Made in Britain

Ammon News
14.05.2013
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Made in Britain

1° maggio. In piedi, sotto il sole di Londra, di fronte al Ministero degli Esteri sono stato percorso da un tremito al ricordo della strage di Ein El Zeytoun di 65 anni fa.
 

di Jafar M. Ramini

A quell’epoca, Ein El Zeytoun, come Deir Yassin, e molti altri villaggi e città palestinesi, vennero spazzati via dalla faccia della terra. L’intera popolazione venne massacrata da gruppi terroristici ebraici mentre le forze mandatarie britanniche guardavano da un’altra parte. Mi viene in mente la citazione di Edmund Burke: “Perché il male prosperi”, ha scritto, “è sufficiente che un paio d’uomini guardino da un’altra parte.”
                 

                  Lord Palmeston, dibattito al parlamento britannico

 

Travolto dalla tristezza e dal ricordo di ciò che è andato perduto ed è stato distrutto, ho cominciato a riflettere sul ruolo disonorevole che ha giocato l’establishment britannico e tuttora gioca nella catastrofe che continua a svolgersi in Palestina. Ciò che noi chiamiamo la Nakba. 

Molti credono che la Nakba sia iniziata nel 1948. Dopo aver visto su AlJazeera il documentario pluripremiato e che apre gli occhi “Al Nakba”, trasmesso per la prima volta nel 2008 e che viene riproposto ora, mi permetto di dissentire. Se la Nakba significa l’espulsione dei palestinesi e la confisca con la forza delle loro terre, allora la Nakba è iniziata molto prima del 1948. 

In effetti, ebbe inizio nel 1840, quando l’allora ministro degli Esteri britannico, Lord Palmeston, scrisse al suo ambasciatore a Costantinopoli, invitandolo a sollecitare il sostegno degli Ottomani, che allora governavano la Palestina, perché rendessero possibile l’immigrazione ebraica nel paese. A quel tempo, in Palestina, agli stranieri non era permesso possedere terreni e gli ebrei erano meno di 3.000. 

In anticipo, avanti la formazione dell’Organizzazione Sionista Mondiale del 1897, quando la Palestina venne destinata prima volta ad essere l’opzione prescelta per la creazione di una patria ebraica. Theodor Herzl, il fondatore del sionismo, fece delle avance al sultano dell’ormai cadente Impero Ottomano, Abdul Hamid II, chiedendo se la Palestina poteva essere messa in vendita; questa fu la sua risposta: 

“Si prega di avvisare il dottor Herzl di non fare alcun passo serio su questa questione. Non posso cedere nemmeno un piccolo pezzo di terra in Palestina. Non è qualcosa che è di mia proprietà in quanto parte del mio patrimonio personale. Infatti, la Palestina appartiene alla nazione musulmana nel suo complesso. 

Il mio popolo ha lottato col suo sangue e col suo sudore per proteggere questa terra. Che gli ebrei si tengano i loro milioni e non appena il Califfato un giorno venga fatto a pezzi possono prendersi la Palestina senza dover pagare. E’ meno doloroso che il bisturi tagli il mio corpo piuttosto che essere testimone che la Palestina viene distaccata dal Califfato e questo non accadrà.” Sultano Abdul Hamid II. 

Avendo fallito nel loro tentativo, andava trovata un’alternativa. E questa era, naturalmente, l’Impero Britannico. 

Vennero inviati in Palestina due rabbini eruditi per verificare la fattibilità del progetto. La loro conclusione fu, cito: “La sposa è bella, ma è sposata a un altro uomo.” 

Ciò di cui i due rabbini si resero conto fu che “l’altro uomo” era rappresentato da una società palestinese consolidata e avanzata, saldamente radicata alla propria terra. 

Questo per quanto riguarda il grido di battaglia dei sionisti, “Una terra senza un popolo, per un popolo senza terra.” 

Nel 1907, l’Impero Ottomano era considerato “l’ammalato dell’Europa”. D’altronde, l’Impero Britannico era al culmine della sua potenza. Anticipando il vuoto in Arabia che avrebbe richiesto di essere colmato alla scomparsa degli ottomani, gli inglesi stabilirono che i loro interessi sarebbero stati preservati dalla creazione di un nuovo stato in Palestina, favorevole all’Europa, ma avverso ai propri vicini. I sionisti videro l’opportunità per la loro proposta di una patria per gli ebrei e la colsero con entrambe le mani. 

