Gli ebrei di Damasco sperano nel ritorno....alla normalità

Nena News
20.04.2013
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Gli ebrei di Damasco sperano nel ritorno...alla normalità

Franklin Lamb, giornalista statunitense, scrive della sua visita alla piccola comunità ebraica di Damasco, da lui incontrata proprio in questo terribile aprile 2012

di Franklin Lamb

Roma, 20 aprile 2013, Nena News - Franklin Lamb, giornalista statunitense, ha scritto di recente un interessante articolo, sulla sua visita alla piccola Comunità Ebraica di Damasco, da lui incontrata proprio in questo terribile aprile 2012. Racconta di aver conosciuto, negli anni giovanili, e poi più avanti durante gli studi e sul lavoro, diversi americani appartenenti alle comunità ebraiche, con i quali aveva stretto belle amicizie. Tuttavia, con il passare degli anni aveva dovuto verificare, una progressiva polarizzazione in senso sionista nella società e nella stessa cerchia dei suoi conoscenti ed amici ebrei, e la radicalizzazione, nella Comunità Ebraica, di sentimenti anti-arabi, anti-islam, filo-sionisti, con forti inclinazioni all'odio, tutti atteggiamenti che negli Stati Uniti, stanno quasi diventando endemici.

         

 

Prosegue poi Lamb nell'articolo: "Avendo dietro di me questo tipo di vissuto rispetto alle comunità ebraiche occidentali, un misto di stupore e gioia ha recentemente accompagnato la mia visita alla comunità ebraica di Damasco, ed è stato come respirare una boccata di aria fresca, constatare che la bruttezza del sionismo fascista e gli effetti corrosivi di tale filosofia sull'ebraismo sono assenti tra gli ebrei del posto. E' stato come tornare ai vecchi tempi. Ho incontrato più della metà dei 30-40 ebrei, (dipende dalle stime) che vivono ancora nel quartiere di Bab Tuma a Damasco.

Nel 2003, ad esempio, la popolazione ebrea era stimata in meno di 100 persone. Nel 2005, il dipartimento di stato americano nella sua relazione annuale del 2008 sulla libertà religiosa nel mondo, stimava che fossero 80. Nel maggio 2012, sempre il Dipartimento di Stato, riferiva che ormai solo 22 ebrei vivevano ancora in Siria, tutti anziani e a Damasco, in un edificio adiacente all'unica sinagoga funzionante della città. Questo non è vero. Gli ebrei rimasti vivono sparsi intorno al quartiere ebraico e, quasi sempre, nelle case di famiglia che hanno occupato per molti anni.

Il mio nuovo ed eccellente amico Saul è l'ultimo sarto ebreo rimasto in Siria. Passiamo il tempo a parlare di tutto, ma mi piacciono, in particolare, le discussioni che faccio con Saul e con Albert Camero, il capo di ciò che resta della comunità ebraica in questo paese, su "che cosa è andato storto", rispetto ai tempi in cui gli ebrei e i non-sunniti come gli sciiti Duodecimani, gli alawiti, le varie confessioni cristiane, i drusi e altre comunità eterodosse vivevano insieme in Siria, quasi come una famiglia.

Tra gli altri miei nuovi amici ebrei in Siria vi sono anche R. e G., due sorelle, che si avvicinano agli 80 anni, che sono nate in Siria e tutt'ora vivono nella bella casa del loro nonno, tra le ville ormai vuote, e altre case ebree meno imponenti, nel quartiere ebraico. La loro residenza è vicino alla ex casa di Nissim Indibo, l'ultimo Rabbino di Damasco, che morì nel 1976. "Le sorelle", come sono conosciute in questa piccola comunità, mi hanno invitato a prendere il tè nella loro casa le cui pareti sono ornate con piastrelle e altri oggetti religiosi ebraici. Un giorno ho avuto una conversazione di cinque ore con R. e G. che mi hanno raccontato la storia delle loro famiglie in Siria e anche le loro attuali opinioni politiche. Sarebbe stato bello poter trascorre più ore con loro, tanto erano interessanti e affascinanti.

Ho così saputo, che, pochi anni fa, l'ambasciata americana, aveva offerto a Saul, R. e G. i visti per andare in America, dove, a New York, vivono oltre 75.000 Ebrei siriani. Saul mi ha fatto anche vedere il suo visto. Ma, mi ha detto, quando arrivò il momento di partire lui, ed altri ebrei locali, si rifiutarono di trasferirsi nella Palestina occupata o in America, spiegando che non avevano alcun interesse a lasciare il loro paese, dove, così come i palestinesi che vivono in Siria, erano trattati come qualsiasi altro siriano, avevano la possibilità di accedere all'istruzione e all'assistenza sanitaria universale in modo gratuito, ed avevano il pieno diritto di lavorare e di possedere una casa. Loro si sentono siriani.

La comunità ebraica di Damasco, ritiene che, per risolvere la crisi attuale, sia necessario esattamente quello che anche altri siriani nella capitale vogliono. La loro idea, di come si dovrebbe condurre il processo di pace, l'ho ricavata da una serie di interviste svolte con un gruppo di cittadini del quartiere ebraico e dalle conversazioni avute con vari rappresentanti della società di Damasceno, come accademici, ex e attuali funzionari, membri dell'opposizione in Parlamento, piccoli uomini di affari e commercianti, ma anche gente che si godeva la primavera nei parchi e nei ristoranti popolari, sorprendentemente pieni di persone.

