. Commission on Human Rights Sub-Commission on Prevention of Discrimination and Protection of Minorities, Forty-fifth Session, 2-27 August 1993, E/CN.4/Sub.2/1993/17, 6 July 1993, paras. 15 and 17, pp. 27-32. 

[29] Emily Haslam, “Unlawful Population Transfer and the Limits of International Criminal Law”, The Cambridge Law Journal Vol. 61, No. 1 (March 2002), pp. 66-75. 

[30] OCHA-OPT, Demolitions and Forced Displacement in the Occupied West Bank (2012). 

[31] See Adalah, “The Prawer Plan and Analysis” (October 2011), at: http://www.adalah.org/upfiles/2011/Overview%20and%20Analysis%20of%20the%20Prawer%20Committee%20Report%20Recommendations%20Final.pdf. 

[32] See HCJ 466/07, MK Zahava Galon v. The Attorney General, et al. (petition dismissed 11 January 2012). 

[33] Ben White, “Human rights equated with national suicide”, Aljazeera (12 January 2012) at: http://www.aljazeera.com/indepth/opinion/2012/01/20121121785669583.html. 

[34] Ibid. 

[35] George Raphael Tamarin v State of Israel 1972. 

[36] Ambica Bathia, “Israel’s Discriminatory Laws”, BADIL Bulletin No. 26 (September 2012). 

[37]See among others, OHCHR, “APPLYING A HUMAN RIGHTS-BASED APPROACH TO CLIMATE CHANGE NEGOTIATIONS, POLICIES AND MEASURES” (2007), available at: http://www.ohchr.org/Documents/Issues/ClimateChange/InfoNoteHRBA.pdf


(tradotto da mariano mingarelli)