Nello stesso anno, Chaim Weizmann, uno dei primi sionisti inglesi e destinato a diventare successivamente il primo presidente di Israele, visitò la Palestina e nell’arco di tre anni acquistò migliaia di dunam di terreni, per lo più da proprietari assenteisti arabi, in Marj ibn Amer, la parte più fertile della Palestina e mio luogo di nascita. 

Questa vendita, fatta al Fondo Nazionale Ebraico, portò terribili conseguenze ai contadini palestinesi. Essi vennero rimossi con la forza dalla loro terra e da un giorno all’altro si trovarono a essere senza casa, senza meta e senza prospettive. Per me, questo è il momento in cui ebbe inizio la Nakba. 

Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, nel 1914, gli inglesi erano alla ricerca di collaborazionisti favorevoli in Arabia per assicurarsi la vittoria contro gli ottomani e stabilire una salda presenza in Arabia. Li trovarono in Sharif Hussein Bin Ali della Mecca che delegò il compito a suo figlio, il principe Faisal ibn Al Hussein. 

Il principe Faisal si offrì di agevolare lo sforzo bellico in cambio della libertà e dell’indipendenza degli arabi. Non si fermò lì. Come edulcorante offrì la Palestina come patria per gli ebrei. Questo venne ribadito, dopo la guerra, nel corso di un incontro tra il principe Faisal e Chaim Weizmann a Parigi e il documento divenne noto come l’accordo Faisal/Weizmann. 

Fu il calcio d’inizio di una litania di tradimenti e capitolazioni arabe all’occidente e al sionismo. Per non essere da meno nella partecipazione al tradimento dei suoi rivali, gli Hashemiti dell’Hijaz, il sultano Abdul Aziz al Saud scrisse all’Alto Commissario britannico a Bagdad, Sir Percy Cox: 

“Io sono il sultano Abdul Aziz Bin Abdul Rahman Al Saud al-Faisal accordo e riconosco mille volte a Sir Percy Cox, delegato della Gran Bretagna, di non avere alcuna obiezione a concedere la Palestina ai poveri ebrei o anche ai non-ebrei, e non violerò mai i suoi [GB] ordini.” 

E’ ironico il fatto che gli ottomani, a quel tempo nostri governanti, versassero del sangue per proteggerci, mentre i nostri fratelli arabi facevano di tutto per dare via la Palestina. 

Nel 1915, venne presentato al governo britannico un memorandum segreto dal titolo “Il futuro della Palestina”. Fu redatto da Sir Herbert Samuel, il primo sionista designato a diventare un ministro del governo britannico, che, sorprendentemente, sconsigliò la fondazione al momento di una patria ebraica in Palestina, ma propose che, dopo la guerra, la Palestina fosse annessa all’Impero Britannico, con una certa propensione nei confronti della fondazione di una terra-patria di tale tipo. 

Il 2 novembre 1917, è la data scolpita nel cuore di tutti i palestinesi, in cui l’infame Dichiarazione di Balfour, scritta sotto forma di lettera, venne inviata a Lord Walter Rothschild. Nella sua infinita saggezza, il governo britannico sostenne in modo energico la promessa di fondare una casa ebraica in Palestina e ignorò del tutto quella di proteggere i diritti della popolazione indigena palestinese. A quel tempo, la Palestina era per il 10% ebraica e per il 90% arabo-palestinese, cristiana e musulmana. 

Nel documentario di Al Jazeera, lo storico ebreo Avi Slaim ha detto: 

“La Gran Bretagna non aveva alcun diritto morale, politico o giuridico di promettere a un altro popolo la terra che apparteneva agli arabi. La Dichiarazione di Balfour era sia immorale che illegale.” 

Quello che trovo interessante è la presa di posizione dell’amministrazione americana del presidente Woodrow Wilson. 