Questa settimana sono stato invitato in uno di questi ristoranti. In tarda serata, il posto, situato nel centro di Damasco, era pieno di gente, giovani e vecchi, che fumavano il narguilé, giocavano a carte, mangiavano deliziosi desert, ridevano, scherzavano. Ero tentato di salire su un tavolo e gridare alla gente che si divertiva: "Scusate, per favore, ma, ragazzi non avete sentito che qui attorno c'è una guerra civile!" La gioia di vivere è forte qui - anche se avvolta, da tanta morte e sofferenza inimmaginabile.

Chiedendo a Saul e ad altri nel quartiere ebraico il loro punto di vista su quale possa essere la soluzione per fermare il massacro, essi insistono nel dire che il governo, orai è fondamentalmente e finalmente sulla strada giusta, che si, c'è ancora nostalgia per i giorni di Hafez al Assad, ma sono sicurissimi, che la modernizzazione e la liberalizzazione del sistema saranno presto implementate, a cominciare dall'economia, mentre la corruzione sparirà e le libertà civili si affermeranno. Si rammaricano per le valutazioni errate che sono state fatte durante la primavera del 2011 dopo i crimini commessi dal regime contro i giovani, brutalizzati e uccisi a Deraa: nella comunità ebraica è abbastanza diffusa l'opinione, che, allora, si sia persa un'opportunità per stroncare la rivolta sul nascere.

Per gli ebrei damasceni e per gli altri, che in Siria cercano una via per ritrovare la normalità e per raggiungere la pace all'interno del paese e, probabilmente, anche nella regione, questi sono i punti importanti:

.E' necessario un cessate il fuoco immediato e reale, in tutto il paese, sostenuto e perseguito da tutti i poteri locali e internazionali.
.Devono essere immediatamente organizzati e supportati da tutti le parti, senza calcoli politici e militari su quale parte possa trarne beneficio, tutti gli aiuti umanitari possibili, facendoli arrivare in ogni modo in Siria e a quel milione di rifugiati che sono stati costretti ad abbandonare la Siria a causa della violenza.
.Un po' tutti dicono che tale sforzo dovrà andare a beneficio del popolo siriano, mentre chi è venuto da fuori, se ne deve tornare là da dove è venuto.
.Tutte le parti si devono impegnare per salvare il patrimonio culturale in via di estinzione e i siti storici e per sostenere le istituzioni di governo, le infrastrutture e i servizi civili ancora esistenti.
.Lo svolgimento di elezioni presidenziali aperte a tutti i partiti deve avvenire nel 2014 così come programmato, con un monitoraggio internazionale tramite organizzazioni come L'ONU e la Fondazione Carter. La Comunità internazionale deve pensare e realizzare un sistema che renda sicure le votazioni in modo da evitare, che si ripetano, come in Iraq, intimidazioni e attentati. Durante la campagna elettorale e durante il voto, la sicurezza deve essere garantita da tutte le parti.
.Dopo le elezioni si deve svolgere immediatamente un referendum nazionale che permetta ai cittadini di esprimere il loro parere sulla costituzione attuale.

In Siria, da parte della Comunità Ebraica, sembra non esserci alcun interesse per il regime sionista che occupa la Palestina. "Il sionismo è completamente estraneo al giudaismo. Ad esso Interessa l'espansione politica, non la religione"- mi ha spiegato un signore. "Quello che vediamo fare ai nostri fratelli palestinesi sotto occupazione da parte di fanatici in nome della religione ha molto più in comune con alcuni degli estremisti jihadisti che vediamo qui intorno che con quello che pensa la maggior parte degli ebrei," un altro ha spiegato.

Una vecchia signora ha tirato fuori un articolo tradotto in arabo, che aveva trovato anni prima, dal titolo "La bandiera di Israele non è la mia." Era stato scritto da un mio vecchio amico, con cui avevo avuto l'onore di lavorare anni fa alla sua rivista "Prospettive in Medioriente". Era Alfred M. Lilienthal, che, oltre ad essere autore di molte altre opere, ha scritto "La Connection sionista", e che, dicevano, è sempre stato popolare in Siria, nonostante la lobby sionista lo etichettasse come "Un ebreo che odia se stesso". Un uomo, che aveva vissuto nella stessa casa in Straight Street per 47 anni, mi ha spiegato che tale etichetta ha lo stesso significato, dell'espressione "antisemita" che si da ai non-ebrei critici del sionismo.

La donna disse: "La maggior parte degli ebrei in Siria è sempre stata d'accordo con molte delle idee di quest'uomo. Il Sionismo e il regime sionista in Palestina sono nemici degli ebrei, non i nostri Salvatori." Saul ha poi aggiunto: "E' il sionismo, la causa di molti dei problemi in quest'area. La nostra religione è molto rispettata in Siria. Abbiamo tutti vissuto insieme senza problemi per millenni. Qui non c'erano né pogrom nè ghetti. La religione viene da Dio. Il Sionismo deriva dal fascismo e dal razzismo".
                 
Ho lasciato poi il gruppo per andare a visitare una delle tre sinagoghe che restano a Damasco, la sinagoga di Franji in via Al-Amin, di fronte all'Hotel Talisman di Bab El Touma, dove si sta lavorando in questi giorni a mettere in salvo oggetti ebraici qualora la guerra arrivasse nel quartiere. Accompagnato da Saul e dalle due sorelle, R. e G., molto in forma, mi sono ricordato di quando il Prof. Lilienthal, per riassumere le sue opinioni politiche sul Medio Oriente, usava dire, talvolta in termini volgari, più spesso in termini bruschi: "Tutto per gli ebrei. Niente per i sionisti."

Credo che i miei nuovi amici sarebbero d'accordo. 
 

   (traduzine di Loretta Mussi)