Obama, le composizioni diplomatiche e l'orlo del baratro

Invisibile Arabs
23.03.2013
http://invisiblearabs.com/?p=5376

Obama, le composizioni diplomatiche e l’orlo del baratro

di Paola Caridi

Gli affari (diplomatici) importanti sono altrove. Fuori dai labili e confusi e indefiniti confini di Israele e Palestina. Lo si sapeva già da molti anni, ma se qualcuno avesse nutrito qualche dubbio in proposito, la composizione diplomatica della lunga querelle tra Turchia e Israele – raggiunta ieri nel primo pomeriggio, alla fine del breve tour israeliano (e per una brevissima parentesi palestinese) di Barack Obama – ha tolto qualsiasi ipocrisia sull’argomento. Turchia e Israele, dunque, fanno pace sulla questione della Mavi Marmara e l’uccisione, da parte delle truppe speciali israeliane il 31 maggio 2010, di nove cittadini turchi che facevano parte di convoglio di aiuti umanitari diretto verso il porto di Gaza sotto embargo.
              

Ci sono voluti oltre due anni e mezzo di frizioni via via crescenti tra Tel Aviv e Ankara per arrivare, se non a una pace, almeno a una tregua ben solida. C’è voluta non solo (e forse non tanto) una mediazione importante come quella del presidente statunitense Barack Obama, quanto l’uscita dal governo israeliano di due uomini che sono stati ostacolo palese a qualsiasi appeacement: l’ex ministro degli Esteri Avigdor Lieberman, e – da non dimenticare – il vice ministro degli Esteri, Danny Ayalon, colui che fece ‘accomodare’ l’ambasciatore turco su di una sedia più bassa della sua. Un affronto che non è passato sotto silenzio, all’interno di una delle diplomazie – quella turco-ottomana – di più lungo corso, tradizione e bravura.

I turchi, dunque, sono riusciti a ottenere le scuse che sino a ieri gli israeliani non avevano mai voluto porgere, dopo aver ucciso nove cittadini turchi. È evidente, comunque, che la questione si è risolta – almeno ora – perché la tragedia siriana incombe su Turchia e Israele. E se non il destino di milioni di civili ormai in trappola da due anni, invisibili all’opinione pubblica internazionale, almeno la ricomposizione politico-istituzionale di un Paese la cui implosione sta conducendo l’area dritta dritta verso una grande esplosione dagli effetti impossibili da prevedere e misurare. L’accordo di ieri, tra Turchia e Israele, arriva – forse non casualmente – in contemporanea con le dimissioni del premier libanese Mikati: l’ennesima dimostrazione che il Libano, a star così vicino da due anni al fuoco siriano, rischia ogni giorno di più di infiammarsi. E se si infiammasse veramente, difficile immaginare il domino a cui la regione andrebbe incontro. Un domino in cui il “tanto peggio, tanto meglio” non converrebbe veramente a nessuno dei paesi confinanti.

Obama, dunque, è arrivato in Israele, per pochi minuti in Palestina, e poi in Giordania, forse nell’ultimo tempo utile per vedere una regione ancora con le vecchie lenti. Israele con un governo di centrodestra, influenzato mai come ora dalla lobby dei coloni. La Palestina ancora formalmente rappresentata dall’ANP. La Giordania ancora con un monarca hashemita, in qualche modo risultato della vecchia composizione geopolitica ispirata dal trattato (antico, ormai) Sykes-Picot. La Siria in piena, dolorosa, tragica guerra civile, e pur tuttavia con un Assad ancora formalmente su una sella traballante a Damasco. E il Libano che, comunque, si barcamena, non si sa ancora fino a quando. Mentre Cipro rischia l’implosione-esplosione: un fatto che non si può guardare solo con gli occhi dell’Europa, ma che è necessario guardare con le lenti mediorientali. Perché a Cipro, per levantini, israeliani, arabi, palestinesi, c’è tutto. Ci sono le banche, c’è il suolo dell’Unione Europea, c’è un po’ di Turchia, e c’è anche quel matrimonio civile che tutte le società mediorientali desiderano e che vanno a celebrare a Nicosia, calmierando lo scontro socio-religioso nelle proprie patrie.

In questo panorama da ‘fine dell’Impero’, fine delle vecchie logiche, di parametri e categorie consunte, la questione palestinese ha uno spazio infimo, rappresentato – temporalmente – dal tempo infinitamente breve che Barack Obama ha trascorso nei Territori Occupati, e dalle pochissime, pochissime parole che il presidente statunitense ha dedicato ai palestinesi nel suo lungo, articolato, ricco discorso all’Università Ebraica di Gerusalemme. Una città in cui, di università, ve ne sono due: assieme a quella Ebraica, quella di Al Quds, palestinese, guidata da un rettore molto amato in Occidente, come Sari Nusseibeh, considerato anzi un paladino del moderatismo palestinese. Pochissime parole sul diritto dei palestinesi ad avere quello che un secolo fa si sarebbe definito un ‘focolare’. Eppure persino quel “mettetevi nei loro panni” chiesto da Obama all’uditorio fatto da studenti israeliani è riuscito a suscitare contestazioni.
La cosa non mi ha molto sorpreso. L’avevo chiesto anch’io, otto anni fa, a una soldatessa israeliana al valico di Allenby, quello gestito dagli israeliani, e che divide la Cisgiordania dalla Giordania, i palestinesi dai giordani. Le chiesi di mettersi nei miei panni, che attendevo di passare da ore assieme a un bambino piccolo. Mi rispose che nei miei panni non ci si voleva mettere. Capii allora molte cose del posto in cui ero capitata, per viverci e lavorarci.