Sabra e Shatila: 30 anni fa

Al Akhbar English
14.09.2012
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Sabra e Shatila: 30° anni dopo.

In occasione del 30° anniversario del massacro di Sabra e Shatila, in cui centinaia di rifugiati palestinesi inermi furono uccisi dalle milizie libanesi di destra sotto la copertura dei militari israeliani, Al-Akhbar pubblica un resoconto degli eventi fatto da un sopravvissuto palestinese che, quando assistette alle uccisioni, era solo un ragazzo.

di Hasan Khiti *

Sabra era piena di vita, anche dopo tre mesi pieni di morte e distruzione causate dall'assedio israeliano di Beirut. Lo stesso vale per il campo di Shatila.
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La gente era tornata alle proprie case con un falso senso di sicurezza. Tutti, compreso me di 13 anni, erano stati indotti con l'inganno a pensare che la guerra era finita.

Poi arrivò la notizia dell'uccisione del presidente "eletto" Bashir Gemayel, che ci riscosse da questa illusione. Un vicino di casa uscì sul balcone e, per festeggiare, sparò una raffica di proiettili verso il cielo.

Sabra e Shatila: sfuggendo alla giustizia

I miei sentimenti erano un misto di indignazione e di panico. Mi provocavano ripugnanza coloro che non rispettavano la sacralità della morte ed ero allo stesso tempo preoccupato che l'assassinio ci avrebbe portato ad una nuova stagione di morti.

Il giorno dopo, gli aerei da guerra israeliani offuscarono di nuovo i cieli di Beirut, volavano più basso di quanto avessi mai visto prima.

Volavano talmente bassi che potevo vedere facilmente la stella di Davide sui loro scafi.

Mio padre - che nel frattempo è morto - tornò a casa nel bel mezzo della giornata. Credo che mio zio fosse arrivato prima. Discussero delle voci che dicevano che l'esercito israeliano stava cominciando ad entrare a Beirut. A Sabra, dove vivevamo, non c'era ancora alcun segno di eserciti o battaglie.

Mio zio disse che un amico gli aveva detto che di essere passato vicino a veicoli blindati israeliani nei pressi della Città dello Sport, mentre veniva dalla vicina zona di Fakhani.

Ma i sorrisi sui volti dei grandi suggerivano che non eravamo in pericolo. Ci sentimmo al sicuro anche dopo che la famiglia decise di trasferirsi nella casa per anziani dove mio padre lavorava come infermiere e farmacista.

Non mi ricordo le battaglie che si verificarono nelle vicinanze durante il primo giorno nel luogo di rifugio. Tutto quello che ricordo è l'esplosione di bombole di gas nella piazza principale di Sabra e il suono del fuoco dei cecchini proveniente dalle vicinanze del campo di Shatila.

Il cecchino era tenuto occupato dalla gente che spingeva manichini sulla sua linea di fuoco mentre noi ci godevamo lo spettacolo.

La mia camera a sud dava su Shatila. Non riuscivo a capire cosa stava succedendo, ma potevo sentire chiaramente i suoni dei veicoli militari pesanti e vedere le luci dei razzi.

Avrei voluto passare il mio tempo a guardare le ombre fatte dalla griglia della finestra sulla parete opposta ogni volta che veniva lanciato un nuovo razzo.

Una notte, un collega di mio padre arrivò dal "campo", che è il modo in cui i residenti chiamano Shatila. Non abbiamo mai sentito chiamare Sabra "campo" fino a dopo il massacro.

Per i suoi abitanti, Sabra era solo il nome di una strada che partiva dalla stazione di benzina al-Dana, a Tariq al-Jdideh, passava per la piazza di Sabra, e finiva all'ingresso del campo di Shatila.

Quindi, arrivò il collega di mio padre e alcune persone cominciarono a prenderlo in giro. Qualcuno gli chiese a gran voce di dire loro esattamente come fosse riuscito ad attraversare tutti i cadaveri presenti a Shatila.

Si voltò e lasciò dietro di sé le facce ghignanti. Gli adulti sorrisero di nuovo, quindi eravamo al sicuro.

Ma le voci si moltiplicarono e le notizia alla radio confermarono la gravità della situazione a tutti coloro che si rifiutavano di crederci.

Decidemmo di fuggire verso il centro di Beirut, in particolare dopo che era arrivato il nostro vicino di casa con i suoi figli. Ci raccontarono come erano stati portati da uomini armati alla Città Sport stadio. Ma era esplosa una mina ed erano riusciti a fuggire in mezzo alla confusione.

Poi vennero le storie di sangue e di cadaveri e rapimenti. Qualcuno raccontava che, passando per Sabra, si vedevano fiumi di sangue. Non stava esagerando.

Eravamo abituati ad andare da mia zia ogni volta che la situazione nella nostra zona diventava pericolosa. Ci stipammo sul camion del nostro vicino e ci dirigemmo verso la città. Mio fratello maggiore, Oussama, rimase nella casa per anziani con mio padre.

Passammo per lo stadio comunale e raggiungemmo il ponte Cola. La strada era stranamente vuota. Credo che mia madre fosse in preda al panico e chiesi al nostro vicino di fermarsi.