Alla fine della Prima Guerra Mondiale, egli inviò in Medio Oriente una delegazione per indagare sulla situazione in Palestina. La relazione fu decisiva, in quanto affermò che se l’America voleva aderire ai principi dell’autodeterminazione, allora il fatto che 9/10 della popolazione fosse non ebrea e assolutamente non contraria alla proposta, allora il progetto andrebbe cancellato. Il rapporto proseguiva affermando che, se il programma sionista dovesse procedere, occorrerebbe una forza di almeno 50.000 soldati solo per dare inizio al piano. “Alla luce di tutte queste considerazioni, il progetto di fare della Palestina un commonwealth ebraico distinto andrebbe abbandonato.” 

Non posso fare a meno di chiedermi che cosa sia successo alla fibra morale degli Stati Uniti da allora a oggigiorno. 

Nel 1922, a seguito dell’Accordo Syces-Picot, la Palestina venne posta sotto Mandato Britannico. Il suo primo Alto Commissario, lo stesso sionista britannico, Sir Herbert Samuel, si accinse a rendere effettivi tutti i caratteri distintivi di uno stato ebraico, sotto gli auspici di quella che venne chiamata patria ebraica. 

L’ebraico diventò una lingua ufficiale, venne istituito un sistema educativo ebraico separato, si costituirono ministeri ebraici per l’energia, l’acqua, l’elettricità e, più importante di tutti, venne instaurato un esercito ebraico con accesso all’addestramento e all’equipaggiamento britannico. Alla città di Tel Aviv fu concesso uno status autonomo. Durante l’incarico di Samuel, l’immigrazione in Palestina crebbe a rotta di collo. Ma raggiunse il suo picco nel 1933 quando emigrarono in Palestina 175.000 ebrei. Tutto questo accadeva mentre ai palestinesi venivano negati libertà e diritti civili. 

E questa non fu una Nakba? 

Nel 1929, i palestinesi vessati sfoderarono il primo atto di sfida. Annunciarono uno sciopero generale e innalzarono bandiere nere. La risposta del governo britannico nei confronti di quella legittima protesta fu quella di impiccare i tre leader della resistenza: Hijazi, Zeir e Jamjoun. 

Le loro tombe si trovano ancora ad Acri con il messaggio ai leader arabi: 

“Mai fidarsi degli stranieri.”
Se solo i leader arabi li avessero ascoltati allora. E li ascoltassero ora. 

Ciò nonostante le atrocità continuarono. A migliaia vennero arrestati e a centinaia furono assassinati. Vennero demolite case e la vita dei palestinesi venne resa impossibile. 

E’ qualcosa che vi suona familiare? 

Persino l’ex sindaco 80enne di Gerusalemme, Qassim al-Husseini, venne percosso tanto pesantemente dai soldati britannici che ne morì per le ferite. 

Un alto funzionario di polizia britannico, John Faraday, venne denunciato dai suoi subalterni come ingiustificatamente brutale e crudele. La risposta delle autorità britanniche fu la concessione a Faraday della Medaglia della Reale Polizia, come encomio per il suo ruolo in Palestina. 

Ricordo che la mia defunta madre diceva che in quel periodo cruciale in Palestina, quando i britannici facevano costantemente irruzione nelle case di coloro che erano sospettati di resistenza, se veniva rinvenuta anche solo una cartuccia scarica, il capo famiglia veniva gettato in prigione. 

Nel 1936, un altro scioperò durò sei mesi, il più lungo nella storia. Ciò che ne seguì fu a dir poco disastroso. I colleghi arabi esortarono la leadership palestinese a recedere, sedersi al tavolo dei negoziati e dare ai britannici il beneficio del dubbio. L’ironia in tutto ciò sta nel fatto che ora, a 70 anni di distanza, stiamo ancora aspettando che quelle buone intenzione si materializzino. 

Tra il 1936 e il 1937, i britannici uccisero 1.000 palestinesi, mentre furono uccisi 37 britannici e 69 ebrei. 

Come ricompensa ai palestinesi per essere stati “ragionevoli”, Lord Peel, capeggiò una Commissione Reale sulla Palestina e offrì un piano di spartizione in tre parti. Un terzo doveva essere lo stato ebraico, due terzi uno stato arabo fuso con la Transgiordania, e l’area tra Gerusalemme e Jaffa che rimaneva territorio sotto mandato. 

