Lettera aperta di Dirar Tafeche

Lettera aperta di Dirar Tafeche

01.12.2012

Cari amici dell’Unione delle Comunità Palestinesi in Italia,

Capisco bene la vostra contentezza per l’ammissione della Palestina all’ONU, ma non bisogna esagerare. Chi ha votato per lo Stato di Palestina all’ONU, non l’ha fatto, come scrivete nel comunicato stampa, per “la fine della sofferenza, dell’oppressione, dell’occupazione israeliana e il rispetto delle risoluzioni ONU e della legalità internazionale”. La votazione resta una goccia nel mare per un fatto simbolico e, come tale, è necessario interpretare sul terreno, il significato che ha prodotto il simbolo.
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Proprio sull’aspetto della legalità, sembra che Abbas abbia dato garanzie scritte a non trascinare Israele di fronte alla Corte Penale Internazionale. Benché la notizia sia di fonte giornalistica, la conferma è venuta, indirettamente, da Hassan Al Uri, consigliere per gli affari giuridici dell’ANP, il quale, in sostanza dice che Israele è responsabile di fronte al mondo per i suoi crimini. Vale a dire: campa cavallo che l’erba cresce.

Non esito, nemmeno un minuto a rettificare il mio scetticismo, e spero di farlo al più presto, di fronte a fatti tangibili e reali per una soluzione, di almeno parte, della complessa della Questione Palestinese. In futuro, staremo a vedere la valutazione e la ripercussione all’annuncio di Natanyahu, dato giovedì scorso, di “punire il nuovo Stato di Palestina” con la costruzione di 3.000 unità abitative nelle colonie. Sono parole di sfida ma, secondo voi, avranno la qualifica d’atto criminale? E poi, è  considerato atto criminale la distruzione d’alcuni battelli e sequestrare 13 pescatori a Gaza , com’è accaduto stamattina, anche quando si trovavano nelle acque delimitate da Israele stessa? Francamente sappiamo tutti che fine ha fatto il rapporto  Goldestone. A questo proposito, è stata istituita un’inchiesta dall’ANP per accertare la responsabilità dell’accaduto. Conoscete il risultato, o l’inchiesta è ancora in corso di verifica?

Personalmente ho molti dubbi sull’operato dell’ANP, derivati dall’ambiguità del proprio comportamento in relazione alle dichiarazioni date per certe. Anzi, concordo con quell’amico che ha scritto che l’ANP è divenuta “un ingranaggio nel meccanismo dell’occupazione”. Mi riferisco all’intervista rilasciata  il 2 novembre scorso ad un giornalista della seconda rete TV israeliana.

Da considerare che Mahmud Abbas  è il presidente dell’ANP con mandato scaduto da più di tre anni fa. E’ anche il presidente dell’Organizzazione per Liberazione delle Palestina (OLP): struttura, ormai in disuso in quanto l’ultimo congresso ad Algeri, risale al 1988. Molti dei suoi  membri sono morti, altri uccisi ed i restanti, ormai ultra settantenne, si trovano sparsi in vari paesi (e non possono entrare nei territori occupati). Infine, è presidente di Al Fateh, movimento politico (ex armata) fondata a Gerusalemme nel 1959 da Arafat. I membri  sono stati “filtrati” nell’ultimo congresso svolto in agosto 2009, dopo 20 anni, a Beitlemme.  Il luogo poteva essere scelto in qualsiasi paese arabo, ma questa sede assicura la presenza dei “favoriti”. Tutti, secondo la mia opinione, ridotti ad essere membri con “compiti” funzionale.

Seduto ad una poltrona, abbas sostanzialmente afferma:

Primo.

“Sono nativo di Safad, (città nell’alta Galilea), vorrei tanto vederla, so che non ho il diritto ad abitarci”. Nulla di strano circa quest’affermazione, anzi potrebbe aver ragione, perché egli ha letto bene la risoluzione 194 delle NU, nella quale è contemplato la rinuncia individuale al Diritto al Ritorno e la ricompensa per la sofferenza patita. Quindi, per un attimo, dimentica le proprie cariche e parla come qualsiasi profugo soffocato e oppresso che cerca un po’ di svago. Infatti, con la ricompensa, Abbas vorrebbe  andare a  Safad, non per abitarvi, ma solo per fare il turista.