Scendemmo dal camion e ci avviammo per le strade deserte. La nostra sofferenza cresceva col passare del tempo e non vedemmo un solo essere umano all'aria aperta. Di solito queste erano le vie più affollate di Beirut. Ma quel giorno, nessuno osò lasciare le proprie case.

Tornammo indietro, attraverso Fakhani e l'Università araba. Tra le rovine del campo, li vidi per la prima volta.

Fantasmi, pensai. Si muovevano come spiriti tra le macerie. Era come se provassero gusto nella distruzione. In piedi, alti e fieri, gli edifici sembravano averli provocati e indotti a portare ancora più rovina nella città.

La voce di mia madre arrivò come un allarme tra le immagini affollate. Non guardare i soldati, mi ammonì, e ci disse di camminare più velocemente.

Tornammo nella casa per anziani. Il massacro era finito. Ma le battaglie a Beirut erano ancora in corso. La radio riferiva che c'era ancora alcune sacche di resistenza in città. Dopo un po', la stazione radio rimase in silenzio, un annuncio della sua sconfitta.

L'ultima cosa che sentimmo fu l'annunciatore fare un appello a coloro che stavano resistendo fino alla fine. E poi tre parole, "loro sono qui".

Pensavamo che il nome di " Beirut occupata" sarebbe diventato qualcosa di normale, come Gerusalemme occupata o Haifa occupata. Ma la resistenza non avrebbe lasciato soli gli occupanti.

L'operazione più vicina a dove eravamo noi accadde una notte al Corniche al-Mazraa. I suoni delle pallottole e delle granate ci riportarono un po’ della nostra dignità che ci avevano derubato poche ore prima.

Un giorno, ero lontano dalla casa per anziani, a casa di mio zio. Non ricordo perché avevo deciso di andare nella piazza di Sabra, ma incontrai una donna che era appena arrivata da Tariq al-Jdideh.

Sembrava come se fosse la sua prima volta a Sabra. Comunque, lei non viveva lì. Era ansiosa di sapere se le notizie sui massacri erano vere.

Avevo sentito la BBC descriverlo come un'apocalisse, ma le dissi che non era vero. Tutte queste persone erano morte a causa del fuoco dei cecchini, spiegai.

Non so cosa pensasse di me dopo. Forse pensò che stessi mentendo. Ma non mi importa, la sua domanda mi irritò.

Per qualcuno venire a dirti che siete stati massacrati non era facile, soprattutto se si stava cercando di convincersi che non era possibile che fosse accaduto. Non è piacevole per la propria strada portare il marchio di tale orrore.

Eravamo stati massacrati, ma la nostra dignità e l'orgoglio ci proibivano di diventare oggetto di pietà. Forse è per questo che traevo sollievo dai rapporti che dicevano che le vittime non erano più di una dozzina e odiavo funzionari che riferivano che il numero delle vittime aveva raggiunto 3.000. Forse mi vergognavo. Mi scuso con quella donna.

Sembrava che l'occupazione si stesse normalizzando. Uno dei soldati una volta chiese in arabo colloquiale alla moglie di mio zio se avesse dell'acqua.

Mi sarebbe piaciuto avere un po' di veleno da metterci, anche se so che non avrei mai potuto fare una cosa del genere. Il desiderio ha fatto nascere molte fantasie di vendetta. Di notte, pianificavo coraggiose operazioni di commando e coltivavo il sogno di distruggere l'esercito israeliano.

L'occupazione non rimase troppo a lungo. Le operazioni della Resistenza avevano inflitto gravi danni. Israele si ritirò, lasciando dietro di sé l'odore della morte.

Si ritirarono, ma il terrore sarebbe tornato di tanto in tanto. Le voci costrinsero centinaia di persone ad abbandonare le loro case a Beirut.

La folla si univa alla grande fuga tradita da una strana sensazione che "loro" stessero arrivando, a volte da est, a volte da ovest.

Alcuni dicevano che l'esercito libanese stava diffondendo delle voci in modo da poter entrare nell'area e presentarsi come il salvatore. Quando questo accadde il popolo gettò il riso ai soldati in festa.

Le truppe italiane furono la principale ragione per cui ci sentimmo al sicuro. Essi furono incaricati di custodire il campo e si crearono dei miti sulla loro dedizione.

Alcuni hanno detto che si erano scontrati con l'esercito libanese per impedirgli di entrare nel campo. Altri hanno raccontato che avevano detto ai soldati libanesi, "qui inizia la Palestina" e che loro non potevano entrare nei campi.

Nel terzo anniversario delle stragi, il sangue non era ancora asciugato e il terrore tornò con tutta la sua bruttezza.

Era l'inizio della devastante guerra dei Campi intrapresa da parte delle milizie siriane in Libano. Una nuova guerra si aggiunse agli "eventi" che i libanesi amano chiamare la loro calamità nazionale. Ma questa è un'altra storia.

* Hasan Khiti ha lasciato il Libano per la Germania dopo la guerra dei campi. Attualmente vive a Munster, dove lavora come esperto di prodotti chimici. Ha scritto questo testo nel 2001. 

(tradotto da barbara gagliardi)