Ai sionisti piacque la proposta Peel in quanto si accordava ai loro progetti di pulizia etnica della Palestina. Il principio del trasferimento avrebbe portato a uno stato ebraico al 100%. Quando la leadership palestinese respinse il piano i britannici sciolsero l’alto comando ed esiliarono i suoi leader, lasciando i palestinesi privi dei capi a difendere se stessi. Questo per quanto riguarda il processo democratico. 

Qualcuno potrebbe chiedere, perché i palestinesi hanno rifiutato il Piano Peel? Tutto bene con il senno di poi. Perché “non avrebbero dovuto quando possedevano già il 94% della terra? Sicuramente la giustizia avrebbe prevalso. Naturalmente non lo fece.” 

Fingendo di accettare il Piano Peel, e facendo apparire di essere magnanimi, i sionisti accelerarono la pulizia etnica e il furto delle terre palestinesi che proseguì per tutta la Seconda Guerra Mondiale. 

Dopo la guerra, ai sionisti non piacque il ritmo con cui procedevano i loro piani espansionistici e ritennero che i loro benefattori, le forze britanniche, fossero tra i piedi. Si rivoltarono contro di loro con odio; praticarono il terrorismo, l’incendio, l’assassinio, il più infame dei quali fu l’attentato esplosivo del King David Hotel di Gerusalemme del 1946. Vi rimasero uccise 91 persone, 46 ferite. 

Come si dice, nessuna buona azione resta impunita. 

Nel 1947, ancora una volta le Nazioni Unite decisero la ripartizione della Palestina. Mentre il mondo era sbigottito, sotto shock per quello che era successo agli ebrei e alle altre minoranze durante l’olocausto, le Nazioni Unite, forse per un misto di compassione e senso di colpa, dettero oltre il 56% della Palestina ai sionisti e il 43% ai palestinesi. Il Piano venne respinto da parte araba; i sionisti, mentre facevano finta di accettarlo, proseguirono con la loro campagna di terrore sia contro gli inglesi che i palestinesi, pur ritraendosi come le vittime. 

A questo punto il governo britannico, esausto e logorato agli estremi, decise di tagliare la corda piantando i propri doveri morali e giuridici nei confronti della Palestina. Lasciò la popolazione civile senza protezione, in balia delle forze sioniste.
Nessuno si fece vedere. 

Con la partenza degli inglesi e senz’alcuna forza palestinese o araba credibile a fermarli, i sionisti si lasciarono andare a una frenesia di distruzione e carneficina. Il culmine di tutto ciò venne raggiunto dal più orrendo crimine contro l’umanità, quello che fu il massacro nel villaggio di Deir Yassin. Menachem Begin, leader della banda dell’Haganah che compì tale orrore, più tardi divenuto primo ministro di Israele, considerò il massacro di circa 200 uomini, donne e bambini come una vittoria propagandistica. “Gli arabi cominciarono a fuggire in preda al terrore prima ancora che ci fosse lo scontro con le forze ebraiche. Per le stesse, la leggenda equivalse a mezzo milione di battaglioni.” 

Agli arabi non restò altra possibilità che agire. Gli eserciti arabi mal-equipaggiati e mal-addestrati s’imbarcarono in un’avventura disastrosa che portò alla sconfitta totale delle forze arabe e alla perdita del 78% dell’area della Palestina. Del rimanente 22%, la sponda occidentale del fiume venne occupata dalla Giordania e Gaza dall’Egitto. 

Anche allora la Nakba non fu completa. Per i palestinesi c’erano in serbo altri orrori. Essi continuano ancor oggi a 65 anni di distanza. 

Come osservò lo storico inglese Arnold Toynbee: “La tragedia della Palestina non è solo un fatto locale; è una tragedia per il mondo, in quanto è un’ingiustizia che minaccia la pace mondiale.” 

Il minimo che si possa pensare è che gli inglesi hanno nei nostri confronti, in quanto palestinesi, un enorme debito d’onore che è scaduto da molto tempo. 

(tradotto da mariano mingarelli)