Secondo.

Battendo coi palmi delle mani sui braccioli della sedia dice: “finche io sono al potere, non ci sarà nessuna terza intifada” e aggiunge “noi dobbiamo portare una lotta pacifica e diplomatica”. A questo proposito mi chiedo che fine hanno fatto quei ragazzi palestinesi a Bel’in e Na’lin che, fino a qualche tempo fa, ogni venerdì andavano a manifestare con le loro bandiere contro il muro? Oggi non ci sono più. Probabilmente secondo il pensiero di Abbas, questo tipo di lotta con le sole bandiere, provocava uno scontro con l’esercito israeliano e, quindi, era una forma di violenza da bandire. Il metodo seguito per bloccare questi “violenti” è semplice; basta arrestarli. Infatti, secondo accordi stipulati precedentemente i soldati israeliani possono entrare nei territori quando vogliono. Telefonano alla polizia palestinese informandola del percorso del comando israeliano che effettuerà un’incursione in un preciso quartiere. Durante il tragitto del comando israeliano, la polizia palestinese, anche se non può avere giubbotti antiproiettile e possiede fucili che sparano solo per 10 minuti (altrimenti si surriscaldano) si deve ritirare nelle proprie caserme. Per cui, liberamente il comando compie, ogni giorno (ripeto ogni giorno) la retata per arrestare 5, 10 e persino 20 attivisti. Risultato: piena successo della missione di Keth Dayton, il generale americano che per cinque anni ha addestrato la polizia palestinese dell’ANP per mantenere l’ordine, ma non l’obbiettivo.

Terzo:

“Il futuro stato di Palestina è entro i confini del 67 con capitale Gerusalemme Est. Il resto è Israele”.

Seduto su quella poltrona, egli non vede la continua espansione delle colonie, i 600/700 punti di blocco, chiamati Checkpoint. Ignora le distruzione di case, la violenza dei coloni, e non s’accorge che l’acqua palestinese, che egli stesso beve, la deve pagare ad Israele. Non si rammenta che Gerusalemme era la Capitale della Cultura Araba, proclamato dell’UNISCO nel 2009, e lui stesso l’ha celebrata a Beitlemme per il rifiuto israeliano. E poi, colmo dei colmi, è stato il 20 novembre, quando ha escluso proprio Gerusalemme, “la Capitale del futuro Stato di Palestina” dalle votazioni per eleggere i Consigli Municipali.

Non scrivo per fare del sarcasmo, anche se tutto è reale e documentato in pagine che meritano l’appellativo, in stesura, “Palestina, un Opera Tragicomica”. È l’indice di frustrazione e l’incapacità di reagire con programmi seri, precisi, sereni e chiari soprattutto, che gettano nell’immondizia le lunghe e inutili trattative mentre le colonie si espandono a vista d’occhio.

C’è un detto che dice: è necessario mangiare tutto l’uovo per capire ch’è marcio?  Con queste parole non intendo arrecare offese a nessuno, ma semplicemente, le stesse, hanno stimolato in me delle riflessioni sintetizzate in:

1-     Annullare gli accordi d’Oslo. Sono valse vantaggiose ad Israele, giacché hanno trovato chi amministra gli occupati. In pratica, i dollari in arrivo nei territori occupati sono il prezzo per l’occupazione.

2-     Ritirare il riconoscimento d’Israele. Ciò, eventualmente, potrà avvenire reciprocamente tra due stati.

3-     Se questi due condizioni vincoli si realizzano, l’ANP deve essere sostituita con altri capaci, prima di tutto, di rifare e riformare l’OLP con tutte le fazioni politiche, sindacali, sociale e movimenti come quello delle donne, giornalisti, studenti…insomma,come lo era una volta. Diversamente, l’ANP deve sciogliersi.

Non mi ritengo politico, soprattutto  non vivo nei territori occupati e non voglio liberare la Palestina stando a Milano. Mi ritengo profugo che ha subito ingiustizia infenita. Ammetto, però, che in qualche dato, vista la complessità della Questione Palestinese, richiede analisi molto approfondita, molta esperienza, fatica e buona fede in ciò che si crede.

Un caro saluto e auguro di buon lavoro.

Dirar

Rho 1 dic. 2012