E' sempre su un autobus, che si gioca l'eguaglianza

Invisibile Arabs
05.03.2013
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E’ sempre su un autobus, che si gioca l’eguaglianza

di Paola Caridi

Il viaggio che Barack Hussein Obama ha in programma in Israele, Palestina e Giordania, tra meno di due settimane, non è di quelli semplici. E lo si sapeva sin dall’inizio, non foss’altro perché Obama, al suo secondo mandato, non c’è mai stato da presidente degli Stati Uniti. C’è l’Iran, innanzitutto. E poi c’è la ruggine tra lui e il premier incaricato Benjamin Netanyahu, che gode di altri quindici giorni di respiro accordatigli dal presidente Shimon Peres per cercare di formare il nuovo governo. L’Iran, l’alleanza di ferro con Israele, il processo di pace tra israeliani e palestinesi congelato da anni. Un bel menù, di quelli pesanti e potenzialmente indigesti, a cui si aggiunge la sostanziale insoddisfazione di buona parte dell’establishment israeliano per due nomine di peso decise da Obama: John Kerry capo della diplomazia americana, e Chuck Hagel nominato alla difesa dopo un braccio di ferro difficile con i repubblicani.
                                                                  Obama e il busto di Rosa Parks

In un viaggio del genere, insomma, anche gli autobus non ci volevano. Perché gli autobus sono un argomento sensibile, per un presidente come Obama. O almeno, si suppone che sia così, a giudicare dalla foto. Obama, in questo scatto, ha appena inaugurato una statua dedicata a una donna divenuta icona dei diritti civili, ben oltre gli Stati Uniti. Rosa Louise Parks, nata esattamente cento anni fa, si rifiutò di alzarsi dal sedile di un autobus riservato ai bianchi, e di cedere il suo posto. Era il 1955, profondo Alabama. Se Barack Hussein Obama è diventato il primo presidente di colore, non-bianco degli Stati Uniti, lo deve a Rosa Parks.

Rosa Parks è una donna il cui nome viene spesso evocato. Anche in questi giorni. Ieri su un giornale israeliano, Haaretz. Nel suo commento Aeyal Gross lo dice senza infingimenti: Israele è tornata indietro al 1955 statunitense. Cita anche uno dei più famosi giudici costituzionali israeliani, Elyakim Rubinstein, nel suo commento a una sentenza sul tentativo di segregare le donne in una specifica parte degli autobus usati dagli ultraortodossi. “Sono persino stupito che vi fosse la necessità di scrivere” una direttiva di quel genere, nel 2010, sosteneva Rubinstein. E si chiedeva: “sono per caso tornati i giorni di Rosa Parks, la donna afroamericana che ha sbaragliato la segregazione razziale su un autobus in Alabama nel 1955?”

Gli autobus, insomma. I non-luoghi per eccellenza. Dove tutti, più o meno, siamo uguali. Forse è per questo che sugli autobus, in luoghi e tempi differenti, si siano giocate le partite sul l’eguaglianza. Da Rosa Parks sino alla Cisgiordania, dove da lunedì scorso sono entrate in funzione linee di autobus separate. Una per i coloni israeliani che vivono negli insediamenti in Palestina, in Cisgiordania. E l’altra per i lavoratori palestinesi che ancora riescono ad avere il permesso di andare a lavorare in Israele. A chiedere le linee separate sono stati i coloni, che ne fanno un problema per la loro sicurezza, di coloni israeliani dentro la Cisgiordania. E così il ministro dei trasporti Yisrael Katz ha dato loro ragione, e ha istituito gli autobus separati. Per il bene dei lavoratori palestinesi, si è giustificato.

Peccato che non solo i palestinesi non hanno gradito l’ennesima separazione, dopo la rete di strade separate che è già in funzione da anni in Cisgiordania. E anche dopo la separazione, in atto da decenni, nei trasporti di Gerusalemme, in questo sì città formalmente divisa tra un sistema di autobus a ovest, che serve gli israeliani, e un sistema completamente staccato e gestito da due società di palestinesi residenti a Gerusalemme che serve i quartieri arabi della città.

A schierarsi contro la decisione del ministero dei trasporti c’è anche un po’ di opinione pubblica israeliana, difficile – certo – da quantificare. Ed è un pezzo di opinione pubblica che chiama le cose col loro nome, come – magari – in Italia non si ha il coraggio di fare. Nel suo editoriale di ieri, sempre Haaretz parla di “segregazione razziale”, di “razzismo”. Termini che ricordano Rosa Parks, certo, ma anche lo apartheid, una parola sdoganata proprio dal vocabolario di Haaretz. “La decisione di separare i palestinesi dagli ebrei sugli autobus è un’altra componente di un approccio tipico dello apartheid”, scrive la dirigenza del giornale israeliano. E prosegue, ancor più duramente:

E’ chiaro che la segregazione degli autobus fa parte di una più ampia segregazione di principi tra le popolazioni che si estrinseca in quasi tutti i campi: nell’assegnazione di aree per l’edilizia residenziale, nei diversi sistemi legali, in una distribuzione squilibrata delle risorse e nelle norme discriminatorie che regolano il movimento.

E’ inteso  che un territorio occupato venga amministrato dallo stato occupante come un affidamento temporaneo a vantaggio della popolazione locale. Ci sono norme chiare finalizzate ad impedire lo sviluppo di un regime coloniale o di apartheid . Il modo in cui lo Stato di Israele gestisce i territori è molto diverso da quello in cui si è inteso vengano amministrate le terre occupate.

Piuttosto che esprimere “preoccupazione” per i palestinesi tanto da escluderli dalle linee di autobus ebraici, sarebbe doveroso che il primo ministro intervenisse immediatamente per porre fine a questa segregazione razzista.

Segregazione razziale, razzismo, apartheid, e la necessità di prevenire la creazione di un regime coloniale. Il vocabolario di Haaretz è durissimo e chiaro. Lo avranno letto anche alla Casa Bianca. E Obama, allora, cosa dirà tra due settimane?